Matt Sumell.
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Cerca di stare calmo.
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Titolo originale: Making Nice.
Traduzione di: Matteo Colombo.
2016 Giulio Einaudi Editore, TORINO.
ISBN 978-88-06-22007-5.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Alby ha poco pi di trent'anni. Quando non beve, passa buona parte del tempo ad attaccare briga, provarci con le donne sbagliate e mettersi nei guai. Il giorno in cui la madre si ammala, la rabbia di Alby sembra travolgere i gi labili argini che la contenevano, sommergendo tutto. Semi-alcolizzato, maschilista e rabbioso: Alby  tutto questo, ma  anche uno dei personaggi pi toccanti e vividi della narrativa americana degli ultimi anni.
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Dietro un comportamento ai limiti della normalit, dietro le risse continue e l'atteggiamento autodistruttivo, si annidain Alby un dolore pulsante. Un'incapacit profonda di stare al mondo, di accettarne la logica. Grazie a uno stile e una voce unici, sporchi e taglienti come una lama usata troppo spesso, Matt Sumell fa sorridere e indignare. E ci consegna un ritratto perfetto, duro ma vibrante, del disagio contemporaneo.
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L'AUTORE.
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MATT SUMELL si  diplomato in scrittura creativa all'universit di Irvine. Suoi racconti sono apparsi su The Paris Review, Esquire,
Electric Literature e McSweeney's. Cerca di stare calmo  il suo primo libro.
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Cerca di stare calmo.
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Questo libro  dedicato a mio padre, Albert, che mi ha insegnato a navigare.
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PUGNI A JACKIE.
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 che secondo lei pentole e padelle nella lavastoviglie non
ci vanno, allora le ho fatto notare che nella lavastoviglie c'
proprio un coso apposta per le pentole e le padelle, guarda,
sta proprio l, aprili quei cazzo di occhi. Insomma lei non
ha gradito e ha attaccato tutta una pippa su me che sono
un fallito che non va da nessuna parte eccetera, cosa che
di solito non mi darebbe fastidio, non fosse che magari 
vera, e soprattutto perch veniva da una che in teoria mi
vuole bene e gliene voglio anch'io e bla bla bla, e come
dire,  tutta la vita che la tengo un po' su un piedistallo,
per me  un po' come un fratello maggiore, per femmina.
Comunque secondo me non lo pensava veramente, cio
magari un pochino, ma la verit  che ha solo tirato a indovinare
cosa poteva ferirmi di pi, e mentirei se dicessi
che durante altre litigate non ho fatto lo stesso anch'io.
Ancora l'altra sera, per dire, c'era al bar questa ragazza
che non era per niente gentile con il mio molto gentile amico
James, allora le ho detto: Eh, ma che roba brutta.
Quando lei mi ha chiesto: Cosa? le ho risposto: La tua
faccia. E adesso sparisci. Non era vero, ma almeno cos
ero sicuro si sarebbe offesa, e infatti avevo ragione. Ho
capito che avevo ragione perch lei si  messa a piangere
e mi ha detto stronzo del cazzo, dopodich mi ha fatto il
medio ed  partita tutta dondolante sui tacchi verso il bagno
delle donne.
Per dire, forse sulla stessa falsariga, ma anche tutte le
cose razziali che escono di bocca a me, se non sono tentativi
di ironia, puntano solo a far male. Per esempio una
volta c'era questo asiatico che attraversava lentissimo le
strisce pedonali con un'arancia in mano, al che io ho abbassato
il finestrino e gli ho detto: Magari accelerassi un
po' il passo, tartaruga ninja? Perch io avrei da fare. Non
era voluta, la cosa della tartaruga ninja, solo che quello mi
stava facendo incazzare e volevo farlo incazzare anch'io.
So bene che esiste una cosa chiamata sensibilit razziale,
che se le togli l'aggettivo  esattamente come ogni tipo di
sensibilit: facile da sfruttare. Non c' niente di sincero,
solo cattiveria, ed  proprio questo il sospetto che ho su
mia sorella che mi d del fallito, solo che lei forse un po'
era seria. Non lo so.
Comunque sia mi ha fatto alterare, e ho sbattuto la porta
del frigo cos forte che il latte  esploso, dopodich mi
sono girato e le ho detto di star zitta altrimenti le staccavo
i baffi con un pugno e glieli facevo volare come un insetto
peloso. Poi mi sono messo a sbattere le braccia come
se volassi, tipo insetto, tipo i suoi baffi. Okay, lo so che
ho superato un limite, ma spero che almeno qualcuno si
renda conto di quanto sforzo c' voluto da parte mia per
non girarmi e mollargliene uno in faccia. Siccome so che
per qualcuno pu essere difficile capirlo, permettetemi di
ricorrere alla seguente splendida analogia: il mio carattere
 tipo un'onda anomala di armi, e il mio ego  tipo la diga
che impedisce a quest'onda anomala di armi di abbattersi
sulla gente del villaggio/la persona di turno, in questo
caso mia sorella. A volte per l'onda anomala di armi 
troppo grossa o troppo forte o salcazzo, e qualche schizzo
si infila in una crepa o scavalca l'argine o salcazzo. E un
peccato, certo, ma non mi merito comunque un minimo
di riconoscimento per come ho trattenuto il 99 per cento
della complessiva onda anomala di armi che invece avrei
tranquillamente potuto scatenare su di lei se non fossi una
persona/un ego/una diga decente? Ancora pi importante
 che lei quell'ego/diga lo stava prendendo in giro, lo
provocava per farlo rompere o salcazzo. Perci in un certo
senso mi stava sabotando, mi stava sabotando da vera
stronza sabotatrice. Da vera stupida inutile stronza sabotatrice
femmina piena di forfora che non lava le pentole.
Quel che intendo, insomma,  che non  stata forse lei,
in un certo senso, a superare il limite per prima? Io dico
di s, e c' quello al numero uno della mia lista delle sette
scuse per cui era giusto che tirassi un pugno sulle tette a
mia sorella.
1) Ha cominciato lei. Lo so che  infantile, per...
2) Quando due fratelli adulti tornano nella casa dove sono
cresciuti, spesso regrediscono a comportamenti infantili.
3) Lo status di sorella vince su quello di femmina. Le
sorelle come femmine non contano.
4) La produzione di testosterone  direttamente legata
all'aggressivit e oscilla in risposta alle situazioni competitive
come le partite di tennis o le liti sulle lavastoviglie
o i mutamenti della propria posizione percepita all'interno
di una gerarchia sociale, per esempio una gerarchia tra
fratelli, o una gerarchia decisionale sulla lavastoviglie, o
una trico-gerarchia di baffi (nel qual caso vince lei senza
gara). Quando mi mancano di rispetto, si verifica una reazione
biologica nelle mie palle, che cominciano a produrre
pi roba rendendomi pi aggressivo. Mi sforzo, ma 
una cosa che sfugge al mio controllo. Ammetto che come
argomento  debole, ma la logica  la stessa di una che fa
la stronza e poi d la colpa alla sindrome premestruale.
5) La violenza possiede una certa chiarezza. In essa non
c' nulla di retorico o di vago; vuol dire solo quel che vuol
dire, e cio, dovendo fare una traduzione grossolana: Ora
come ora non mi piaci, ma proprio per niente. Una traduzione
meno grossolana dipenderebbe ovviamente dai particolari,
e considerati questi particolari dovrei optare per:
Il fatto che tu mi stia insultando, oltre a quello che sei
pi intelligente, pi capace di esprimerti, pi calma e pi
realizzata, oltre ad avere tutti i capelli e un appartamento
e un lavoro di cui t'importa perfino qualcosa mi frustra
cos tanto che adesso devo sopraffarti fisicamente, perch
 l'unico ambito della vita in cui mi sembra di essere in
vantaggio. Comunque lo si traduca, per, non  niente
di cos crudele o persistente. Stando alla mia esperienza,
la sofferenza fisica  pi transitoria della sofferenza emotiva.
Le parole, invece, creano danni duraturi. Non c'
modo di rimangiarsele. Non del tutto.
6) Una volta ho preso ripetutamente a pugni in faccia
un suo fidanzato perch lei mi aveva detto che la picchiava.
Anni dopo mi ha confessato di esserselo inventato
perch era arrabbiata con lui. Che poi  morto in un incidente
d'auto prima che potessi scusarmi. Un'altra volta
c'era un coglione in un bar che faceva il coglione con lei,
e io gli ho detto di piantarla. Lui l'ha fatto, pi o meno, e
mentre tornavo al tavolo lei  corsa da me dicendo: Tal
dei tali dice che non hai le palle per menarlo. Ero pi
giovane (stupido) ed ero ubriaco (stupido al cubo) e avevo
un senso della fedelt canino, tutte cose che lei sapeva,
perci di sicuro avr pensato che la mia reazione sarebbe
stata una qualche variante di Ah, si? E infatti. Mi sono
girato e sono tornato da quello, gli ho dato un colpetto
sulla spalla e poi un pugno sull'orecchio, eccetera. Questi
sono solo due dei circa quaranta episodi di violenza avvenuti
nella mia vita e da lei in qualche modo istigati, che
se i miei calcoli sono esatti fanno pi o meno il cinque per
cento del totale. La mia domanda  quindi: come pu una
persona che pi di una volta si  approfittata di quella che
io considero gentilezza fraterna protestare quando poi la
stessa attenzione viene rivolta verso di lei?  sbagliato
da tutti i punti di vista.
7) Me lo stava letteralmente chiedendo. Dopo che l'ho
minacciata mi ha aggredito strillando: - Perch tu ti senti
tanto un grand'uomo, eh? E adesso cosa fai, grand'uomo,
mi picchi? E allora picchiami, forza. Picchiami. Picchiami.
Picchiami, brutto stronzo pezzo di merda.
- Vorrei, - ho detto io. - Ma proprio tanto.
- E fallo, brutta testa di cazzo. Sei uno stronzo di trentenne
fallito, e sai un'altra cosa, stronzo di trentenne fallito
del cazzo? Aveva ragione la mamma, tu sei solo un
pezzo di merda violento.
L'antefatto di quest'ultima frase  che quando nostra
madre stava per morire ci chiam uno alla volta nella stanza
d'ospedale per un'ultima chiacchierata faccia a faccia,
l'ultima opportunit di dirci tutto quel che potevamo ancora
dirci. Mia sorella venne chiamata per prima, e io e
mio fratello aspettammo in corridoio discutendo a bassa
voce di Jennifer, una delle infermiere. Io gli dissi che era
cos carina che mi veniva voglia di vederla nuda, e poi di
farci sesso. Lui con un sacco di parole disse che avrebbe
voluto fare le stesse cose, al che io gli dissi di piantarla,
ma lui non lo fece, allora ci mettemmo a litigare. Dopo
una decina di minuti che litigavamo usc mia sorella con
l'aria abbastanza sconvolta, allora andammo da lei e facemmo
del nostro meglio - quindi non il massimo - per
consolarla, poi le chiedemmo com'era stato. Ci rispose
che le cose che si erano dette erano private, ma che tutto
sommato non era stato niente di speciale, un sacco di
Ti voglio bene e Scusa e insomma stringi stringi una
specie di addio commovente. - Pesante, - dissi io. - Mi
sa che dovr fare sesso non protetto con Jennifer, per reggere
'sta cosa -. Mentre allungavo la mano verso la porta
mi girai verso mio fratello e aggiunsi: - Mi sa che dovr
pure succhiarle le bocce...
- Mamma vuole parlare con AJ, adesso, - disse mia
sorella.
- ... gliele lecco per benino. Eh?
- Mamma vuole parlare con AJ, adesso, - ripet lei.
- Va bene, - mentii. E dopo che io e AJ ci fummo
scambiati un fin troppo drammatico cenno della testa, lui
entr nella stanza e si chiuse la porta alle spalle. Ovviamente
la cosa mi infastid un pochino perch avevo pensato -
secondo me l'avevamo pensato tutti, dopo che Jackie era
stata chiamata per prima - che saremmo andati in ordine
di nascita, ovvero che il successivo sarei stato io, visto che
ero stato il successivo a uscire da nostra madre, peraltro
nel modo giusto. Di testa. Perci essere saltato mi bruci.
Ma vabbe', sono un adulto - bevo il caff e via dicendo -
e so anch'io mostrare un minimo di garbo, ogni tanto. E
cos feci. Aspettai in silenzio nel corridoio con mia sorella,
e poi in silenzio accanto alla macchinetta delle bibite accanto
a un latinoamericano con i pantaloni della tuta rossi
dei Rangers, un po' meno in silenzio nel bagno degli uomini,
e poi di nuovo in silenzio con mia sorella. E quando
finalmente AJ usc fui il primo ad andare li e stringergli
le spalle e scuotere la testa e dire cose tipo Dura, eh? e
 davvero difficile e Comunque sia...
- Con te non ci vuole parlare, per il momento, - disse
mio fratello.
- Certo, - dissi io. - Come no.
- Sul serio. Dice che  troppo stanca.
- Be', e quand' che mi vorrebbe parlare?
- Che ne so. Tipo domani, magari?
Pensai stesse scherzando, ma dopo un botta e risposta
aggressivo me ne feci una ragione.
Mia madre continu a essere troppo stanca per parlare
con me un altro paio di giorni, e io perlopi gestii la cosa
in modo comprensivo, paziente e maturo, tranne una volta
che gi al Wharf tirai un pugno sull'hamburger di uno.
Il terzo giorno, mia madre se la sent di parlare con me.
- Ti prego di non metterti a piangere, altrimenti non
finiamo pi, - disse. - Ti prego. Diciamoci quel che dobbiamo
dirci e basta. Okay?
- Okay, - dissi, piangendo.
- Okay, - disse lei.
- Comincio io?
Chiuse gli occhi e fece si con la testa.
- Okay, - dissi. - Esattamente cos' che dovremmo
dirci, adesso?
- Qualunque cosa tu senta di dover dire.
- Okay, - dissi. - Allora, cio, non  cos importante n
niente, per non ha molto senso che tu abbia scelto di far
venire qui AJ prima di me. Voglio dire, il secondo a nascere
sono stato io, e lui l'ultimo, tra l'altro col cesareo, per cui...
e poi ho dovuto aspettare cos tanto che mi sono innervosito,
ho pensato che magari non riuscivamo pi a parlare e ho
tirato un pugno a un distributore degli asciugamani di carta
e poi a un tizio gi al bar e... Sei ancora sveglia?
- S, - disse lei. Ma gli occhi rimasero chiusi.
- Be'?
- Non lo so perch, - disse. - C' qualcos'altro che
vuoi dirmi?
- Che ti voglio bene? - E mi misi a singhiozzare.
- Basta? - chiese lei.
- S, - dissi. - Basta.
Lei pizzic il lenzuolo fra il pollice e l'indice, poi lo lasci
andare. - Quindi non devi lamentarti di me come
madre n niente?
- No, - dissi. - Sei stata una mamma fantastica. Non
potevo chiedere di meglio. Ho avuto un'infanzia bellissima.
Lei annu e mi strizz la mano. - Okay, - disse poi. - Be',
io una cosa che vorrei dirti ce l'ho.
- Va bene, - dissi io. - Che cosa?
- Una volta mi hai tirato un libro. Eri tornato a casa
dall'universit, ed eri arrabbiatissimo con me per qualcosa,
e mi hai tirato un libro in testa.
Io non me lo ricordavo assolutamente. Mi chiesi se non
fossero di nuovo gli antidolorifici a parlare.
- Ti ho preso? - dissi.
- No. Mi sono abbassata ed  finito contro il muro.
- Caspita, - dissi. - Proprio non me lo ricordo Ci
fissammo sbattendo le palpebre. - Sinceramente, - dissi,
scuotendo la testa. - Non me lo ricordo.
- Be', io s, - rispose lei. - E te lo dico perch non voglio
che tu sia mai, mai pi violento con una donna. Non puoi
essere violento con le donne, Alby. Me lo devi promettere.
- Okay, - dissi. - Prometto.
- Prometti cosa?
- Prometto che non sar violento con le signore.
- Mai pi, - disse lei.
- Mai pi, - dissi io. - Non sar mai pi violento con
le signore.
- Okay, - disse lei, e mi accarezz un po' la mano, dandole
un colpetto e una strizzatina. Poi disse che era stanca
e mi chiese di andarmene. Mi alzai, le diedi un bacio sulla
fronte e raggiunsi la porta.
- Davvero non me lo ricordo.
- Ti credo, - disse lei. - Adesso spegni la luce, per favore.
- Okay, - dissi, e schiacciai l'interruttore.
Appena chiusa la porta corsi da mio fratello e mia sorella
e gli raccontai tutto quanto, dopodich chiesi se loro
di quella cosa si ricordavano. Mia sorella disse di no, ma
che una cosa del genere potevo averla fatta, e io le dissi
piantala di dire stronzate.
Mio fratello disse che a lui una cosa del genere sembrava
di ricordarla, che forse gliel' aveva raccontato lei una
volta al telefono. Insistetti per farmi dare qualche dettaglio,
l sul momento e da allora in diverse altre occasioni,
ma l'unica cosa che mi ha mai detto - anni dopo, davanti
a delle birre e a una bottiglia di bourbon, quando sono diventato
davvero pressante -  che ci sta che sia successo
perch all'epoca ero al culmine della mia fase stronza. Poi
 rimasto in silenzio e guardando nel vuoto ha aggiunto:
Il primo, di culmine.
Lei mor di l a poco, e dopo essermi rastrellato il cervello
per anni alla fine ho trovato un qualche vago ricordo
dell'episodio. Niente di concreto, solo io seduto al tavolo
della cucina con un libro aperto, lei in piedi davanti a
me, tutti e due che gridiamo. Basta. Ovviamente pu essere
stata una delle mille volte che ci siamo gridati addosso
in cucina, o magari  una cosa inventata di sana pianta,
che mi sono immaginato per reazione a tutto questo. In
entrambi in casi, comunque, io ci credo. Quel libro devo
averlo lanciato. Per forza.
E adesso mia sorella stava usando la faccenda del libro
contro di me, e questo perch pensava, giustamente, che
mi avrebbe fatto male. La risposta migliore che mi  venuta
 stata: - Ma impara a usare la lavastoviglie, deficiente
Lei ha sogghignato scuotendo la testa. - E poi, - ho aggiunto,
- piantala di lasciare sul lavandino le tue cazzo di
doppie punte quando ti tagli quei capelli da lesbica perch
 una cosa schifosa, proprio come la tua forfora.  meglio
se ti compri un antiforfora serio, perch l'aceto di mele
non sta funzionando, fricchettona del cazzo. E piantala
di buttare nel cestino del bagno la tua merda di carta igienica
imbrattata di sangue dopo che ti depili quelle gambe
del cazzo, perch poi quella cogliona di Sparkles fiuta il
sangue e rovescia il cestino e si mangia la roba. Okay? E
poi comunque alla gente non va di andare in bagno e vedere
la tua cazzo di carta igienica imbrattata di sangue nel
cazzo di cestino. Quindi vaffanculo.
Lei mi ha insultato un altro po', cos a un certo punto
le ho fatto il verso con la voce di quando le faccio il verso.
Le ho detto: - Ecco, sono te: Sono troppo occupata
a fare il mio importantissimo lavoro artistico per pensare
agli altri e pulire dove sporco e quindi lascio la mia merda
su ogni superficie piatta che trovo, cos gli altri non possono
nemmeno mangiare a tavola senza prima spostare la
mia merda. Ah, e sono anche una troia imbecille. Ecco,
troia imbecille, tu sei cos.
L lei ha cominciato a spintonarmi fuori dalla porta urlando:
- Vattene! Vattene! Vattene, cazzo! - E non scherzo
se vi dico che  davvero forte e quasi mi butta fuori, e io
nemmeno stavo facendo tanta resistenza, quasi me ne andavo
spontaneamente, dopodich ho pensato: No, te ne
vai tu. Mentre mi dava un altro spintone l'ho presa per
la maglietta, e sinceramente  stato uno di quei casi in cui
sono pi forte di quel che penso, perch lei  tipo volata
per aria atterrando di schiena. Siamo rimasti scioccati entrambi,
probabilmente pi io. Lei subito si  rialzata ed 
partita all'attacco, tirando pugni a destra e a sinistra (aggiungere
alla lista: 8) Mi ha picchiato prima lei), ma senza
combinare molto se non farmi indietreggiare di qualche
passo nella cucina. Poi si  fermata a valutare i danni, e
io l'ho guardata con un ghigno. Allora  ripartita, sempre
sbracciandosi come una pazza, io ho parato quel che potevo
e poi l'ho spinta via. Quand' tornata alla carica la
terza volta le ho mollato un pugno di forza media in mezzo
al petto che  tipo slittato sulla tetta destra e atterrato
in pieno sulla sinistra, spingendola di schiena contro lo
sportello della lavastoviglie, che era ancora aperta e con
un sacco di spazio libero per le pentole e le padelle. C'erano
per anche alcuni utensili, nel coso per mettere gli
utensili, tra cui un coltello con sopra mi pare del formaggio
spalmabile, e lei rialzandosi l'ha afferrato. Mi sono girato
e sono corso via. Appena uscito di casa, l'ho sentito
sbattere contro l'interno della porta sul retro.
Ci siamo evitati per il resto della serata e quasi tutto
il giorno dopo, finch nostro padre non  tornato a casa
dal lavoro straimbottito di Ritalin e si  messo a fare lo
stronzo, anche se i dettagli non me li ricordo e non importano.
Quello che importa  che condividere la sofferenza
pu creare un senso di solidariet - magari falso, di sicuro
temporaneo - cos ci siamo coalizzati contro di lui finch
non  scappato di sopra in camera sua a giocare a Sudoku
o a qualche altra cagata sul computer. Poi io e mia sorella
siamo rimasti alcune ore al tavolo di cucina a tracannare
tutto l'alcol rimasto in casa, giurandoci fedelt reciproca,
promettendoci di non farlo mai pi e ripetendoci scusa,
scusa. Scusa tantissimo.
 
PICCOLE COSE.

Ho incrociato le braccia. Le sentivo grosse, capaci di
tutto. Sollevare, trasportare, scavare, somministrare Pcp
alle mucche per farle imbizzarrire con inattesa e tremenda
violenza, qualsiasi cosa. Impacchettare regali con la
carta velina e far saltare i denti dalla bocca dei cristiani,
dipingere le cose di rosa e piantare erbacce perch tutti le
trattano male. Pompare aria nelle ruote delle bici, pompare
benzina, pompare in palestra, infilare la spesa nelle
buste e far saltare i sassi sullo stretto di Long Island fino
al Connecticut. Rompere le uova con una mano sola e piegare
la biancheria. Spingere l'auto guasta del mio vicino
messicano il gioved mattina per evitare le multe quando
puliscono le strade e lanciare il cellulare a un amico che
deve fare una telefonata importante a sua madre. Aprire
tutti i barattoli per tutte le signore. Aiutare. Mi andava
di aiutare. Mi sentivo in grado.
La prima cosa che ho fatto  stato pulire il microonde.
Sono partito da l. A volte ci riuscivo, a volte erano altre
volte. Ho visto coi miei occhi gente crollare, piangere,
accasciarsi, uccidersi, finire uccisa o invecchiare. Ho visto
gente perdere i capelli, la testa, la patente. Mio padre
ha perso la vescica per colpa della dieta Nutrisystem. Cosa
potevo fare? Ho lavato il pavimento della cucina, fatto
due passi, visto un coniglietto morto con in mezzo il
segno di una ruota di bicicletta. Mi ha ricordato un mio
amico, Nicky Mastro, che aveva le gambe pelose e amava
i fuochi d'artificio. Un'estate becc la fidanzata a tradirlo,
part di corsa dalla porta di casa sua verso Vanderbilt
Boulevard e si butt sotto una station-wagon con due
bambini seduti dietro.
Ho visto al 7-Eleven una vecchietta in camicia da notte,
con delle muffole rosse ai piedi e le vene azzurre sulle
caviglie. Ho comprato delle patatine. La gente si sposava.
Comprava casa e comprava mobili e si fidava dello Stato
e ingrassava. C'era un senzatetto con i capelli lunghi, una
giacca di pelle nera, pantaloni verdi tagliati a mezza coscia
e un disturbo mentale che cercava di smaltire camminando,
come un infortunio sul campo da baseball. Camminava,
camminava, camminava sempre. Era abbronzatissimo. In
zona lo chiamavano l'uomo da un milione di chilometri
nei piedi. Gli ha sparato la polizia una volta che non si 
fermato a rispondere alle loro domande.
Ricordo me seduto davanti con mio padre sul suo diesel
dopo una cena al Roy Rogers. Dietro c'era mio fratello.
Due auto davanti a noi un'auto sterz a sinistra, poi sterz
l'auto dopo, poi quella dopo, finch quella subito davanti a
noi non sterz. Alla luce dei fanali vedemmo tre cagnolini
rotolare fuori da sotto la macchina, ci sporgemmo verso
di loro mentre mio padre frenava, li aggirava, li superava
e accostava. Sul bordo della strada due di loro sembravano
a posto, solo che erano morti. Il terzo sanguinava, non
si capiva esattamente da dove, di sangue ce n'era un sacco,
ma continu a respirare per qualche minuto, per poi
smettere e morire nell'arancione intermittente delle quattro
frecce di mio padre.
La gente mangiava vitello. Uscivo con una ragazza cattolica
cicciottella che mi diceva che i genitori non l'avevano
mai toccata, che da bambina voleva cos tanto essere
toccata che era contenta quando a scuola facevano i controlli
per i pidocchi e la scoliosi. Alle superiori conoscevo
uno che raccontava a tutti di avere un cucciolo d'elefante;
anni dopo uccise la matrigna sbattendole in testa un
barattolo di minestra stelline e pollo. Ho visto gatti, cani,
opossum, procioni e scoiattoli, una volpe, un canguro, un
orso, cervi, conigli e uccelli, rospi, topi e topi di fogna e
serpenti con le budella di fuori, le interiora all'esterno, la
testa spappolata e morta sul ciglio della strada sotto il sole.
A mia madre  venuto il cancro.
Tornavo a casa, le tenevo la mano, le premevo il pulsante
della morfina, le facevo le unghie e le sprimacciavo
i cuscini, le lavavo i denti e le svuotavo la sacca per il
piscio. Le compravo animali di peluche e liquirizia e cannucce
lunghe per poter bere il succo dal letto. Lei perlopi
dormiva e vomitava. La stanza d'ospedale era rumorosa.
Si sentivano un sacco di gemiti, letti che cigolavano, i bip
delle flebo continue, infermiere che andavano e venivano
e ridevano e chiedevano, come si sente su una scala da
zero a dieci, dove zero  nessun dolore e dieci  il dolore
peggiore che ha mai provato? Dodici.
Dopo tre mesi cos io e mio fratello stavamo guardando
la flebo di Dilaudid, ascoltavamo lei che biascicava au au
au nel sonno, quando i suoi occhi si spalancarono, poi si
spalancarono di pi, poi si richiusero in un lentissimo battito
di palpebre intorpidito dai farmaci. Poi butt il lenzuolo
per terra, si sollev la camicia da notte sulla testa.
- Basta con quest'acqua di merda.
Le dissi: - Vuoi che ti prendo una Coca alla macchinetta?
- Perch state cercando di ammazzarmi?
- Non  vero.
- Ti rendi conto che sono sdraiata qui tutta nuda?
- S.
- E sei contento di vedere tua madre tutta nuda?
- Non tanto.
- Allora vattene.
Rimanemmo l seduti senza sapere cosa dire o fare, dove
guardare. Lei url che aveva del sale sulle gambe, qualcosa
sui controllori e sulle procedure e non toccate la mia forchetta
antica. Si strapp le flebo dalle braccia, il catetere
venoso dal petto. Il sangue schizz per aria. La afferrai
mentre mio fratello correva alla sala infermiere in fondo
al corridoio, gridando. La tenni ferma per i polsi; non fu
difficile, non mangiava pi, a quel punto sar stata trentotto
chili. Quando smise di contorcersi si accasci su s
stessa e cominci a piangere. Le dissi: - Mamma, - come
fosse una domanda.
Pi tardi, dopo che l'avevano legata al letto, bendata,
imbottita di qualcosa abbastanza forte da farla svenire,
dopo che le avevano rimesso le flebo nei piedi cos non ci
arrivava, dopo che avevamo chiamato nostro padre e mentito
dicendo che andava tutto bene e poteva prendersi la
notte libera, ci fumammo un paio di sigarette fuori, con
un barelliere che si era bruciato una mano con la glassa
di un tortino alla cannella, e decidemmo che avremmo
fatto la notte tutt'e due. Tornati nella stanza, dopo essere
rimasti a guardare per mezz'ora il Dilaudid che gocciolava,
senza parlare, solo ascoltando nostra madre che biascicava
au au au nel sonno, mi girai verso mio fratello e
gli dissi: - Be', la vagina  conciata molto meglio di quel
che pensavo.
Lui ci pens un secondo, poi fece s con la testa.
Venne a morire a casa. Dall'hospice mandarono un letto,
l'attrezzatura, scatole di medicine, e un medico donna che
ci disse da uno a tre giorni. La sistemammo nello studio,
sotto il ventilatore da soffitto a cui mia sorella aveva legato
delle piccole libellule di vetro con dello spago. Sembrava
che a mia madre piacesse guardarle volare in tondo per la
stanza, ma a me no. Diventai bravo a stuccare, mi colp
la resistenza alla decomposizione delle gomme da masticare,
mandavo gi i suoi Tavor come fossero aspirine. Le
dissi che mi sarebbe mancata, che odiavo il suo corpo per
essersi ammalato, che avrei voluto prendere per il collo
dio o il destino o l'universo perch la lasciasse in pace. Lei
rideva di me. Dalle piaghe da decubito le usciva un liquido
che puzzava da morire. Io, mio fratello e mia sorella a
turno le cambiavamo bende e lenzuola, bevevamo il suo
Valium in gocce e giocavamo a uno. Guardavamo nostro
padre che la guardava morire, imparavamo dal dolore sul
suo viso ogni volta che entrava nella stanza. Non resisteva
mai pi di dieci minuti. Venne un prete a darle l'estrema
unzione e io gli feci lo sguardo pi cattivo che avevo. Mi
chiese se volevo la comunione e io gli feci lo sguardo pi
cattivo che avevo ma diverso, e me ne andai. Una settimana
dopo torn il medico donna, disse di nuovo da uno
a tre giorni. Per tirarci su, io e mio fratello ci scrivevamo
messaggi su dei tovagliolini marroni:
Non hai paura che dal cielo mamma veda i tuoi pensieri
da gay?
No. E tu non hai paura che le venga la vista a raggi X
e nella pancia della tua ragazza veda i testicoli che non le
sono scesi?
La ragazza in questione, Tara, quel giorno venne da
noi e si ferm come se fosse una di famiglia, poi ci prepar
per cena un pollo. Mentre ci sedevamo a mangiarlo
mio fratello disse che i piatti dovevo lavarli io. Gli dissi:
- Stai scherzando? - Disse di no. Gli spiegai che i piatti
io non li lavavo se lui prima non puliva dal cesso gli
schizzetti di merda del suo fottuto intestino irritabile.
Gli venne la faccia rossa. Dissi: - Mi sa che vuoi picchiarmi.
Se lo fai, ti pianto questa forchetta in testa -. Poi'
presi un boccone di pollo - che era proprio buono - e
lui me lo fece volare di bocca con un pugno. Mi centr
la mandibola in pieno. Rimasi cos scioccato che per due
secondi buoni non feci niente, e nemmeno gli altri. Poi
gli saltai addosso, lo strozzai, gli sbattei la testa sul ripiano
accanto al fornello. Lui cominci a sanguinare da
qualche parte fra i capelli, la sua ragazza cominci a tirare
i capelli a me, e mia sorella si infil tra noi a forza.
Mi sa che si prese pure un paio di sberle volanti, prima
che tutti cadessimo sulle bottiglie di birra vuote sopra il
termosifone. Mio padre arriv di corsa dondolando come
un gorilla, e url qualcosa che non capii perch Tara
mi stava piantando le unghie nelle orecchie.
Nel vialetto fuori ripresi fiato, fumai una sigaretta, pestai
un disco di ghiaccio che si era formato nel coperchio
capovolto di un bidone della spazzatura verde, tremai.
Di l a qualche minuto usc mia sorella con la mia giacca
e mi chiese se stavo bene. Le dissi di s e le chiesi se mio
fratello stava bene. Disse che in testa aveva un bel taglio
ma sembrava stesse bene. Per la prima volta dopo tanto
tempo provai sollievo, come se avessi appena scopato o
pianto o mollato un lavoro. Prendere un pugno in faccia,
dare un pugno in faccia, ti fa star bene. Camminai
fino al molo e per un po' guardai le barche, poi andai al
ristorante messicano dietro l'angolo a bere Budweiser.
Venti minuti dopo arriv mio padre, dicendo che aveva
seguito le mie impronte nella neve. Gli chiesi se voleva
un cicchetto o qualcosa. Disse: - Se comincio a bere ora,
non mi fermo -. In quel momento mi chiam mio fratello al telefono.
Disse: - Ehi.
Dissi: - Ehi.
- Davvero, mi hai piantato la forchetta in testa?
- No.
- I piatti li lavi?
- S, li lavo.
- Bene.
- Mamma  ancora viva?
- S.
- Bene.
Mor una settimana dopo. Io trovai lavoro a sventrare
case.
Ero in coppia con un tizio interessante che fumava della
roba dalla stagnola; aveva avuto un'infanzia difficile e
adesso aveva un'et adulta difficile per tutti gli altri. Un
giorno che stavamo staccando piastrelle di vinile da una
cucina mi disse che una ragazza di ventotto anni che conosceva
stava lavorando ai magazzini Lord & Taylor quando
le era scoppiato il cuore. Me lo disse proprio cos, piatto,
senza un briciolo di rabbia. Gli dissi che una quindicenne
di Bayport si era messa davanti a un treno della Lirr facendosi
investire.
- Quello l'avevo sentito, - disse lui. - Ha trascinato il
cadavere per un chilometro.
Poi: due ciclisti morirono investiti da una macchina sulla
Sunrise Highway e un ventenne mor di overdose a un
isolato da casa nostra. Sua figlia aveva tre anni. Ogni anno
almeno due persone annegano nel lago Ronkonkoma e
migliaia di rospi annegano nelle piscine. Il fratello minore
di una cara amica mor ammazzato in Iraq, una ragazza
davvero carina che avevo conosciuto a San Francisco una
sera and a dormire e non si svegli pi, e a un tizio che
conoscevo e che non aveva l'assicurazione sanitaria
diagnosticarono la sclerosi multipla. Al ristorante dove lavorava
furono cos gentili da organizzare una raccolta fondi, tirando
su pi di ottomila dollari. A lui ne diedero seicento.
Qualche settimana dopo andai a pranzo con la mia famiglia,
chiesi a mia sorella come stava dopo la cosa di mamma.
Lei mi guard e basta, fregandosene degli occhi umidi.
Feci la stessa domanda a mio padre. Lui indic mia sorella
e basta, come a dire: sto cos. Mio fratello scroll le
spalle. Dissi che io stavo benino, e forse era anche vero,
e che li avrei aiutati, se avessi saputo come. Arriv la cameriera,
vestita tutta di nero grembiule compreso, mi disse:
- Signora, signore... signora Le dissi: - Ho la faccia
da donna? - Lei balbett delle scuse, disse che non aveva
guardato bene, il che era un po' strano perch parlando
evitava di guardarmi. Non mangiai molto, assaggiai giusto
le patatine fritte e bevvi l'acqua col ghiaccio mentre
loro mangiavano e litigavano sul testamento, sui soldi. Io
dei soldi non sapevo bene cosa pensare, se non che non mi
andava di litigare per quello. Non siamo una famiglia da
dessert, per ci piace il caff nero. Avevo quasi finito la
mia tazza quando mia sorella disse che era andata al cimitero
e aveva mangiato un po' d'erba dalla tomba di nostra
madre. Mio padre tir fuori il portafoglio.
Quando tornammo a casa c'era un uccellino nel vialetto,
fermo l, senza piume. Era minuscolo. Con la pelle quasi
trasparente. Ci fermammo intorno a guardarlo. Dissi:
- Vado a prendere qualcosa per mettercelo dentro, - e mi
incamminai verso casa. Mio padre disse che forse era meglio
passarci sopra in retromarcia.


SE P, ALLORA Q.

Mentre stava risolvendo un'equazione alla lavagna, il
mio professore di matematica di quarta superiore, McGar,
fece cadere il gessetto, che si frantum sul pavimento. Lui
guard i pezzi per qualche istante, poi si gir verso di noi
e disse: - Da bambino catturavo i bombi con un retino da
farfalle. Quando ne prendevo uno lo mettevo in un barattolo
capovolto, poi infilavo sotto il bordo del barattolo un
fazzoletto di carta imbevuto d'alcol, cos il bombo perdeva
i sensi. A quel punto gli legavo con molta attenzione
un filo intorno al collo, e di l a qualche minuto il bombo
si svegliava, e io lo tenevo al guinzaglio -. Poi and alla
finestra e guard fuori, oltre il parcheggio pieno di macchine
tutte simili.
Insomma all'universit studiai matematica fino a quando
non tentai, usando il modus tollens, di dimostrare a Kate
Damon che doveva mettersi con me. Non funzion e io capii
che la matematica non mi avrebbe procurato ci che volevo,
cos mollai e mi misi a bere un sacco di well whiskey
in un bar dietro l'angolo del palazzo dove c'era l'appartamento
da cui poi sarei stato sfrattato. I soldi finirono in
fretta, e pi per noia che per abitudine continuai ad andare
al bancomat a controllare se sul mio conto non si sa come
apparivano dei soldi. Non successe mai, cos imparai un
po' di spagnolo base e passai ore a fare le ombre cinesi davanti
alla telecamera del bancomat. Diventai pure bravino.
So fare il cane, il coniglio, la lucertola, l'elefante, il falco
e l'aquila (cambia la posizione dei pollici). So fare l'asino,
lo scoiattolo, la mucca, il cobra, il cavallo e il maiale. Mi
viene bene anche il topo e gli faccio dire ee ee ee, poi faccio
anche me stesso che mi dice: Eh? Non ti sento, ma'.
La mamma, che  la mia mano sinistra, gli chiede: Che
succede, Alby?
La mano destra fa: Le piccole cose, ma', le piccole cose.
Non si fermano mai.
Perch sei cos arrabbiato?
Non lo so, ma'. Non lo so.
- Chiedo scusa, - disse una voce dietro di me. - Mi
serve il bancomat.
Non risposi, mi ficcai le mani nelle tasche dei pantaloni
e me ne andai pensando a cosa fare dopo.
 
STUPRO NEL REGNO ANIMALE.

Io che feci, mescolai una scatoletta di cibo per gatti
con un dito di purea di mele, una compressa per l'acidit
di stomaco sbriciolata finissima, un uovo sodo e acqua
fino a ottenere all'incirca la consistenza della pappa d'avena
cotta. Lo feci perch cos c'era scritto su Internet.
C'era anche scritto, su Internet, di fabbricare un piccolo
mestolo ritagliando la punta di una cannuccia, di nutrirlo
ogni quindici-venti minuti fra l'alba e il tramonto, di non
mettergli mai direttamente in bocca dei liquidi altrimenti
potevi soffocarlo, di tenerlo al caldo, e che malgrado
tutti i tuoi sforzi al 90-95 per cento sarebbe morto, tanti
auguri. Viste le chance di successo, inizialmente non
gli diedi un nome. Dopo che era durato una settimana,
lo chiamai Gary.
Gary era, soprattutto, o almeno tanto per cominciare,
quasi trasparente. Sembrava un cuore di cane con una
testa d'uccello appiccicata sopra, un grumo col becco, e
una volta mentre lo guardavo da molto vicino per vedergli
meglio le vene che pompavano il sangue sotto la pelle
si svegli, mi morse il naso e attacc a cinguettare come
un pazzo. Gli feci ssst e gli diedi da mangiare finch non
smise di cinguettare come un pazzo e chiudendo gli occhi si
riaddorment. Allora stetti un po' li a guardarlo respirare,
per controllare che non fosse morto.
Una mattina, mentre controllavo che non fosse morto,
sentii bussare alla porta della mia stanza e vidi affacciarsi
la testa di mio padre col relativo toupet.
- Ti ho fatto la colazione, - disse. - Uova e pancetta.
- Pancetta non ne abbiamo, - dissi. - E nemmeno uova.
Quindi so che  una balla.
- Te l'ho fatta, - insistette lui, ma in realt non era vero
perch mi aveva semplicemente scongelato un panzerotto
pollo e formaggio che pensava fosse un panzerotto uova
e pancetta, e questo perch per qualche ragione aveva
buttato via le scatole e quei panzerotti, senza, sono tutti
uguali. Ma niente di tutto ci  importante. L'importante
 che quando mio padre che sta perdendo la testa vide
l'accrocco di Gary sulla scrivania, mi disse che la testa la
stavo perdendo io.
Forse era vero. A quel punto avevo abbandonato il nido
di pelucchi da lavatrice e cereali perch i pelucchi si
impigliavano alle piume neonate di Gary, optando invece
per degli asciugamani di carta appallottolati in un piccolo
cestino di Pasqua appeso con dello spago al manico di
un grande cestino di Pasqua. A scopo decorativo e profumativo
avevo appeso con delle molle fermacarta un po' di
pigne e ramoscelli, fissando poi sul tutto una grossa foglia
di quercia per ripararlo dalla lampada. Come tocco finale,
avevo comprato una grande G di legno in un negozietto
d'artigianato, e l'avevo dipinta di verde occhio di tafano
e poi incollata al manico del cestino grande.
- Cos', - disse mio padre con il sole che entrava dalla
finestra illuminandogli met faccia, - adesso sei impazzito?
Potessi tornare indietro, risponderei diversamente.
Mentirei, dicendo che sto benissimo, o farei una battuta,
oppure gli direi la verit, ovvero che tentavo solo di tirare
avanti. Che ero in crisi. Che - e so quanto pu sembrare
vuoto e sentimentale, perfino patetico - sentivo la mancanza
di mia madre in modo quasi anaerobico. Non riuscivo
a incamerare l'aria; un giorno misi letteralmente la
testa fuori dal finestrino della macchina, aprendo la bocca
per farcela entrare a forza.
- In che senso, adesso? - risposi.
La frase si pos in mezzo a noi come uno stupido dato
di fatto, e lui non pot fare altro che venire un po' pi
avanti per guardarlo meglio. Subito dopo si gir a guardare
meglio me, poi guard meglio l'accrocco di Gary.
- Senti, - dissi, -  indifeso e ha bisogno di me, e io ho
un debole per le cose indifese che hanno bisogno di me,
okay? Perci gli star accanto finch non muore o non diventa
un falco enorme che passa le giornate a volare qui
intorno mangiando procioni e cani e bambini piccoli, per
poi tornare a posarsi sul mio braccio e fare la cacca. Ho
gi ordinato il guanto - su Internet - perch il signor Gary
diventer il terrore di tutta la contea, dando la caccia ai
mammiferi e inchiappettandosi i gabbiani.
- Perch devi dire certe cose? - mi fece lui. - Sembri
scemo.
- S, - risposi, - me lo sento ripetere in continuazione,
ma il punto  che a dirmelo sono dei pezzi di merda che si
sbagliano. Per cui adesso te ne aggiungo un'altra, di cosa che
mi far sembrare scemo: in questo preciso istante, le cellule
staminali di Gary stanno generando bastoncelli e coni che
gli miglioreranno la vista, e quella vista lui la user per staccare
i cazzi a morsi quando fa buio. Nessun cazzo  al sicuro,
pap. E se non ci credi puoi anche toglierti dai coglioni!
Lui disse: - Calma, - come se fosse serio, e poi: - Certo
che sono in pericolo, - come se non lo fosse, e poi: - Sta
bene? - come se fosse di nuovo serio.
- Benissimo, - risposi. - Riesce gi ad alzare la testa
come niente. Guarda.
Ci avvicinammo tutti e due al cestino di Pasqua, io presi
un po' di pappetta con la punta della cannuccia e la piazzai
accanto al becco di Gary. - Tocca a te, fratello. Mangia
che diventi forte! - Ma Gary non si mosse proprio, nemmeno
quando gli diedi un colpetto sul becco con il cibo.
- Sei sicuro che  vivo? - chiese mio padre.
- S, sono sicuro che  vivo, - dissi offeso, puntando la
cannuccia. - Se lo guardi qui vedi che respira. Star sognando
cose da stuprare. E malato, questo. Un pervertito vero.
- Cristo, - disse mio padre. Part verso la porta, poi si
ferm e senza girarsi aggiunse: - Scendi quando hai fame.
- Ho fame adesso, - dissi. - Di colazione e di vendetta.
Lui scosse la testa e disse una parola sola: - Scemo, -
quindi tagli la corda e cal gi per le scale, facendo scivolare
la mano sulla ringhiera con un secondo di ritardo
su ogni passo - passo, scivolata, passo, scivolata -, cosa
che io so soltanto perch la sentii. Controllai che Gary
respirasse ancora, lo coprii con un asciugamano pulito e
glielo rimboccai, poi raggiunsi mio padre in cucina, dove
ci piazzammo uno accanto all'altro con in mano i panzerotti
tiepidi sopra dei pezzi di Scottex, senza rivolgerci la
parola. Lui non so, ma io avevo la testa piena di uccelli.
Tipo falchi. Assassini.
Pur non potendo sapere con esattezza quanto tempo
avesse Gary quando lo avevo trovato, mi feci l'idea che
le piume avessero cominciato a spuntargli con tre giorni
d'anticipo. Provai lo stesso orgoglio imbecille di quei genitori
che si vantano quando Bambino impara a rigirarsi o
a mangiare le banane o che ne so. Ogni cosa che faceva
- e anche qualcuna di quelle che non faceva - mi sembrava
un segnale di miglioramento. Ogni volta che mangiava o
non mangiava, dormiva o non dormiva, cinguettava o non
cinguettava, era sempre un motivo per festeggiare e fargli
i complimenti. Cos vederlo alzare la testa dal cestino di
vimini e guardarsi intorno sulla scrivania in un mattino
bianco luminoso mi riemp di gioia al punto che saltai gi
dal letto, ribaltando uno sgabello. S!, pensai, scuotendo
i pugni in aria. S!!! - Ti faccio fare un giro, fratello, -
gli dissi. - Questa  la mia cazzo di pinzatrice, vintage,
e queste sono delle matite in un barattolo. Ma tu di loro
non ti devi preoccupare. Devi preoccuparti solo di tre cose:
come volare, come cacciare e come scopare -. Battei le
mani e gli puntai un dito addosso. - E anche di come comunicare
con i tuoi amichetti uccelli, e di come staccare i
cazzi a morsi quando fa buio, per cui le cose sono cinque.
Meglio che ti attivi! Fu a quel punto che cominciai a mostrargli
su YouTube video di aquile che lanciavano capre
nei burroni e falchi in picchiata che mangiavano serpenti.
Una mattina gli stavo mostrando il filmato di un delfino
in erezione che violentava uno snorkelista, e Gary pieg la
testa, salt fuori dal cestino-nido sulla scrivania e mi fece
la cacca vicino alla boccetta di colla da legno.
- Concentrati, - gli dissi. - Questo  importante.
Verso le undici mia sorella annunci dalla porta che mi
era arrivato un pacco. Le dissi di entrare. - Sar la dote di
qualche ragazza che vuole farsi mettere incinta. Ho letto
non so dove che se ti infili il bianco d'uovo nella fica aiuti
gli spermatozoi a nuotare, funziona tipo slittino.
Lei allung il collo per leggere il mittente. - No, viene
da falcongloves.com.
- Meglio ancora, - dissi, prendendoglielo di mano.
- Adesso sparisci. Oggi io e Gary abbiamo un sacco di addestramento
da fare.
- Addestramento di che tipo?
- Be', - dissi, - in questo momento Gary sta attraversando
la pubert, e tra non molto potr gustarsi i frutti
dell'et adulta: volare qua e l, mangiare le bacche, far indossare
mascherine chirurgiche agli asiatici, quella roba li.
Abbiamo quasi finito di guardare i tutorial del mattino,
dopodich ce ne andiamo in gita sul prato davanti. Il nostro
Gary deve imparare a cavarsela nella natura, quindi
lo lascio saltellare nell'erba per un po'.
Lei tocc il cestino di Gary con la punta dell'indice, facendolo
dondolare come una culla. - Tutto qui?
- No. Magari lo metto anche sul ramo di un albero.
Ancora non so.
- Fico, - disse lei, spingendo di nuovo il cestino. - Voglio
darvi una mano.
La guardai in faccia tentando di misurarle la sincerit,
ma poi mi feci distrarre dai peletti biondi che aveva lungo
la mascella.
- Va bene. Ma se ti intrometti sei esclusa per sempre.
Non so nemmeno perch lo dissi. Escludersi a vicenda
per sempre avrebbe dovuto avere un qualche significato
ma non ce l'aveva, almeno non per mia sorella. Quando io
avevo sui dieci anni e lei tredici, dopo cena mi raccontava
le barzellette per farmi ridere cos forte che poi vomitavo.
Era un trucchetto che aveva scoperto per caso una sera,
quando la mia risatina era diventata un riso sfiatato, rantolante,
seguito da un colpo di tosse, seguito da tocchetti
di pollo masticati sul pavimento.
Quando si era accorta che il trucchetto poteva essere
ripetuto, si era messa a farlo cos spesso che io avevo cominciato
a perdere peso. La cosa andava avanti da un po'
di settimane, e le avevano gi detto di piantarla, le avevano
gi fatto promettere di piantarla, e l'avevano gi messa
in castigo, ma ogni volta lei la smetteva soltanto finch
i nostri genitori non abbassavano la guardia. Ero di sopra
nel letto a castello con le luci gi spente, quando di colpo
sentivo: Pssst. Pssssssssssst. Psst! Sapendo cosa stava
per succedere, cominciavo a ridacchiare, con mio fratello
che dal letto sotto bisbigliando la implorava di smetterla.
Non  una barzelletta, - bisbigliava lei. - Devo solo
chiederti una cosa importante.
Cosa, dicevo io.
Perch la scimmia  caduta dall'albero?
Piantala! strillava AJ, e bastava quello, il mio corpo
iniziava a sibilare e tossire e nel giro di un attimo oltre
la sbarra del letto pioveva a cascata un piatto di pasta,
mentre nostro fratello si rannicchiava nell'angolino del
suo, di letto, chiedendo aiuto in lacrime. Arrivava di corsa
mia madre con un flacone di Vetril e degli stracci, e urlava
a mia sorella che aveva il divieto assoluto per sempre di
raccontarmi le barzellette dopo cena. Lei concludeva la
battuta tre sere dopo, appena varcata la porta. Perch
era morta, diceva. Spaghetti.
E quel giorno, sul prato con Gary, and uguale. Ormai
eravamo adulti, ma le risate venivano ancora facili. Pap
era andato a comprare panini e bibite in un negozietto
ed eravamo tutti e tre seduti al sole a guardare Gary che
saltellava in mezzo a noi sull'erba come un rospo. Ce ne
stavamo stravaccati, appoggiandoci sulle mani e poi sui
gomiti e poi di nuovo sulle mani, strappando e lanciando
fili d'erba mentre ci raccontavamo vecchi aneddoti e-ridevamo,
ma ridevamo davvero, per la prima volta dopo
mesi. Mi faceva male la faccia. Stavo spiegando cos'avevo
scoperto sui pinguini gay teppisti che facevano le ammucchiate,
quando arriv in macchina AJ che veniva da
noi per un weekend lungo, e a quel punto ci mettemmo l
tutti quanti, a star bene insieme vicino ai boccioli di
tulipani che scoppiavano di viola. Indicando gli stami gialli
dissi i cazzi dei fiori, mentre Gary ci zompettava intorno
come una macchinina stupida. AJ non poteva crederci
che fosse ancora vivo.
- Che tipo di uccello , secondo te? - chiese.
- Un drago, - dissi. - O comunque un rapace.
- Un passero, - disse mio padre.
- Forse un falco pescatore, - dissi io. - Un assassino
di pesci.
- S, a me sembra un passero, - disse mio fratello.
- In effetti sembra un passero, - disse mia sorella.
- E voi sembrate dei coglioni che non sanno di cosa parlano,
- dissi io, - perch il passero  la Toyota Camry degli
uccelli: somiglia a tutte le altre macchine e tutte le altre
macchine somigliano a lei, a volte perfino le monovolume.
- Dici cose senza senso, - fece mio fratello.
- Invece no. Ford Taurus. Honda Accord. Mercedes-Benz...
Io non le distinguo.
- Si  nascosto le pillole di mamma in camera, - disse
mia sorella.
- Sono la mia eredit, - dissi. - Me le ha lasciate ufficialmente
quando voi non c'eravate, ma quel che sto cercando
di dire ora  che tante cose somigliano ad altre cose
senza esserlo. Per capire cos' Gary  troppo presto, e
comunque non ha importanza perch l'imprinting gliel'ho
dato io. Sono il suo tutore, confidente e mentore...
- Tu per me sei gay, - disse mio padre.
- ... e quello che gli sto dando  un esempio da maschio
alfa di pinguino-cigno-falco. Se faccio tutto per bene, diventer
capace di formidabili violenze sessuali e normali in
terra, mare, cielo, su ghiaccio e sui fili elettrici dei pali telefonici.
Penso a un giusto mix di trasgressivo e caruccio.
Identificazione e attacco. Ricerca e distruzione. Vero, Gary?
E in quel preciso momento il piccolo Gary mi balz sul
ginocchio e gir la testa in un modo strano, un po' tipo egizio,
e canticchi una cosa come: Pud, puti, puti... uuit,
uuit, uuit, uuit... uoc, uoc... uit, uit, uit!
E noi tutti a fare Oooh...
Pass un'altra settimana prima che Gary capisse come volare
contro i muri, poi miglior la mira e cap come volarmi
in faccia. - Piano con quelle zampe, - gli dicevo. Qualche
volta cerc anche di atterrare sul muso di Sparkles, che per
si spaventava e scappava nell'altra stanza. A me faceva
ridere: un bulldog obeso terrorizzato da un uccello non pi
grande di un mandarino. Ma tipo alla quarta o quinta volta
decisi che dovevano essere amici, per sicurezza, cos richiamai
indietro Sparkles e le piazzai davanti Gary per farglielo
ispezionare. Lei lo annus per qualche secondo, guard me,
lo annus un altro po', quindi gli diede una leccata. Oltre alle
pillole, io stavo bevendo quasi tutte le sere, perch avevo nel
cuore quella sensazione che senti nel cuore quando perdi una
persona che amerai per sempre, solo che quando Sparkles
fece quella cosa il cuore mi fece male in un modo completamente
diverso che non so spiegare, se non dicendo che
fu come un dente rotto. Quel gesto era troppo tenero, e mi
sentii attraversare tutto da un dolore squillante, elettrico.
- Merda, - dissi, asciugandomi gli occhi. - Accidenti a te
Poi cominciai a fare dei piccoli mugolii, come mia madre
verso la fine. Accarezzai un po' Sparkles, rimisi Gary nel
cestino e schizzai fuori dalla mia stanza e gi per le scale e
fuori dalla porta di casa e gi per gli scalini e nel prato, dove
mi tuffai sulla siepe che circondava la casa e me ne stetti a
pancia in gi per un po', finch mio padre non venne fuori
e trovandomi l mi chiese se era tutto a posto. - Dai che
mi stai facendo preoccupare, - disse. - Ma che ti prende?
- Niente. Avevo solo... bisogno di starmene dentro questa
siepe per un paio di minuti. Ora va meglio.
- E quanto pensi di rimanerci? Ho sentito Gary che
cinguettava. Posso dargli da mangiare io, se vuoi.
- Ah, - feci. - No. Tranquillo. Dammi solo una mano
a uscire da qui.
Senza aggiungere una parola - e gliene fui grato - mio
padre mi prese per le caviglie e tir forte, due volte, finch
non mi ritrovai fuori dalla siepe e a pancia in gi sul
prato. Spingendo sulle braccia mi alzai e lo ringraziai, poi
gli diedi una sberla sulla panza e corsi in casa e su per le
scale a dar da mangiare al mio uccello il quale vedendomi
entrare allung il collo come una tartaruga e apr la bocca
pi che poteva e si mise a cinguettare come un pazzo.
Stavo per dargli da mangiare, quando mio padre si infil
nella stanza e disse: - Voglio farlo io.
Lo guardai li, in piedi sulla porta, vestito tutto di jeans,
letteralmente col cappello in mano. Aveva gli occhi iniettati
di sangue, e dello stesso azzurro slavato di una marca
di detersivo per piatti che compro.
- Okay, - dissi. - Certo.
Si avvicin e gli allungai la cannuccia e gli diedi le istruzioni:
- Prendi un po' di pappetta qui sopra e gliela metti
davanti -. Lo fece, e Gary la divor, poi di nuovo e di
nuovo ancora, finch non fu sazio e stette zitto e torn
a dormire, al che ci sporgemmo sul cestino e lo guardammo
respirare, per essere sicuri che non fosse morto. Dopo
un po', pi a s stesso che a me, mio padre disse: - Bello.
Stavo facendo colazione quando mia sorella entr in cucina
trionfante e mi sbatt davanti la fotografia di un uccello
che a Gary non somigliava soltanto, era praticamente
identico: il color marroncino grigiastro con una leggera
sfumatura rossastra sulle piume delle ali e della coda; la
cresta rialzata e il becco conico color corallo; le piume pi
vaporose sotto e lo sguardo lascivo. Sotto la foto: cardinale
ROSSO, FEMMINA.
Non finii nemmeno il panzerotto.
Salendo le scale meditai un cambio di nome, ma poi
decisi di no perch magari cambiare i nomi portava sfortuna,
come con le navi, e in ogni caso Gary pensava che
sua madre fossi io, perci chissenefrega. Arrivando in camera
lo trovai che gironzolava sotto il mio letto vicino a
un calzino appallottolato che credevo perso per sempre.
- Perch stai sempre per terra? - dissi. - E il modo migliore
per farsi mangiare, cazzone. In pi rischi di farti
male a volare per la stanza sbattendo contro i muri come
una palla da squash. Mi sa che  ora di costruirti la voliera.
Per prima si studia.
Allungai la mano e Gary ci salt sopra. Lo piazzai sul
bordo dello schermo del portatile, quindi lessi tutto quel
che trovai, due volte. Tassonomia: Cardinalis cardinalis;
nome comune, cardinale rosso; distribuzione: Canada
meridionale, coste orientali del Nordamerica fino a Messico,
Guatemala e Belize, accidentale nelle isole Cayman,
che mi sembra un bel posto dove finire per caso, anche
se prendere il sole in topless  vietato dalla legge, I cardinali
rossi vivono perlopi ai margini di foreste, boschi,
campi e acquitrini, si nutrono a terra e amano mangiare
insetti stupidi ma anche frutta selvatica, bacche, avena e
semi. Bevono la linfa degli aceri attraverso i buchi fatti
dai picchi, classico esempio di commensalismo, cercatevi
la definizione. I cardinali rossi non migrano e non mutano,
quindi il piumaggio non gli diventa mai brutto, e rimangono
strafighi perfino nella neve. Fra i loro predatori
ci sono gufi e falchi, serpenti, procioni e scoiattoli, volpi,
ragazzini deficienti coi fucili ad aria compressa e ogni tanto
anche i vaccari, i genitori sfaticati del mondo aviario,
che depongono le uova nei nidi a coppa dei cardinali e poi
non ci tornano mai pi. Il cardinale rosso si accoppia per
la vita e non stupra nessuno. Tra i lati positivi c' che i
maschi sono estremamente aggressivi nel difendere il loro
territorio, al punto che spesso attaccano il proprio riflesso
sulle finestre rompendosi il piccolo collo rossiccio. Sono
cos fighi e stupendi da essere diventati l'uccello ufficiale
di sette Stati americani, che qui non elenco perch non
mi va. Quelli giovani, poi, sia i maschi che le femmine,
hanno un colore simile a quello delle femmine adulte fino
all'autunno, quando i maschi fanno la muta e tirano fuori
le loro strepitose piume da adulti.
Mi tolsi Gary dai capelli - ci era volato sopra - lo guardai
dritto nell'occhio sinistro, poi lo girai al contrario ma
non vidi niente. Allora lo misi sul tavolo e feci una ricerca
sul cazzo degli uccelli, scoprendo che solo poche specie
di uccelli hanno davvero il cazzo, e comunque retrattile.
Non so struzzi, em, casuari e kiwi, ma le anatre e altri
uccelli acquatici a volte scopano nell'acqua o vanno a fare
il bagno subito dopo, e avere il cazzo fa si che lo sperma
non si disperda nell'acqua. Il cazzo ce l'hanno a forma di
cavatappi, e le tubature delle anatre femmina sono fatte
di conseguenza. Il sesso che fanno viene definito coercitivo,
ovvero una specie di stupro, che  esattamente quel
che fa l'elefante al rinoceronte in un video che io e Gary
avremo guardato un centinaio di volte. Quello e un altro
dove un asino col cazzo viola in tiro ribalta un sudamericano
che sta cagando in un campo. Non  male.
La voliera la costruii fuori, nella veranda coperta, usando
una zanzariera che mia madre si era montata intorno al
letto senza un motivo, delle viti da cemento con la testa
esagonale e le pietre pi grosse che trovai. Una volta sistemato
tutto, io e mio padre facemmo un salto in un negozio
per uccelli a Sayville, dove comprai due casette e tre
trespoli che fissai sul muro esterno a diverse altezze, sopra
i due metri e sopra il metro. Poi trascinai fuori il ficus in
vaso e lo piazzai in mezzo perch Gary potesse imparare
a stare sugli alberi. Era una cosa che mi premeva, e non lo
avrei lasciato uscire finch non imparava ad alzarsi da terra
un po' pi spesso ed era in grado di nutrirsi. Le prime
notti non dormii bene perch avevo paura che si sentisse
solo o peggio, e la quarta notte portai fuori sacco a pelo
e cuscino e mi rannicchiai sul cemento freddo accanto al
suo cestino. Mi svegli lui all'alba con un atterraggio di
fortuna sulla mia faccia.
E and cos per una settimana circa. Raggiungemmo una
specie di punto morto. Da solo, Gary non si nutriva, non
andava nelle casette n sui trespoli n sull'albero. Passava
le giornate a saltellare sul cemento facendo i suoi piccoli
cinguettii e gorgheggi metallici, in attesa che uno di noi
gli desse da mangiare. Non sapevo cosa fare, ma gli lasciai
tempo e spazio per sviluppare un minimo di autonomia.
Io comunque mi sentivo in gabbia e fiaccato dalla primavera,
dopo sei mesi passati a smazzarmi la diagnosi di mia
madre, cinque a guardarla morire, due da quando poi l'aveva
fatto. Fuori, se non bene, si stava almeno meglio, e
pi aumentava il caldo, meno le ragazze si vestivano. Un
giorno, mentre pagavo un caff al 7-Eleven, lanciai una
mezza occhiata alla spalla da poco arrossata della donna
accanto a me, al bianco della spallina di reggiseno. I suoi
capelli avevano l'odore del cemento all'autolavaggio. Ci
volle tutto il mio autocontrollo per non premerle l'indice
sulla spalla scottata e guardarla da bianca ritornare rosa.
Cominciai a fare lunghe corse, cene con amici, bevute
dopo. Tra mia sorella e mio padre, in casa qualcuno c'era
sempre, e a tutti e due faceva piacere tener d'occhio Gary,
controllare se stava bene. E lui stava sempre bene, anche
quando io e Jackie lo portammo nel giardino dietro casa
per filmarlo mentre volava verso di me e mi atterrava sul
guanto da falconiere. L'idea era poi di aggiungere l'audio
di un'aquila crestata che strillava, o magari un condor delle
Ande. Facemmo tre tentativi, tutti falliti. La prima volta
mi vol contro il petto e cadde gi, la seconda nei capelli,
e la terza mi pass sopra la testa andando a posarsi su
un ramo di pino a cinque o sei metri da terra. Non voleva
pi scendere, e dovetti recuperarlo prendendo una scala
e un retino da granchi. Fu li che promulgai la Regola del
Guinzaglio: Gary non poteva pi uscire se non con un filo da aquilone legato alla zampa. Mia sorella cominci a
chiamarlo Tampax.
Verso la fine di quella settimana incontrai per caso una
mia ex al Wharf, era ubriaca e al momento giusto la portai
per mano nel parcheggio e alla mia macchina, dove ci
adagiammo sul cofano e pomiciammo freestyle qualche
minuto, per poi salire in macchina. Facemmo roba finch
qualcuno non ci punt i fanali contro e lei mi disse di
smetterla di fare quel che stavo facendo, ovvero sditalinarla
stile Distributore Automatico, che  come quando
cerco di tirare fuori il resto da un distributore automatico.
Io non smisi, e lei mi disse di nuovo smettila, al che io:
- Sei seria? - e lei: - Si, sono seria, - al che io: - No, - e
lei: - Smettila, - al che io: - Scusa? - e lei: - smettila! -
al che io: - Okkei -. E la smisi. Lei sfil il tallone dal
portabicchieri, e sotto c'era rimasta attaccata una monetina.
Decidemmo di andare a casa sua, dove la spogliai e la
sditalinai stile Vieni Qui - come a dire: Stavolta l'hai fatta
grossa, Vagina. Vieni subito qui! - per poi tentare un
Ribaltone, la mossa dove scambio velocissimo le dita con
l'uccello sperando che lei non se ne accorga, solo che lei
se ne accorse, e siccome non mi ero messo il preservativo,
siccome un preservativo con me non ce l'avevo, mi diede
uno schiaffo in pieno uccello, e io rimasi a guardarlo che
dondolava come un tergicristallo. Ripiegai sul Vieni Qui
il tempo necessario perch cominciasse a piacerle, dopodich
le feci un Calzascarpe - la manovra in cui invece di
fare lo scambio mi avvicino e lo lascio scivolare sotto tipo
calzascarpe - e funzion alla grande e lo facemmo non
protetto per un dieci-quindici minuti, poi io le venni fra
i peli pubici castano chiaro e l'ombelico, e mi addormentai
per non moltissimo perch mi svegli una telefonata di
mio padre alle sei. Anche cos intontito, capii prima ancora
di rispondere. - Arrivo, - non dissi altro, e misi gi.
Quando arrivai mi indic un buco nella zanzariera. - Verso
le cinque ho sentito Sparkles che abbaiava, - disse. - E
anche cinguettare. Ma quando sono arrivato in fondo alle
scale non c'era pi. Sar stato un gatto randagio o un procione
o roba del genere.
- Magari  uscito lui, - dissi. - Magari  scappato.
- Io non credo, ragazzo mio.
- Tu non  che devi credere. Devi aiutarmi a cercarlo.
E lo cercammo, setacciando il prato e la siepe e gli alberi
intorno alla casa, chiamandolo. Fischiettando, come
se fossimo felici.
Quel pomeriggio non mi ubriacai. Andai al centro commerciale
per un motivo che non ricordo, e lasciai scorrere
le mani sui vestiti appesi nei negozi di abbigliamento, e
presi le scale mobili, pulendomi le scarpe nelle spazzole
e guardando la gente in cagnesco. Finii nella zona ristoranti
e comprai una bibita alla spina, schiacciai quella
specie di bollicina sul coperchio che indica il contenuto
- cola, diet, rb, altro -, feci qualche sorso e la buttai in
un cestino della spazzatura troppo pieno mentre mi dirigevo
verso un negozio di specialit gastronomiche. Vagai
l dentro per un po', poi mi fermai a tastare pacchetti di
carne, facendo pensieri di ogni genere. Tipo che non ero
riuscito a renderlo abbastanza cattivo. Abbastanza aggressivo.
Abbastanza il giusto mix di impavido e pauroso. Che
l'avevo abbandonato. Che avrei dovuto essere l. Che ero
come quegli uccelli, i vaccari. Un uomo vestito tutto di
bianco coperto di macchioline di sangue chiese se poteva
aiutarmi. - No, - gli dissi. - Non pu.
Poi mi ubriacai. Ero seduto nella saletta di fondo del
Wharf a guardare le gocce di pioggia che zigzagavano a
scatti gi per i vetri. Al di l vedevo la Great South Bay, le
gocce che facevano quella cosa concentrica sulla superficie
blu-marrone dell'acqua intanto che passavano due cigni
reali. I cigni reali in Nordamerica sono una specie invasiva,
oltre che delle vere teste di cazzo di uccelli, cattivi e scorbutici.
Spesso li usano come guardiani per tenere lontane
le oche e altri uccelli d'acqua dalle propriet commerciali
e dai laghetti privati. Ma la loro aggressivit non si limita
all'acqua. Quando sono a terra non  raro vederli allargare
le ali e inseguire la gente per i sentierini o sui prati. Soffiano
e gridano. Ogni tanto ammazzano qualcuno, in un certo
senso, facendolo ribaltare dalla canoa o dal kayak e prendendolo
a beccate in testa finch affoga. Da piccolo li odiavo,
ma adesso li capisco. Funziona. I cigni reali prosperano.
Finii di bere e andai nel punto pi buio del parcheggio
e presi a pugni il finestrino di una macchina fino a sfracellarmi
la mano ma non il finestrino. Poi mi misi a camminare,
fra stradine silenziose e lucenti, pozzanghere che
sotto i lampioni sembravano piccoli soli. Arrivato a casa
non volevo entrare, cos mi sedetti sotto un acero nel giardino
incolto sul retro e ascoltai la pioggia che batteva sulle
foglie, aprendo e chiudendo la mano gonfia, cercando di
non piangere. So che era solo un uccello. Lo so. Ma era la
prima cosa bella che ci capitava da un anno.
Mia sorella  convinta che mio padre, nei fumi dell'alcol,
non abbia visto Gary per terra e l'abbia pestato, e che
poi abbia buttato il cadavere nel fiume. - Lo sai che  bugiardo, -
mi disse, piombando in camera mia e svegliandomi.
-  un bugiardo di merda che rovina tutto quello
che tocca, cazzo, e glielo far scrivere pure sulla tomba -.
Trov tutta una serie di buchi nella sua versione, mi indic
una macchia nella veranda e un'altra sotto la sua scarpa.
Mentre bevevamo il caff, mio fratello disse che molto
probabilmente aveva ragione lei, e immagino che con
tutta probabilit ce l'avesse. Ma io voglio concedere a mio
padre il beneficio del dubbio. Perch lui, pi di tutti noi,
sa cosa si rischia a mettere il cuore in qualcosa. Perch pur
sapendolo ce l'ha messo lo stesso. Il suo cuore  buono e
stupido come quello di chiunque. E poi molto probabilmente
 diverso da sicuramente; molto probabilmente
lascia un po' di spazio ad altre possibilit. Tant' vero
che in me, alla fin fine, ogni volta che vedo su un palo della
luce la foto di un animale smarrito, o una di quelle scritte
che passano sui cartelloni in autostrada quando rapiscono
un bambino, l'iniziale senso di solidariet lascia subito
spazio a una sensazione non esattamente brutta, come se
il mio stupido cuore facesse un sorrisetto, e allora immagino
Gary ma da adulto, che plana sulle correnti ascensionali
sorvegliando il mosaico di campi, lo stretto di Long
Island e la Great South Bay, gigantesco, rosso e terribile.
 
TUTTO  IMPORTANTISSIMO.

Facemmo un giro in macchina sull'Ocean Parkway, come
sempre contando i conigli sul ciglio della strada. Ventisette,
ventotto, ventinove. Soffiai nel bicchiere di caff
dal buco per bere, ci infilai dentro la lingua, inclinai il
bicchiere fino a toccare con la punta del naso la x di dixie
e feci un gran sorso.
- Trenta, trentuno.
- Quelli morti non contano, - disse mio padre.
- Trenta, allora.
Il trentuno e il trentadue si trovavano sul lato opposto
della rotonda di Jones Beach, quando girammo intorno alla
torre idrica per catapultarci nella direzione da cui eravamo
venuti, in una specie di manovra gravitazionale, con la
forza della mia ultima cazzata che ci trascinava di nuovo
verso est. Dovevo essere l alle nove. Ero nervoso. Continuavo
a chiedermi se mi avrebbero guardato dall'alto in
basso, giudicato, messo a pulire i gabinetti. All'epoca avevo
un amico che faceva l'aiuto cameriere in un ristorante
della zona e mi raccont che qualcuno aveva cagato in un
pisciatoio e si era pulito il culo con un pezzo di pane italiano.
Non sapevo cosa aspettarmi.
Uscimmo sulla Robert Moses Causeway che eravamo a
cinquantasette conigli vivi. Mio padre mi lasci davanti
alla vecchia casa di Cutting con dieci minuti buoni d'anticipo,
e mentre scendevo dalla macchina mi diede una
pacca sulla schiena, e io finii di scendere e chiusi la porta
e scrutai dentro dal finestrino aperto. Lui mi stava guardando,
dritto nelle palle degli occhi.
- Chiamami se ci sono problemi.
- Grazie, - dissi, poi diedi un colpo sul tetto della macchina
ed entrai. Quando fui sicuro che fosse ripartito uscii
di nuovo a fumare una sigaretta e finire il mio caff, che si
era raffreddato perch mi ero scordato di berlo. Poi rientrai
e andai in fondo al corridoio nell'ufficio di Jim Chapin,
il direttore dell'arboreto, un fumatore di sigari basso e grosso
con i capelli giallo-grigi e una gamba difettosa, il quale
- avrei scoperto dalle ricevute sul pavimento del suo pick-
up - trascorreva buona parte delle giornate scommettendo
sui cavalli alla ricevitoria di Bay Shore. Quando bussai alla
porta gi aperta non alz gli occhi dal giornale.
Mi schiarii la gola. Niente. - Salve, - dissi. Niente.
Niente. Qualcosa: Jim si mosse sulla sedia, mi squadr rapido
dalla testa ai piedi, poi torn al suo giornale. Senza
rialzare lo sguardo disse: - Sei Albert?
- S, signore.
- Lavori socialmente utili, giusto?
- Giusto.
- Cinquecento ore?
- S.
Pieg il giornale e lo sbatt sulla scrivania. La cenere di
sigaro fece un giro della morte fuori dal posacenere.
- Ti va di dirmi che  successo?
- Non tanto, - risposi, ma poi gli dissi tutto ugualmente.
Presi la prima macchina che mancavano due settimane
ai miei diciassette anni: un Toyota Land Cruiser FJ40 del
1978 tutto arrugginito, sei cilindri con cambio manuale a
quattro marce, che faceva quattro chilometri con un litro
e aveva certi buchi sul pianale che ci potevi buttar fuori i
bicchieri di caff ormai freddo - bicchiere compreso - e
dai quali persi monete e sigarette e una volta un pesce rosso
del luna park in un sacchetto di plastica. Quel che non
sbatacchiava cigolava, perdeva antigelo e olio, ogni volta
che scalavo uscivano le fiamme dalla marmitta, e c'era una
crepa nel parabrezza che avrei tanto voluto somigliasse a
qualcosa - la costa est dell'Irlanda o una vena del braccio
di mio padre, bastava anche una ragnatela - e invece
niente, era solo una grande linea nera storta che andava
dall'alto in basso e ogni tanto rifletteva la luce del sole al
mattino mentre andavo a scuola, o del sole che tramontava
mentre tornavo a casa, oppure i fari di una macchina in
arrivo. Non ero bravo a mettermi la cintura n a parcheggiare,
mi si spegneva nel traffico a singhiozzo e sulle salite,
e quando pioveva mi divertivo a vedere quanto reggevo
senza usare i tergicristalli. Imprecavo contro gli uomini e
il sole, contro i semafori e chi svoltava a sinistra, contro
gli adesivi da paraurti degli Yankees e i coni stradali. Mostravo
il medio alle femmine lente, e facevo abbastanza
cazzate perch loro lo mostrassero a me.
C'erano due sedili avvolgenti davanti e un paio di sedili
a panchetta dietro, uno di fronte all'altro, e mia madre mi
faceva accompagnare mio fratello e una ragazzina simpatica
che abitava qualche casa pi in l - Kristy Klein, una
cicciottella al primo anno di superiori che in pausa pranzo
guadagnava soldi vendendo caramelle a cinque centesimi
l'una - a scuola. Per la benzina chiedevo a entrambi sei dollari
alla settimana che poi in realt spendevo in ciambelline
al cioccolato e sigarette. Era quasi estate, e le previsioni
del giornale per i prossimi cinque giorni erano quattro soli
sorridenti pi uno con una nuvoletta sopra, cos tolsi il
tettuccio e rubai gli occhiali da sole a mia sorella. Con AJ
seduto davanti e Kristy dietro che si raccoglieva i capelli
scuri in un elastico rosa, mi ero appena spostato a destra
su Idle Hour Boulevard quando un triangolo sbilenco di
germani reali sganci una cacca bianca e verde acquamarina
sul cofano. Lato del guidatore.
Ci mettemmo a ridere tutti, ma dopo un po' dissi a mio
fratello e Kristy di piantarla, che non c'era niente da ridere,
e siccome loro non la piantavano gli urlai di piantarla, e
siccome non la piantavano lo stesso sterzai investendo dei
bidoni della spazzatura, perch allora ero giovane e avevo
ancora pi problemi di adesso a controllare gli impulsi, e
anche perch i bidoni erano li e in quel momento di quel
mercoled mattina mi venne in mente di fare quella cosa.
Dico mercoled mattina perch erano i bidoni beige col
coperchio verde. Quelli della differenziata.
Il primo espulse in aria dei giornali e rotol a destra.
L'altro era pieno di bottiglie e lattine e si pieg sotto il parafango
trascinandosi per una trentina di metri, prima che
sterzassi in mezzo alla strada per liberarmene. Raddrizzai
troppo, ovviamente, arrivando a un pelo dallo spianare un
recinto di ceppi sul lato opposto, ceppi che mentre li superavo
fecero il rumore di chi sputa dei semi di girasole
- pth-pth-pth - ricordandomi un giorno d'estate di tanti anni
prima sulla panchina di una partita di baseball circondato
da amici, tutti scottati e felici a fare il verso ai nostri giocatori
preferiti, il che immagino un po' c'entri con il mio
non accorgermi che Kristy era caduta fuori dalla macchina
fino a quando mio fratello non mi diede un pugno sul
braccio strillando il suo nome. Guardai nello specchietto
retrovisore giusto in tempo per vederla smettere di rotolare,
quindi zoppicare verso il ciglio della strada stringendosi
un gomito, per poi accasciarsi in avanti sul prato di
una casa. Prima di accostare feci un altro isolato e mezzo,
dopodich io e mio fratello rimanemmo per un po' seduti
immobili a guardare dritto fuori dal parabrezza senza
parlare. Alla fine lui disse: - Dobbiamo tornare indietro.
Capii quasi subito che aveva ragione, ma rimasi comunque
fermo a riflettere su com'era possibile che una ragazzina
fosse appena caduta fuori dalla mia macchina, e anche
di chi era la colpa e sulle cinture di sicurezza e altre cose
a cui avrebbe potuto aggrapparsi e invece no: il sedile, il
roll-bar, il portellone. Immaginai fosse volata fuori come
se stesse imitando - male - un salmone, schizzando per
aria con le braccia attaccate ai fianchi, guizzando senza
far rumore.
Ma no, certo, aveva ragione AJ, dovevamo tornare indietro.
- Dobbiamo, - ripet lui. Per, pensai io di nuovo,
ma dopo non mi venne nulla. Mi rassegnai, controllai gli
specchietti, guardai dietro, misi la freccia e feci una lenta,
prudente, perfetta inversione in tre manovre.
Prima la sentimmo, e quando fummo abbastanza vicini
da vederla si era graffiata il lato sinistro della faccia, che
per ancora non aveva cominciato a sanguinare, come se
qualcuno ci avesse scarabocchiato sopra con una pietra, o
avesse scarabocchiato su una pietra usando lei. Il braccio
destro aveva un taglio abbastanza brutto da farmi cedere
le gambe, cos mi sedetti sull'erba a guardare i rami di
un albero che dondolavano piano per la brezza. Poco dopo
uscirono di casa i vicini e ci si accalcarono intorno, e
qualcuno mi disse imbecille pezzo di merda, e una donna
con i pantaloni rosa si accovacci. Arriv una berlina nera,
seguita da due volanti della polizia, e di li a poco un'ambulanza.
Mi scusai e mi scusai e risposi a domande e dissi
che mi dispiaceva, e loro scrissero delle cose sui bloc-notes
mentre qualche metro pi in l le pagine dei giornali facevano
capriole e si posavano di nuovo. Poi mi arrestarono.
- Lei sta bene? - disse Jim. - La bambina.
- S, sta bene. Un po' di graffi, ma nient'altro.
Annu soddisfatto. - Okay. Allora, tu sei qui da me per
cinquecento ore. Arrivi alle nove e a patto che non ti metti
a dormire sotto un albero te ne puoi andare alle tre e ti
calcolo comunque otto ore.
- Grazie, - dissi. - Molto gentile.
- Starai aspettando che ti faccia fare un giro, immagino,
- disse lui, poi si alz e zoppicando mi pass accanto e
usc. Gli andai dietro nel corridoio e lo guardai arrancare
verso il pick-up bianco parcheggiato nello spazio handicappati.
Sul fianco c'era una foglia d'acero verde, e sotto
la scritta New York State Office of Parks, Recreation,
Historic Preservation. Sentii tintinnare delle chiavi. Feci
il giro sul lato del passeggero, e quando aprii la portiera
cadde fuori un bicchiere di polistirolo che si mise a correre
e rimbalzare e rotolare sull'asfalto del parcheggio vuoto.
Lo inseguii, lo riportai indietro, salii in macchina e vidi
le ricevute delle scommesse sparse su tutto il pavimento,
guardai il deodorante arancione a forma di pino che dondolava
dallo specchietto, il rivestimento del tettuccio ingiallito
da anni di fumo di sigari. Gli chiesi se potevo farmi
una sigaretta. Mi guard di sbieco, calcol la mia et,
disse che non c'era problema, se ne avevo una anche per
lui. Ce l'avevo, se l'accese, fece un tiro e soffiando il fumo
dalle narici disse: - Una volta ammazzavo le anatre.
Inzuppavo il pane nella birra e glielo davo da mangiare.
Nel giro di qualche minuto erano ubriache marce. Al che
io andavo li e gli spezzavo il collo.
Al commissariato venne a prendermi mio padre. Non
disse una parola, non mi guard nemmeno, firm un po'
di fogli e usc dalla porta a due battenti. Lo seguii a debita
distanza. Mi sembr grosso come non succedeva pi
da un pezzo; il guaio che stavo passando aveva in qualche
modo riaffermato la sua autorit e le sue dimensioni fisiche.
Sembrava enorme. Nel parcheggio si ferm e attese
che lo raggiungessi, mi appoggi una mano dietro il collo,
lo strizz, mi accarezz un po' la testa e fece: - A tua madre
di' che ti ho sgridato.
Invece mi port a pranzo al Sayville Modem Diner, quello
con i mini-jukebox accanto a ogni tavolo, e mi disse che da
ragazzo lui e il suo amico Ernie Fifer avevano rubato dei cavalli
al maneggio Ryan di Bergen Beach. Erano partiti sulla
Flatbush diretti a nord, ma dopo qualche chilometro avevano
deciso di andare in Florida, per il clima e le ragazze.
A met del ponte di Brooklyn li avevano presi. Erano finiti
tutti e due all'istituto tecnico William E. Grady, con i ladri
d'auto e la gente che accoltellava altra gente. A loro piaceva
un sacco. Dopo il diploma erano entrati in Marina insieme.
Avevano entrambi fatto l'esame per la scuola sommergibili,
ma poi a Ernie era venuta paura ed era finito primo maresciallo
su una portaerei, e a diciannove anni l'acqua l'aveva
spazzato gi dal ponte e in alto mare.
Il Bayard Cutting Arboretum occupa circa trecento ettari
e confina con la riva ovest del fiume Connetquot - lo
stesso su cui ho imparato ad andare in barca - e io e Jim
facemmo tre volte tutto il lento giro sulle stradine di ghiaia
bianca che lo circondano, con lui che a mano a mano mi
raccontava la storia del posto. Non ricordo quasi niente,
se non che una grossa parte del parco fu distrutta dall'uragano
Gloria nell'85 e che per ripulire ci vollero pi di
due anni. Mi interessava di pi come si era fatto male alla
gamba, e appena ne ebbi modo glielo chiesi.
- Lavoravo sui rimorchiatori nella Jamaica Bay, - mi
disse. - Stavamo trainando una chiatta rifiuti verso la discarica
che c' l, ma era troppo piena, la chiatta, stava
troppo immersa e si  incagliata. Il cavo si  spezzato, e
un cavo che si muove cos un uomo pu tagliarlo a met.
E gi tanto se una gamba ce l'ho ancora.
- Quanti anni aveva?
- Ventitr. Adesso quella discarica  diventata il campo
da golf pubblico del Riis Park.
Stavo per dirgli che mio padre la gamba l'aveva persa
in un incidente di moto, quando di colpo Jim si ricord
dove e perch stavamo andando.
- Quell'albero l  uno degli abeti canadesi pi grandi
al mondo, - disse. - E quell'altro  un faggio piangente -.
Continuammo a girare cos per un'oretta, con lui che indicava
questo e quello, quello e questo, la pineta, i lecci, i
lill. Poi, senza dire una parola, arriv al cancello, svolt
a sinistra sulla Montauk Highway e anche se era presto si
diresse a East Islip per pranzare in un posto che vendeva
bagel in una zona di negozi, dove io ordinai un panino con
non so cosa e diedi al tizio un biglietto da dieci dollari.
- Mi ha dato dieci.
Lo guardai e basta. Alla fine mi diede il resto e poco dopo
il panino, che era avvolto in quella carta lucida bianca,
con uno di quegli stuzzicadenti con il ciuffetto rosso di
cellofan che spunta. Tornammo indietro, parcheggiammo
il pick-up nell'angolo sudovest del parco, vicino a un laghetto
con una piccola cascata artificiale che si gettava nel
fiume. Mangiammo con le portiere aperte e la radio accesa,
guardando i germani e le oche canadesi, qualche cigno
reale, alcuni che mangiavano le piante sotto la superficie
con i sederi piumati all'aria.
Una volta finito, Jim mi fece vedere dov'era la falciatrice
a spinta arancione e mi diede una tanica di benzina
rossa e mi sped in un gigantesco prato disseminato di
querce nere. Andai in fissa con le linee tracciate dalla falciatrice
nell'erba, e ricavai un certo piacere da tutto quel
verde scuro/verde chiaro/verde scuro. Cercavo di mantenere
le linee pi dritte possibili, e se non erano abbastanza
dritte ci ripassavo una seconda volta, a volte anche una
terza. Intorno ai tronchi delle querce nere tentavo il cerchio
perfetto, largo tre volte l'ampiezza della falciatrice.
Quand'ero stanco, andavo sulla riva del fiume e invidiavo
le barche a motore di passaggio, poi mi spostavo su una
panchina accanto al lago e per qualche minuto guardavo
le anatre e le oche e i cigni. A un certo punto mi veniva
l'ansia di cosa avrebbe detto Jim vedendomi li, allora mi
alzavo, spingevo la falciatrice nella porzione di prato successiva
e tiravo la cordicella.
La cosa bella della sezione infrazioni stradali al tribunale
dei minori era che poteva capitarti di sentire una donna
bianca dire al giudice che mentre andava in bicicletta le era
arrivata in faccia una bistecca cruda, lanciata dal finestrino
sul lato del passeggero di una Chevrolet station-wagon
marrone che viaggiava nella direzione opposta. L'impatto
della carne l'aveva mandata a schiantarsi contro le mazze
da golf esposte fuori dall'antiquario Baker, e dopo essersi
raddrizzata era risalita in bicicletta e aveva ripreso a pedalare
in direzione est sulla Montauk verso la cartoleria
Hallmark, dove lavorava e dove - qui si era fermata col
labbro tremante - si era lavata la faccia e aveva chiamato
la polizia. Un anonimo aveva gi comunicato il numero di
targa, portando all'arresto di due diciassettenni con cui
fumai una sigaretta sugli scalini del tribunale prima di entrare.
La conversazione che ebbi con loro fu trascurabile
da ogni punto di vista, se non che quando chiesi a quello
pi alto che lavoro faceva mi rispose che era proprietario di
un sessantenne ritardato. Il suo amico - che soprannominai
Occhio Rovente perch aveva una lente degli occhiali
appannata - disse al giudice che lui non voleva colpire la
signora in faccia con la bistecca cruda, e il giudice rispose
Scemenze con grande autorevolezza.
Ugualmente privi di interesse furono gli altri casi che
sentii quel giorno, compreso il mio. La testimonianza del
poliziotto fu una noia mortale, giusto i semplici fatti, e
quando fin mi offrirono la possibilit di dire qualche parola
a mia difesa. Ne dissi una sola, sottovoce e alle mie
scarpe: Scusate. Le mie scuse furono accolte dal silenzio,
e quando finalmente ebbi il coraggio di alzare gli occhi
verso il giudice, lui mi fissava sbattendo le palpebre.
Poi fece lo stesso con mio padre, che era in piedi accanto
a me, e gli chiese se voleva dire qualcosa a nome mio. Nessuno
dei due se l'aspettava, e la cosa ci mise in allarme.
Mio padre con le parole non  mai stato bravo. A volte
nemmeno decente. Non  raro che, quando gli chiedo cosa
vuole mangiare, faccia una fatica cos bestiale a formulare
una risposta che comincia ad agitarsi fisicamente, muovendo
le sopracciglia in un modo strano, ed  cos scosso che
si morde la lingua e arrossisce perfino, finch a un certo
punto, con immenso sollievo di tutti, riesce a ordinare il
suo cheeseburger.
E invece non si sa come, senza la minima esitazione o
scatto nervoso, mio padre guard il giudice e disse: - S,
vostro onore... uhhhhh, non lo so...  un ragazzino, gli 
presa l'agitazione, capisce? Lui... A scuola ha tutti bei voti.
Guardai il giudice che guardava mio padre, capendo
che era un po' confuso da ci che quel signore gli aveva
appena detto. Poi scosse la testa, mi sospese la patente,
mi condann a cinquecento ore di lavori socialmente utili,
diede una martellata col martelletto e mi consigli di
farmi vedere da uno psicologo.
-  assolutamente normale, - disse mia madre quella sera
dopo cena, pulendo il tavolo con una spugnetta azzurra
sporca. - Ogni tanto tutti hanno bisogno d'aiuto -. Io per
dallo psicologo mi rifiutai di andare, e avrei continuato
fino a qualche anno dopo la sua morte, quando un altro
giudice in un altro Stato non mi avrebbe lasciato scelta.
Il mattino dopo mi svegliai verso le otto e mezzo, e anche
se eravamo in ritardo mia madre mi port all'Idle Hour
Dell, mi compr un tramezzino bacon lattuga pomodoro
e una bibita per pranzo, pi un caff da bere subito. Mi
innervosiva l'idea di tardare, ma arrivando trovai un biglietto
appiccicato con lo scotch sulla porta dell'ufficio.
Al,
falcia.
- Jim
Falciai. Verso mezzogiorno mi venne fame, e mi sedetti
sulla panchina accanto al laghetto e guardai di nuovo le
anatre e le oche e i cigni, poi decisi di fargli un regalo e
staccai gli angoli del tramezzino. Si fiondarono a mangiare
il poco che c'era, e io mi misi a parlare con quelle meno
aggressive per incoraggiarle, mi inventai il gioco di cercare
di dare a ciascuna la sua parte, finch un cigno non si
avvicin e le fece scappare. Gli mostrai il dito medio, dopodich
tornai alla falciatrice e continuai a macchiarmi di
verde le scarpe da ginnastica.
Il giorno dopo vidi lo stesso biglietto sulla porta di Jim,
feci la stessa cosa. Vidi lo stesso biglietto per tutta la
settimana, feci la stessa cosa per tutta la settimana, se non che
cominciai a comprare un panino da venticinque centesimi
in pi per darlo alle anatre e alle oche, e il gioco divent
quello di non dar da mangiare ai cigni. Presto di panini cominciai
a comprarne due. Poi trovai un biglietto diverso.
A -
continua a falciare.
Continuai a falciare, a guardare le barche sul fiume, a dar
da mangiare agli uccelli in pausa pranzo, finch un giorno
mentre me ne stavo sulla mia panchina con un tramezzino
sentii starnazzare e strepitare, un rumore d'ali. Alzando
la testa vidi dei germani che mezzo volavano e mezzo correvano
sull'acqua, per poi posarsi di nuovo. Le impronte
dei loro piedi palmati si allargavano in cerchi concentrici
sulla superficie del laghetto, e le seguii con lo sguardo fino
al punto in cui cominciavano, dove vidi un'anatra che
dondolava avanti e indietro senza testa. Nel senso che la
testa non c'era proprio. Mi alzai e mi avvicinai all'acqua
per capire se avevo visto male, ma no: la testa era sparita.
Feci il giro del lago per andare a guardare da vicino, poi
tornai sulla panchina e diedi da mangiare alle anatre e alle
oche e pure ai cigni.
Qualche giorno dopo Jim arriv sul suo pick-up, suon
il clacson e mi chiese come andava.
- Bene, - gli dissi. - Lei dov' stato?
- In ufficio, - rispose.
- Giusto, - dissi io. - Chiaro -. Poi gli raccontai dell'anatra
senza testa. Lui per un attimo mi fiss il naso, quindi
sorrise e mi spieg che probabilmente era stata una tartaruga
alligatore.
- Quelle sono come dei dinosauri. Diventano grosse,
anche pi di quaranta chili, e se ne stanno l, mezze immerse
nel fango, con la bocca aperta. Hanno un cosino che
gli penzola dalla lingua, una specie di esca, e se qualcosa si
avvicina, per esempio un'anatra che mangia col culo all'aria,
loro gli staccano la testa con un morso e, blup, l'anatra
resta l a galla.
- Caspita, - dissi. -  una cosa pazzesca.
- Ma no, - disse lui, poi alz il piede dal freno e ripart
lentamente.
 
MANGIA IL LATTE.

Per il ventiquattresimo compleanno di mio fratello gli
comprai un pupazzetto di plastica a forma di cavallo che
veniva venduto con un pettinino di plastica arancione
perch col pettinino di plastica arancione bisognava pettinargli
la criniera e la coda e il pelo lucido, ma prima che
potessi spedirglielo mia nonna si stacc il cerotto
transdermico e lo mangi. Le cost un viaggio al pronto soccorso
seguito da sei settimane di convalescenza nella casa di
riposo Petite Fleur di Bay Shore, cos mi feci dare un po'
di ferie dal porticciolo dove stavo lavorando e mi smazzai
le dieci ore di macchina in direzione nord fino a casa dei
miei genitori, solo che mia madre si era dimenticata di lasciarmi
la chiave sotto la pietra del giardino, che pi che
un giardino erano una pietra e la statuetta di una rana col
cilindro tra le erbacce. Sul lato opposto, al di l del sentierino
di cemento che curvava dal vialetto d'accesso alla
porta sul retro, vicino a un cespuglio sopravvissuto non si
sa come a decenni di acqua del bucato spruzzata all'esterno
da un tubo di Pvc giallo che spuntava da una finestra
della cantina per met sotto il livello della strada, c'era
un piccolo riquadro ingrigito di compensato deforme con
sopra un mattone arancione rotto. Sotto c'erano un po'
di lombrichi e di porcellini di terra e un mozzicone di sigaretta
schiacciato.
Facendo un giro in senso antiorario intorno alla casa,
trovai un contenitore termico in polistirolo in cui la chiave
non c'era, e un calzino bianco sporco fra i cespugli accanto
al vialetto in cui la chiave non c'era, e la chiave non era
nemmeno dentro il barbecue, n nella cassetta della posta,
n in quella dei giornali, n nella mangiatoia per gli uccelli
tutta rotta e storta appesa al ramo bianco e marrone della
betulla moribonda e curva sulla finestra del corridoio. La
chiave non era nemmeno nella grondaia all'angolo sudovest
della casa soffocata da almeno cinque autunni di foglie di
quercia e aghi di pino, n sotto il vaso di margherite davanti
al garage. Accesi una sigaretta, mi coprii l'occhio
sinistro con la mano sinistra e diedi della testa di cazzo a
mia madre. Poi sfondai una zanzariera, mi arrampicai e
scavalcai la finestra aperta della cucina.
La fibbia della cintura era un problema, e cercando di
farle superare il bordo del davanzale buttai gi una statuetta
di ceramica a forma di bambino con gli occhi di dimensioni
abnormi che reggeva un cartello con su scritto La
mia mamma  il n. 1 e che le avevo comprato a una fiera
scolastica in quarta o quinta elementare, e colpendo il pavimento
la testa si stacc. Arriv Sparkles saltellando, e
quando finalmente riuscii a entrare e alzarmi in piedi mi
accovacciai ad accarezzarla. Lei si drizz sulle zampe posteriori
per leccarmi la faccia, poi si spinse via e ruot su
s stessa puntando il culo nella mia direzione. Vedendomi
esitare per un attimo, si volt a guardarmi negli occhi come
a dire Eddi, allora le diedi qualche carezza e una grattatina
intorno al buco del culo, dicendo: - Ciao, bella, da
brava, eh, da brava... - finch a un certo punto lei pieg
le zampe e prese ad agitare involontariamente la destra,
con le unghie che ticchettavano sulle piastrelle formando
una curva di suono a campana: lento, veloce, lento.
Mi alzai e andai a prenderle un biscottino per cani da
un cassetto, che lei credo inghiott intero, poi rimase l a
guardarmi, sperando ne arrivasse un altro.
- Sparkles, - le dissi, - io ti voglio bene, ma non te ne
posso dare pi. Sei troppo grassa, cazzo. Continua cos e
ti viene il diabete, ciccia, e a quel punto col cazzo che lo
rivedi, uno spuntino. E una vita senza spuntini che vita ?
 un attimo che ti amputano una zampa, cos poi diventi
un cucciolo di tricheco per davvero, con la differenza che
tu nuoti di merda e affogheresti pure nella ciotola dell'acqua.
Dovrebbero legarti a uno skateboard con le corde
elastiche e trascinarti dal veterinario cos. Poi quello ti d
un'occhiata e dice: Sar un problema di ghiandole? E
io gli dico: No, di spuntini. E lui: Ma allora diamole
questo, di spuntino. E quello spuntino l lo sai che cos',
Sparkles? Una bella puntura di veleno. E tu schiatti, bella
mia. Te ne vai per sempre. Da morti, gli spuntini non
esistono. Perci fai un favore sia a te che a me: sparisci.
Dopo un attimo di stallo, mi lecc la gamba dei pantaloni.
Allora le diedi un secondo biscottino, perch io coi cani
ci casco sempre, e una volta finito con quello cerc di
farsene dare un terzo, e io gliene diedi un terzo perch coi
cani ci casco pi volte di fila. Ero l l per darle il quarto,
ma poi le soffiai il fumo in faccia e lei sbatt le palpebre,
si scroll, si gir e and via ciondolando, girandosi ogni
tanto a lanciarmi un'occhiata finch non arriv sotto il tavolo,
dove si stese e chiuse gli occhi per sognare cibo in
bianco e nero. Spensi la sigaretta nel lavello e aprii un'altra
finestra.
Sul tavolo della cucina c'era un biglietto di mia madre
che sperava che il viaggio in macchina fosse andato bene e
se avevo fame in frigo c'erano degli affettati e non fumare
in cucina e il weekend prima aveva visto Gloria Estefan
a Jones Beach ed era stato un concerto bellissimo. Sarebbe
tornata a casa dal lavoro verso le cinque e non vedeva
l'ora di vedermi e i medici avevano trovato un tumore nel
rene della nonna, ma tu non preoccuparti, bacinibacini.
Mi accesi un'altra sigaretta. Erano le 15,32.
Alle 16,16 avevo mangiato tutti gli affettati e il bacon
e un po' di pizzette e di pierogi e uno yogurt alla fragola
di quelli con la frutta in fondo e mi era venuta un po'
di nausea, allora mi stesi sul divano nello studio e accesi
la tv su un programma con un giudice donna che quando
urlava le spuntavano le vene sulla fronte. La guardai
pensando che non sarebbe stata tanto cattiva se accanto
a lei non avesse avuto un ufficiale giudiziario nero grande
e grosso con la pistola e il manganello a proteggerla.
Nel giro di tre minuti mi era venuta l'agitazione. In un
punto imprecisato della vita ho perso la capacit di rilassarmi,
di riposare. Non  che ho pi energia di quella che
mi serve, perch non ce l'ho.  che il mio corpo si sente
a disagio. Non  proprio un dolore, pi un senso di fastidio
nervoso ai muscoli, e - quando sto fermo - mi viene
una percezione atroce del disagio che provo. Allora devo
muovermi. Mi alzo e comincio a fare avanti e indietro,
scuoto la mano come se avessi appena toccato qualcosa di
bollente, non smetto di muovermi, batto il pugno su un
tavolo o un ripiano. Faccio lunghi giri a piedi.
In macchina per sono bloccato, e tutto il viaggio da
Wilmington era stato un continuo risistemarmi sul sedile
e ruotare le spalle, aprire e chiudere i finestrini, cambiare
CD e trafficare con la manopola del volume, sfregarmi gli
occhi e darmi pugni sulle gambe, come se facendo male alla
gamba facessi male al dolore che c' dentro. Avevo fumato
un sacco di sigarette, mi ero scrocchiato le dita, le caviglie,
la schiena e il collo, avevo scrocchiato tutto lo scrocchiabile
e dondolato la testa avanti e indietro per far sembrare che
un insetto spiaccicato sul parabrezza stesse volando sopra
le cime degli alberi lungo l'interstatale, finch a un certo
punto non avevo sbattuto il mento sul volante mentre
tentavo di scavalcare un pino particolarmente alto appena
fuori da Richmond. Quando mi sono annoiato di quel
gioco, ho cominciato a cercare cose da guardare: lo specchietto,
lo specchietto, gli alberi, un cane morto accanto
al cartello azzurro di un ospedale e a un Dio benedica i
nostri soldati burritos di manzo $ 1,39, lo specchietto...
qualsiasi cosa non fosse la strada. Di incidenti ne ho fatti
una decina e passa, tutti per colpa mia. Una volta ho sbattuto
contro un ponte. Ho sfondato la porta chiusa di un
garage. A me quel che non mi riesce  fermarmi.
Mi alzai dal divano, scrissi un messaggio dietro il messaggio
di mia madre, presi il pupazzetto a forma di cavallo
e uscii per andare a trovare mia nonna.
Il parcheggio della casa di riposo era zeppo di macchine
che sembravano tutte uguali, a parte un'ambulanza in
folle con due soccorritori appoggiati. Passandogli accanto
sorrisi alle mie scarpe, feci il giro sul davanti, dove tre
donne in sedia a rotelle stavano dando da mangiare a dei
piccioni grigio-viola, e mi sentii un po' in colpa quando
dal battito delle ali capii di averli fatti scappare. Mi scusai
con la signora pi vicina, che aveva gli occhi come due
monete di rame sospese nella nebbia.
Camminando in un lungo corridoio passai accanto alla
bacheca delle attivit, e la settimana era strapiena di Tennis
con palloncini e Musica e movimento e Costruiamo
ventagli orientali, Pet therapy e Cosa c' nella borsa
della nonna? e Elizabeth Rafter compie 101 anni!!!
Sul banco della reception c'erano un registro aperto con
quattro colonne - Nome, Data, Ora, Ospite di - e seduta
dietro un'infermiera bianca in divisa rosa che non sorrideva
con davanti un panino mangiato a met. Salutai e le
chiesi se il panino era col tacchino.
- Prosciutto, - disse.
Non le credetti. Poi le chiesi se poteva dirmi dov'era
mia nonna e lei mi chiese se potevo dettarle il cognome
della nonna lettera per lettera. Potevo e glielo dettai, e lei
lo cerc sul computer - tasto, tasto, tasto, invio -, mi disse
che la stanza era la B10 ma che forse adesso la nonna
era in sala da pranzo, poi stacc met della met del panino
con un morso.
B2, B4, B6, B8: mi venne in mente battaglia navale,
il mio gioco preferito da bambino. A mio fratello piaceva
Forza 4 e leccava dal piatto il condimento da insalata
italiano rimasto. Mia nonna non era in camera, ma la sua
compagna di stanza s, a letto, con il corpo piegato e contorto
dalla sclerosi multipla o qualche altra cosa orrenda,
la bocca aperta verso le crepe nel soffitto. La salutai e non
disse una parola, e sopra il suo letto era appeso un dipinto
di Ges Cristo sospeso nell'alto dei cieli, a torso nudo
e con lo sguardo dritto verso l'obiettivo, le braccia aperte
come a dire: Guardami, cameraman... sto volando!
Un'altra possibilit, pensai, era che stesse fuggendo, e immaginai
di farlo cadere dal cielo a sassate.
Inchiodato al muro dietro il letto di mia nonna c'era un
piccolo crocifisso di legno, e qualche foto di mio nonno
morto e dei loro figli e dei figli dei loro figli: la stessa foto
che era appesa in corridoio a casa nostra, con mio fratello,
mia sorella e me nudi nella vasca da bagno tutti insieme,
che come cosa avr anche fatto risparmiare tempo ma non
mi sembra un buon modo per pulirsi. Salutai la compagna
di stanza della nonna, poi le feci ciao con la mano, poi mi
sentii stupido e uscii.
Vagando per i corridoi sentii per caso un vecchio riferire
a un'infermiera che un altro signore mi ha ucciso dietro
la gamba sei giorni fa, e c'era una donna appoggiata
a un deambulatore con delle palline da tennis sporche infilate
sui piedini dietro che guardava fisso in un acquario
per mettersi il rossetto rosso chiaro. Mi fermai di nuovo
alla reception, e l'infermiera ora senza panino mi spieg
da che parte era la sala da pranzo, uno stanzone con dentro
sei o sette tavoli lunghi. Era pieno ma silenzioso, a
parte la tv e una signora che si dondolava con violenza e
urlando chiamava qualcuno o qualcosa di nome Mashtar,
e mentre guardavo una faccia dopo l'altra mi venne in
mente che le donne fanno l'errore di vivere troppo a lungo,
pi degli uomini.
Mia nonna sedeva al tavolo pi lontano dalla finestra,
si pizzicava il bavaglio di carta e fissava il muro. Mi avvicinai
piazzandomi in faccia un sorriso cos finto che tremava.
Lei aveva dei baffetti trasparenti, con i peli pi lunghi
agli angoli della bocca. Le diedi un bacio sulla fronte.
- Come va, nonna, mi han detto che ti sei mangiata il
cerotto.
- Sydney?
- No... sono il figlio di tua figlia. Alby.
Dentro di lei qualcosa si mosse, scroll il corpo, poi gli
occhi si persero nel vuoto, seguendo delle farfalle o dei pappagallini
o la parola pigiama che le scorreva davanti agli
occhi, una scimmia in groppa a un cane o dei cacciabombardieri
rosa diretti ad ammazzare ammazzare ammazzare.
O pi probabilmente seguivano il nulla assoluto, che
in quel momento era un punto sul muro bianco tra l'orologio
e lo spot di un deodorante in tv. Profuma di buono.
Le si spalancarono gli occhi. - Sta diventando tutto
strano.
-  sempre stato strano. Ti ho portato un cavallino pupazzo.
Le presi la mano tremante e coperta di chiazze e cercai
di metterci dentro il pupazzetto, ma lei non lo prendeva,
cos glielo appoggiai di fronte, sul tavolo.
- Non mangiarti il pettinino, - dissi.
Allung un braccio e fece cadere il cavallo su un fianco,
poi ritrasse la mano tremante in un modo che mi fece pensare
al filo di un aspirapolvere che si riavvolgeva.
- Tranquilla, - dissi. - E solo un giocattolo.
Guard nel vuoto, e dopo un po' le agitai una mano
davanti alla faccia e schioccai le dita. - Nonna, - dissi.
- Pronto? Yu-huu.
Mi guard scoprendo le gengive in quello che credo fosse
un sorriso.
-  venuto il papa, - disse.
- Sulla schiena di un bambino?
Me ne pentii un pochino quasi subito, perch chi sono
io per insultare una cosa che a lei dava conforto? Sono favorevolissimo
agli antidolorifici, solo che li preferisco in
forma di pillole. Di pinte e di bicchieri. Di donne.
- Ha detto... che tutti dovrebbero parlare inglese...
- Ma i papi non parlano in latino? - ho detto io. - Non
parlano di s stessi tipo alla prima persona plurale? Siamo
il baluardo dei pedofili. Vi abbiamo gi spiegato la Nostra
ostilit verso le donne, i gay e la scienza? E verso questioni
di puro e semplice buonsenso come i preservativi per
prevenire l'AIDS e, vediamo un po', evitare di ficcarlo in
culo e in bocca ai bambini? Di questo abbiamo mai parlato,
nonna? Perch secondo Noi... vabbe', niente.
Mi pentii un pochino quasi subito anche di quello, ma
prima che potessi scusarmi lei si mise a cantare una canzone
in italiano o in assurdese, non capivo la differenza,
rimasi li seduto ad ascoltarla finch quel senso d'ansia che
viene a me non si piazz da qualche parte nel petto e mi
torn la voglia di muovermi. Mi alzai per andare, ma qualcosa
nella sua voce cos piccola - il tono, la mia incapacit
di capirla, la sua impotenza - mi fece sentire solo per lei.
Allora decisi di fermarmi almeno finch non arrivava mia
madre, e mi risedetti mentre quattro infermiere in divisa
rosa entravano spingendo quattro carrelli carichi di vassoi
di cibo arancioni. Poco dopo mia nonna smise di cantare,
al che rimanemmo li in silenzio, lei che fissava quel punto
speciale sul muro, io la tv, guardando la fine di uno spot
dove una ragazza su una spiaggia dice: Ho bisogno di un
brownie... e allora saltano su tutte le sue amiche dicendo:
Okay, le sta venendo il ciclo! e si mettono a ridere.
Poi sul tavolo davanti a noi posarono un vassoio con sopra
un piatto di carne frullata e quel che credo fosse riso
frullato, una ciotola di una roba arancione, una gelatina
rossa, un bicchiere d'acqua addensata, uno di latte addensato
e una tazza di t addensato.
- Oggi la imbocca lei? - chiese l'infermiera.
- Preferirei di no, - le dissi, al che mi guard strano,
cos dissi: - Meglio di no, - e lei fece lo stesso sguardo di
prima, o meglio, non credo che l'avesse mai cambiato, per
cui le dissi che ci avrei provato.
Cominciai con la carne perch era la pi marrone, e questo
mi sembrava importante. Presi una cucchiaiata bella
piena, chiesi alla nonna: - Pronta? - e mentre lei diceva s
gliela ficcai in bocca. Toss e si sput sul mento. - Ops, -
feci io, e glielo pulii con il bavaglio.
Di sicuro a un certo punto dovette sembrare che la stessi
imboccando dalla guancia sinistra. Poi dalle narici. Le
tolsi con un colpetto un po' di t dalla spalla. Ma di l a
poco trovammo il nostro ritmo, io e la nonna, e lo mantenemmo.
Io prendevo una cucchiaiata di qualcosa, gliela
mettevo davanti perch la vedesse, poi le annunciavo
cos'era. - Riso, - dicevo. - Credo sia riso -. Dopodich
lentamente glielo avvicinavo alle labbra e aspettavo che le
aprisse. Infilavo cucchiaio e contenuto e inclinavo finch
lei non richiudeva la bocca. Poi tiravo fuori il cucchiaio
e le fissavo la mandibola mentre si faceva sguazzare il cibo
in bocca prima di ingoiarlo. Era curiosamente appagante, il
nostro metodo. Significava che c'era intesa. A volte penso
che l'unica cosa che voglio  un po' di intesa.
Dopo una ventina di sbrodolatissimi minuti le avevo
dato tutto tranne il latte. Mi sentii fiero. Non vedevo l'ora
di dirlo a mia madre. Visto, ma'? Mi rendo utile. Sono
un bravo bambino.
Poi pensai al suo biglietto, guardai l'orologio, feci due
conti. Ormai dovrebbe arrivare, pensai. Questione di minuti.
Nonna, dissi. Mangia questo. Mangialo.  latte. Mangia
il latte. Ne hai bisogno, il latte ti fa bene. Mangialo.
Mangia il latte. Nonna. Nonnina. Ohi. Nonna. Nonna.
Nonnina. Nonna. Mangia questo. Mangialo. E latte. Mangialo.
Mangia il latte. Mangia il latte, il papa ha detto di
mangiare il latte. Al papa piace un sacco, il latte. Mangialo.
Ma lei continuava a girare la testa, prima da un lato e
poi dall'altro, e quando alz la mano tremante e coperta
di chiazze per spingere via il cucchiaio io fintai sulla sinistra,
andai a destra e glielo ficcai dentro, fra le labbra
e sulla lingua, senza denti che mi ostacolassero. Lei si mise
subito a tossire ed ebbe un conato e inizi a vomitare un
arcobaleno gelatinoso proprio mentre mia madre entrava
dalla porta con un sorrisone in faccia che voleva dire ciao
come stai mi sei mancato so che hai fumato in casa e come
mai la statuetta  rotta, poi vide mia nonna vomitante
e fece: - Oooooh, - e le infermiere si sparpagliarono, e
qualcuno chiese degli asciugamani di carta ripetendo: - Gli
asciugamani di carta! - e qualcun altro cominci a dare
pacche sulla schiena a mia nonna, e qualcun altro rimase
chiuso fuori casa perch qualcun altro non aveva lasciato
la chiave, e qualcun altro compr il deodorante e qualcun
altro compr qualunque cosa pubblicizzasse quella ragazza
sulla spiaggia, probabilmente dei tamponi, e qualcun altro
sta morendo perch c' sempre qualcun altro che sta morendo,
la gente soffre e muore sempre, e io rimasi seduto
l col cucchiaio in mano, sorridendo nervoso e poi ridendo
nervoso e poi ridendo e basta, e poi ridendo cos forte
che mi vennero le lacrime agli occhi e tutto divenne sfocato,
e non c'era niente che facesse ridere nemmeno un po'.
 
IL GIRO DELL'ISOLATO, DUE VOLTE.

Una volta uscivo con una ragazza che era magra e piatta
e sapeva ballare il tip tap. Si chiamava Carey e aveva
la mandibola inferiore minuscola. Da piccola le avevano
dovuto togliere un po' di denti di sotto per fare spazio
agli altri, che poi erano spuntati tutti storti, in direzioni
diverse; sar per quello che aveva mollato l'universit.
Faceva la cameriera in un ristorante costoso, guadagnava
abbastanza bene. Quando scarabocchiava, scarabocchiava
fienili. Aveva i capelli biondi e le sopracciglia bionde,
minuscoli peli biondi sulle dita, guidava un Suzuki Vitara
blu. Quando veniva da me la baciavo sul lucidalabbra
e dicevo: - Come va? Come sta il Suzuki Vitara? Voglio
vederti ballare il tip tap in cucina -. Lei rideva. - Sono serio,
- dicevo, e lo ero. Mi piaceva un sacco guardarla ballare
il tip tap, con le gambette che andavano, le scarpette
nere che ticchettavano pi forte del dovuto festeggiando
nulla in particolare o tutto.
Le sere del fine settimana andavo nel ristorante dove
lavorava e bevevo al bancone. Quando staccava, veniva a
sedersi accanto a me e chiacchieravamo e ci pizzicavamo le
gambe e la pancia, ci tenevamo le mani, guardavamo che
parte delle mance gli altri camerieri distribuivano agli aiuto
camerieri, parlavamo a bassa voce di ingiustizie davanti
ad alcolici scontati e pollo gratis. A volte pesce. A volte
Joey, un ragazzino bianco smilzo che lavava i piatti, veniva
fuori per qualche minuto a rappare per noi, facendo rimare
parole che non rimavano - Sono un armeno, esploro
vagine come Magelleno - e roba del genere. Ci fermavamo
finch non chiudevano, alle undici o a mezzanotte o
alle quattro del mattino, in base a non so cosa, dopodich
andavamo nel mio appartamento, dove io mettevo su del
ragtime e mi sedevo a terra, la guardavo ballare il tip tap
sulle piastrelle bianche della cucina, applaudivo e ululavo,
ridevo, gridavo cose carine. - Meglio di Ben Vereen! - urlavo,
la prendevo per le gambe e le toglievo i vestiti, ci facevo
sesso non protetto per un minuto.
Lo chef pasticcere del ristorante si chiamava Billy Qualcosa,
e Billy Qualcosa faceva una strepitosa omelette norvegese
e una discreta crme brule e una faccia strana, o
almeno la fece quando una sera tardi piombai barcollando
in cucina dalla porta a due battenti e lo presi per il colletto
della casacca bianca e lo piantai contro il muro e gli dissi
piantala di massaggiare le spalle alla mia ragazza brutto
stronzo rottinculo. Aveva anche iniziato Carey alla coca,
ma quello mi infastidiva molto meno del fatto che non si
facesse problemi a massaggiarle le spalle in mia presenza,
e che a lei la cosa sembrasse piacere. Ero ancora l che lo
scrollavo quando Joey e un altro tizio di cui non ricordo
il nome ma che aveva le ciglia folte mi agganciarono per
le ascelle e mi trascinarono fuori, chiedendomi a raffica
se mi calmavo.
- Ti calmi? Ti calmi? Ti calmi?
- No! - risposi. - No che non mi calmo! Piantatela di
chiedermi se mi calmo... chiedermi se mi calmo mi fa diventare
ancora meno calmo!
Mi accesero una sigaretta, si accesero delle sigarette, mi
fecero un discorso d'incoraggiamento e dissero di aspettare,
mi lasciarono seduto da solo su un riquadro di cemento
intorno a una magnolia. Parlai tra me di cannoli e teste di
cazzo mentre lanciavo pezzi di corteccia caduta contro un
muro di mattoni. Sputai e mi tirai la cerniera della giacca
su e gi, gi e su, gi, aspettai. Carey non usc.
La porta principale del ristorante era di vetro e chiusa a
chiave. Bussai. Con le mani intorno agli occhi guardai dentro,
ma non vidi nessuno. Appoggiai un orecchio. Bussai di
nuovo e aspettai, mi risedetti e aspettai, mi rialzai e bussai
alla porta di nuovo. Poi la presi a pugni. Le gridai Ehi.
Gridai Carey finch il titolare e il capocuoco, James
Morris - ancora magro, e non ho mai capito come faccia
uno chef a essere magro -, insomma lui venne dall'altra
parte della porta e disse: - E meglio che vai a casa, Alby.
- Carey dov'?
Ci fissammo attraverso le ditate.
- Meglio che vai a casa.
Sapevo che lo diceva per il mio bene, ma risposi che se
non apriva la porta prendevo a pugni in faccia tutta la sua
famiglia, e che quando prendevo a pugni in faccia sua madre
gliene davo uno sulla fronte, di pugno, il tutto mentre
scattavano una foto di famiglia, e poi me la facevo incorniciare
da un professionista per poterla appendere al muro
dietro il mio divano e guardarla ogni giorno e sorridere.
Lui se ne and. Camminai avanti e indietro, parlai da solo,
mi sedetti all'indiana sul riquadro di cemento intorno
alla magnolia. Mi alzai, bussai alla porta e urlai Joey finch
lui non fece capolino da dietro l'angolo e si avvicin.
- Ehil.
- Ehil.
- Lei cosa sta facendo?
- Niente, - disse lui. - Sono li che bevono e basta. Mi
sa che ti conviene andartene. Aspettare che le acque si
calmino.
Dissi va bene, me ne vado, ma ho finito le sigarette e se
poteva darmene una lui. Disse di s e io dissi grazie, bello,
poi prese il pacchetto dal taschino della camicia e tir fuori
una sigaretta, sblocc la porta e la apr di una fessura, ci
infil la sigaretta. La presi e me la misi in bocca, mi tastai
le tasche, dissi che mi serviva da accendere. Lui tir fuori
l'accendino e allarg la fessura un altro po', e io scattai in
avanti e ci ficcai dentro la faccia, e anche la gamba sinistra,
allora lui mi richiuse la porta addosso e inizi a gridare aiuto.
Poi iniziai a gridare aiuto io. Poi a gridare: - Carey -.
Poi a gridare: - Parlami, - e: - Ti prego, - e: - Non farmi
questo, - e: - Ti prego, - e: - Ti prego, - e: - Ti prego! -
e: - Ahia, - e: - Vaffanculo, Billy, sei uno schifoso e i tuoi
dolci non sono buoni e ti ammazzo -. Arrivarono di corsa
James e quell'altro di cui non ricordo il nome con le ciglia
e aiutarono Joey a spingermi fuori, richiusero la porta a
chiave, minacciarono di chiamare la polizia se non me ne
andavo. - E va bene, - dissi. - Chiamate la cazzo di polizia.
Io col cazzo che... Siete degli stronzi -. Poi mi sedetti
sul riquadro di cemento e presi fiato, fumai mezza sigaretta
e andai a casa, chiamai Carey e le lasciai un messaggio.
Poi la richiamai e le lasciai un altro messaggio, la richiamai
di nuovo e misi gi, feci la cacca e mi misi a piangere,
la richiamai di nuovo e lasciai un altro messaggio. Non mi
ha mai pi richiamato.
Ho ancora un disegno a pennarello che mi aveva fatto
quando stavamo insieme. E un prato con i fiori e il sole
nell'angolo in alto a sinistra e in mezzo al cielo ha scritto
in viola: Buona giornata, Alby! Con affetto, Carey. Dopo,
ho continuato a tenerlo appeso al frigorifero con una
calamita per qualche mese. Poi l'ho ficcato in uno scatolone
con dei vecchi trofei di calcio e una targa di diploma
dello Space Camp.
Mia sorella chiam lo stesso giorno che a me venne mal
di denti, disse che aveva incrociato Carey in citt e si era
fermata a parlarci. A quanto pare le stava andando molto
bene nel settore pubblicitario e stava per sposare uno che
lavorava in banca. Le chiesi se aveva chiesto di me. No,
disse mia sorella. Assolutamente. Poi si mise a parlare di
politica e di media per un po'. Cose tipo: - Cazzo...  che
la resistenza diminuisce a mano a mano che le interruzioni
pubblicitarie si amplificano, no? Tipo che pompano talmente
tante stronzate che tutto diventa una specie di fruscio
di fondo. Tv, satelliti, computer, streaming su Internet...
abbiamo accesso a un sacco di roba, ma come societ ci stiamo
allontanando sempre di pi dalla guerra e dall'umanit
che serve per averne una cazzo di percezione completa.
Nel senso... siamo atterrati su Marte, ma intellettualmente
non siamo lontani dalle pitture sulle pareti delle caverne.
- Antilopi e via dicendo.
- Eh?
- Sulle pareti delle caverne.
- Comunque. La grande bugia dell'ra della televisione
 che siamo pi informati, quando in realt quel che ci
fanno vedere  quel che ci dicono essere importante, e noi
pensiamo sia importante perch  quel che ci fanno vedere.
- Esatto, - dissi. - Come l'hai trovata, Carey?
- In formissima.
- Fottiti, - dissi, e le sbattei il telefono in faccia. Poi mi
feci a piedi il giro dell'isolato, due volte. Notai cose. Le
macchine hanno le ruote. Il legno di quella casa  dipinto
di rosso. Quell'idrante  l casomai ci fosse un incendio nei
paraggi. Non ho una fidanzata da due anni. Alberi.
In Biltmore Street c'erano uno spruzzatore che spruzzava
un arco d'acqua sulla strada e uno scoiattolo sul ramo
di una betulla. Salt sul ramo di un pino. Corse su per il
ramo, gi per il tronco, verso un altro ramo, poi salt sul
paletto di una recinzione di tronchi. Corse sulla recinzione,
gi dalla recinzione, salt a terra. Corse qua e l per
un po', si ferm e si alz sulle zampe posteriori, guard di
qua e di l. Corse e si ferm e guard, corse e si ferm e
guard. Corse un altro po' e si ferm un altro po'. Guard
un altro po'. Corse in strada e per poco non lo invest
una macchina rossa. Quello al volante nemmeno rallent.
Cominciarono le fitte al dente. Entrai in un bar.
Dietro la vetrina c'era un foglio di carta appeso a un
pezzo di cordino, che dondolava e ruotava, mosso avanti
e indietro dall'aria del ventilatore da soffitto, e non pubblicizzava
niente di particolare, solo: Giornata fortunata.
Mi piacque. Entrai e bevvi un po' di cose, poi un altro
po', poi avvistai una ragazza un po' pi in l davanti
al bancone sulla mia destra. Aveva la pelle chiara e due
orecchie rosa con i capelli neri sistemati dietro, si era messa
del bianco sulle palpebre come negli anni Cinquanta.
Ogni volta che la guardavo mi faceva male il petto in un
modo nuovo ed eccitante. Continuai a bere e guardarla e
valutare possibili approcci:
Fissala. Continua a fissarla finch se ne accorge. Salutala
con la mano.
Scrivile una lettera d'amore da tre tovaglioli. Inizio:
Gentile signora, mi piacciono molto i suoi capelli, e
ha un trucco fantastico. Poi usa parole da cui si capisca
che sei simpatico.
Aspetta davanti al bagno delle donne. Quando passa,
fermala e dille: Scusa, bello, ma questo  il bagno
delle femmine. Si sentir meno sicura.
Aspetta davanti al bagno delle donne. Quando entra,
seguila. Baciala con forza e passione. Dille che le
sue labbra hanno un ottimo sapore e bloccala contro il
muro. Spogliala e strizzale i capezzoli, leccale i capezzoli,
succhiagliene uno come se fosse un sigaro al limone.
Mettiti in ginocchio, piazzati la sua gamba destra
sulla spalla. Chiedile: E una voglia, questa? Un
neo. Ah. Baciale la fica, leccala, sditalinala come
se quella fica ti avesse fatto arrabbiare, come se fosse
dall'altra parte della stanza e tu dovessi dirle un segreto,
piegando l'indice come a dire vieni qui vieni vieni
qui. Fermati, chiedile come si chiama, e come si scrive?
Scriviglielo con la lingua fino a farla venire. Tira fuori
il cazzo, menatelo un po', fai un verso da mucca ferita,
alzati in piedi e scopala. Mettila incinta di due gemelli
ritardati, tirati su i pantaloni e scappa. Torna dentro
e dille che forse la ami, ma probabilmente no, lavati
le mani col sapone, datti una controllata ai capelli e ai
denti, scappa di nuovo. Vai al 7-Eleven e comprati una
cosa da mangiare.
Invece mi ubriacai un sacco e quella sera non ricordo
di aver parlato con nessuno, n di essermene andato, e mi
svegliai sul pavimento della mia cucina con accanto una
scatola di bastoncini di pesce ancora chiusa. Il dente mi
ronzava. Mi alzai e ci passai la lingua. Continu a ronzare.
Andai in bagno e presi un tubetto senza tappo di quella
roba con il fluoro e lo spazzolino a ultrasuoni che mi
aveva regalato mia madre per Natale qualche anno prima.
Lavarmi i denti non serv. Il collutorio non serv. Il filo
interdentale mi fece sanguinare, e non serv. Sputai nel
lavandino e il sangue marrone-rosso sulla porcellana aveva
pi o meno la forma del Sudamerica. Aprii il rubinetto
e guardai l'acqua ruotare e sparire. Pisciai e tirai l'acqua,
la guardai ruotare e sparire. Presi aspirine e chiamai
il dentista, dissi che era un'emergenza, e loro mi dissero
che potevo andare l'indomani alle dieci. Misi a cuocere i
bastoncini di pesce nel forno, ne mangiai un po' e feci un
pisolino. Quella sera tornai al bar.
C'era di nuovo quel cartello, e c'era di nuovo quella ragazza,
e bevvi altre cose e valutai altri approcci. Poi smisi
di valutare e andai l senza sapere quel che avrei detto,
che fu ciao. Lei si gir e io sentii come un tubo che mi si
attorcigliava nel petto. Poi si storcigli.
- Ti trovo molto carina, - dissi. - Hai il fidanzato?
Lei si appoggi allo schienale e mi fiss con gli occhi
socchiusi. - No, - disse. - Non ce l'ho.
- Io con te ci uscirei, - dissi. - Ci uscirei tanto da farti
vomitare. Ti va di uscire, una volta? Possiamo fare qualcosa.
Sorrise e sbatt le palpebre e mescol il drink con la
cannuccia. - Tu lo sai che mi hai chiesto di uscire ieri sera,
- disse. - Vero?
- Ah La guardai su e gi. - Be'... e ieri sera che hai
detto?
- Ho detto di no.
- Ah -. Rimasi l imbarazzato per qualche secondo, poi
mi scusai di averla disturbata.
Me ne stavo gi andando quando mi disse: - Sei carino,
ma dovresti bere meno Continuai a camminare, zigzagando
tra la gente verso il bagno degli uomini, dove pisciai
degli otto a due mani nell'orinatoio, con le linee che
si incrociavano a x sul deodorante azzurro. Entr uno e si
mise a pisciare nell'orinatoio accanto al mio e moll una
scoreggia che sussurr Ppprt-Ppplusss. Feci s con la testa.
Sul muro davanti a me c'era scritto a pennarello nero succhiami
'STO TRONCO DELL'AMORE BRUTTO FROCIO. Sotto,
qualcuno aveva scritto vaffanculo con una freccia che
puntava verso frocio, e una terza persona con un pennarello
blu aveva tirato una riga che partiva dalla punta della
freccia e tornava indietro, di modo che il vaffanculo
puntava contro s stesso.
Scrollai e rimisi dentro, chiusi la cerniera e tirai l'acqua,
mi lavai le mani e mi asciugai le mani sulla maglietta e uscii
dal bagno e rientrai nel bar e uscii dalla porta.
Andai a casa, dormii quattro ore, mi svegliai alle sei.
Feci un caff, ne presi un sorso, lo sputai nel lavello e per
un po' mi passai la lingua sul dente. Mi sedetti al sole nella
veranda fino alle nove, poi mi feci a piedi cinque chilometri
per andare dal dentista. Per strada vidi una donna che
camminava nella direzione opposta con un cane marrone.
Nella mia testa: Ecco un altro organismo vivente attaccato
a un pezzo di corda.
Lo studio del dentista era in una via di negozi tra Mr.
Video e il salone per unghie Angel Tips. Entrai e c'era
gente sparsa per la sala d'attesa, che leggeva riviste. Casa
e giardino. Cosmopolitan. Us Weekly. Time.
Andai al bancone. La tipa della reception era al telefono,
e mi indic un portablocco. C'era legata una penna blu
con un pezzo di filo interdentale verde, e mentre firmavo
lei mi chiese se ero gi stato da loro. Dissi di no e lei mi
diede una pila di fogli da riempire: Data, Et, Sesso, Statura,
Peso, In caso di emergenza contattare, due pagine
di storia clinica (domanda 9: Si procura facilmente ematomi?),
una pagina di Dati del paziente, una di Informativa
legale, una di Informativa sui materiali odontoiatrici
utilizzati, una di Informativa sulla privacy. Rimasi seduto
nell'ingresso a lungo, finch una donna non sbagli a pronunciare
il mio cognome e mi port in una stanza bianca
dove un messicano con le nocche tagliate mi fece i raggi alla
testa. Una volta finito, la stessa donna mi port in un'altra
stanza bianca. Ci rimasi seduto a lungo, fissando una
crepa nel soffitto e chiedendomi se Carey ogni tanto mi
pensava. Quando finalmente entr la dentista fui felice.
Era pi vecchia di me, pallida e carina, magra da sembrare
fragile, con un neo sulla palpebra sinistra. Ci sarei
uscito di brutto. Disse salve e mi chiese come stavo, sfogli
un fascicolo, si mise i guanti di gomma. Era educatissima.
Si mise una mascherina chirurgica e gli occhiali protettivi
e sistem la mia sedia e la luce. Piazz delle cose di metallo
su un vassoio di metallo. - Okay, - disse, - diamo un'occhiata
Mi apr il dente senza anestesia locale e lo tocc
con uno stuzzicadenti di metallo, chiedendo: - Fa male?
- S.
- Fa male?
- S.
- Fa male?
- S.
 
GUERRIERO AMERICANO 2.

Mio fratello mi fece scommettere cinquecento dollari
che non avrebbe superato la fine di dicembre. Accettai e
vinsi: la nonna mor il 3 gennaio. Presi qualche giorno di
permesso dal lavoro e andai a casa per aiutare mia madre
a organizzare il funerale, ma perlopi facevo spuntini e
guardavo film di merda. Dopo Guerriero americano 2 - La
sfida, mi alzai dal divano e diedi un calcio a un sacchetto
di popcorn da microonde. I chicchi finirono dappertutto.
Entrai in cucina facendo la ruota, cercai da mangiare
nel frigorifero e pensai alla dentiera della nonna. Era giallognola,
brutta e le si muoveva in bocca, e mi chiesi come
mai il dentista non gliel'avesse fatta bella e bianca. A fini
di realismo, immaginai, per rappresentare in modo autentico
la materia trattata. Ecco qualche altro esempio: i
romanzi rosa di V. C. Andrews hanno successo, dal dentista
soffri e i cotton fioc diventano gialli quando ti ci pulisci
le orecchie.
Pass la cagna dondolando e fantasticai di tagliarla a
met con una spada.
Afferrai la bottiglia da due litri di Coca, misi la bottiglia
sul tavolo, svitai il tappo, andai alla credenza, presi un
bicchiere dalla credenza, misi il bicchiere sul tavolo, sollevai
la bottiglia, versai un po' di Coca nel bicchiere, mi
fermai, guardai la cagna - che mi stava guardando - mentre
aspettavo che scendesse la schiuma, finii di riempire il
bicchiere, posai la bottiglia sul tavolo, presi il bicchiere, ne
bevvi mezzo, posai il bicchiere, pensai a mia nonna, e con
un pugno feci volare la bottiglia gi dal tavolo. Sparkles
lecc laghetti di Coca-Cola.
Mi sedetti, allo stesso tavolo dove una volta avevo mangiato
cereali da colazione dolci con il latte scremato, ascoltando
il rumore dei tacchi alti di mia madre che ticchettavano
sul pavimento mentre mi preparava per la scuola.
All'epoca pensavo che le Poconos fossero isole dei Caraibi.
Dopo la scuola io e mio fratello mettevamo nel tostapane le
pizzette Ellio e parlavamo delle belle ragazze che ci piaceva
guardare mentre masticavano panini e bevevano cartoncini
di succo con la cannuccia. Ogni gioved sera accanto al lavello
c'erano i sacchetti bianchi del McDrive, ogni venerd
sera una scatola unta del cinese Wing Wah Kitchen. E il tavolo
dove ho confessato a mio padre che avevo paura delle
bambole di porcellana, e anche il tavolo dove mia madre
ha confessato a me, dopo il secondo tazzone di grappa alla
prugna Fu-Ki, che suo padre era un pezzo di merda che
ammazzava i gatti randagi col badile quando gli entravano
nel giardino dietro casa.
Mia nonna mor nella stessa cucina, accanto a un tostapane
pieno di bagel pomodoro e mozzarella non ancora
pronti, dieci giorni dopo che quello stronzo di suo nipote,
io, le aveva regalato una videocassetta di aerobica intitolata
Balla a pi non posso! per Natale. Aveva la bocca
aperta e un po' di cacca nel pannolone. La trov mia madre.
Io fui il primo ad arrivare dopo di lei, ansioso di dare
una mano, meno turbato dalla morte di mia nonna - era
nell'aria da anni - che dal biglietto sul tavolo in cui mi si
chiedeva di pulire le briciole e passare l'aspirapolvere nello
studio prima che arrivasse mio fratello. Atterrava al JFK e
mia madre era andata a prenderlo. Quel biglietto mi fece
esplodere, e mentre Sparkles lappava laghetti marroni con
la lingua rosa mi girai e lanciai il bicchiere vuoto contro
il tostapane, lanciai il tostapane contro il microonde, lo
sollevai per il filo, andai in corridoio facendolo roteare in
aria e lo sbattei contro la libreria coi titoli preferiti di mia
madre: Donne che amano troppo -, Femminismo e spiritualit -,
Troppo buone per il proprio bene-, La forza di sopravvivere -,
Se ti ferisce non  amore -, Amare un egoista... Mi chiedo se
li abbia comprati pensando a me, o a mio fratello, o a mio
padre, o a suo padre, o a tutti noi. Stavo ancora prendendo
a calci il tostapane quando saltellando arriv Sparkles, ci
si avvent sopra, morse il filo, cominci a scuotere la testa
e lo trascin in giro per la stanza. Facemmo tira e molla
per un po', dopodich si rotol sulla schiena mostrandomi
la pancia. Da qualche parte dentro di me, quella sua
vulnerabilit provoc un intenso desiderio di farle male.
Decisi che era meglio uscire di casa.
Descriver le pareti perch  facile: erano bianche, e
mi feci male alla nocca del mignolo destro prendendole a
pugni mentre andavo da una stanza all'altra in cerca delle
chiavi della macchina. Non riuscire a trovarle mi diede
una tale frustrazione che presi a botte la porta del bagno,
poi mi allontanai zoppicando e agitai il pugno contro la testa
in gesso di Beethoven sul pianoforte che non abbiamo
mai imparato a suonare. Dopo tutto ci, trovai le chiavi in
una tasca del giaccone che gi avevo controllato, solo che
mi erano sfuggite. Afferrai la videocassetta e partii verso
la porta sul retro, ma a met strada mi accorsi che c'era
Sparkles rannicchiata sotto il tavolo della cucina, tremante,
terrorizzata da me. Mi odiai un pochino di pi, le diedi
una fetta di formaggio industriale, le accarezzai la testa e
scesi gli scalini sul retro tre alla volta.
Arrivato in fondo raccolsi un ramo e lo agitai qua e l
perch mi piaceva il rumore, poi lo lanciai contro un albero
senza foglie e lo mancai. Aprii la portiera della mia
macchina - una Camry nera col paraurti posteriore spezzato
e un attaccapanni di metallo come antenna - salii e la
richiusi con violenza. La manovella del finestrino cadde.
Quando misi in moto Justin Timberlake attacc a cantare
Cry Me a River e a me venne voglia di farlo volare a calci da
un grattacielo come il figlio di Clapton; guardarlo cadere
da un punto altissimo come le vittime dell'11 settembre.
In Woodlawn Avenue vidi una cassetta postale dipinta
come una mucca. In Idle Hour Boulevard vidi una cassetta
postale dipinta come un cigno. In Shore Drive mi misi a fare
calcoli con i numeri delle cassette postali fino al 7-Eleven
all'angolo tra Vanderbilt e Montauk. Su un palo del telefono
c'erano due cartelli fissati con le puntine.
NON SEI ASSICURATO?
DENTISTA LOW COST
I 800 DENTALL
1324 Lincoln Drive
L'altro era un invito a una festa aperta mormone.
Mi fermai al 7-Eleven, comprai caff e sigarette e mi
sedetti sul marciapiede e ne fumai due e pensai a tutto nel
dettaglio. Mi sarei presentato alla festa aperta, avrei bussato
e salutato. Una volta dentro avrei assunto droghe e giocato
d'azzardo e fatto sesso con una prostituta. Poi avrei
tenuto un discorso sull'evoluzione, fatto un esperimento
scientifico (qualcosa con un becco Bunsen), li avrei accusati
di imperialismo mentale, dopodich avrei ucciso tutti.
Avrei tirato pugni sul naso e cavato occhi e fatto saltare
denti dai crani. Mi sarei messo a camminare sui tavoli e
saltando gi avrei tirato calci in testa. Avrei afferrato
oggetti d'uso comune qua e l per la stanza e li avrei lanciati
in faccia, avrei pizzicato il culo alle signore e spinto una
persona pi bassa della media contro qualcosa di appuntito.
Mi sarei abbassato di colpo e mosso a zigzag e avrei
bloccato manate, schivato pugni, appiccato incendi, insultato
bambini e baffi. Avrei letto tre paragrafi di Fishboy
e usato pagina cinquantasei per tagliare gole col bordo affilato,
avrei mollato calci nella pancia e mi sarei lavato i
denti, avrei rotto spine dorsali e mi sarei pettinato, avrei
spezzato colli e fatto divisioni lunghe. Tre o quattro li
avrei avvelenati. Avrei respirato in un boccaglio fluorescente
- magari rosa - e tenuto in vita una bella signora
perch mi piegasse i vestiti. Se non l'avesse fatto bene, le
avrei morso il braccio bianco. Bevvi un altro sorso.
Mi alzai, accesi la terza sigaretta e buttai il pacchetto di
fiammiferi acceso in un bidone della spazzatura. Rimasi a
guardare dalla macchina: fumo nero, plastica che si scioglieva,
bicchieri di granita e carte di caramelle carbonizzati,
hot dog mangiati a met e fiamme che guizzavano verso
l'alto diventando nere, e poi sbriciolai i trenta per trenta
centimetri del finestrino anteriore. Mi sentii meglio, ed
erano solo le 14,32.
Uscii dal parcheggio e presi la Montauk Highway verso
est e vidi le autopompe di West Sayville sfrecciare in direzione
opposta. Guardai pali telefonici e piccoli alberi senza
foglie scorrere confusi. Superai un Exxon, un Gulf, un
Texaco e uno Shell. Il mondo  pieno di cagate e di benzina.
Superai autofficine e fast food, manicure e pizzerie,
farmacie e Old Navy. Pensai al paesaggio americano, e di
tirare un pugno in faccia a Morgan Fairchild.
Superai la palina di soccorso numero 5-492 sull'autostrada.
Superai una banca.
Superai uno che faceva l'autostop.
Stavolta non finisce con me in un bar, o con me in un
bar che le prendo in una rissa, o con me in un bar che parlo
con mio padre, o con me arrabbiato in un bar, o con me che
mi faccio cacciare da un bar perch troppo ubriaco, anche
se sono sicuro che dopo il funerale almeno una di queste
cose sia successa. Stavolta la storia finisce da Mr. Video.
Riconsegnai Guerriero americano 2 e infilai una monetina
luccicante in un enorme distributore di palline di chewing
gum, sperando che ne uscisse una verde, con la quale vinci
un noleggio gratis. Se non esce verde allora mi piacciono
quelle bianche, perch non ti macchiano i denti. Ripensai
alla dentiera di mia nonna, ascoltando la pallina che scendeva
e scendeva e scendeva e ciac. Gialla.
 
SUPERMERCATI.

Sono un maschio, basta guardarmi per capirlo, ho le basette.
Le basette che ho io sono di quelle che le vedi anche
se ho il naso puntato verso di te. Hanno volume. Sono pure
bianco e coi capelli castani, non bianco coi capelli biondi
o nero coi capelli neri, perci il contrasto  notevole. In
pi stavo fissando i non verdissimi piselli nell'insalata di
pasta - o forse erano capperi - che stava dietro la vetrina
del bancone, che stava in basso e a sinistra di dov'ero in
piedi io, perci sono sicuro che la mia basetta destra fosse
perfettamente visibile dal punto di osservazione della
commessa del reparto gastronomia. Quando finalmente
alz la testa dalla ciotola di metallo lucida che stava lavando
e mi vide l che aspettavo di ordinare il mio panino
preferito - il Toscana,  italiano - chiuse il rubinetto
e strill: - Vaneee! Vanessa! Vieni qui a servire questa signora!
- Inizialmente pensai si riferisse a qualcun altro,
ma no, mi guardai alle spalle da entrambi i lati. Poi me ne
andai e basta.
Mentre tornavo a casa feci l'errore di rispondere al telefono
quando chiam mia sorella, e poi l'errore di raccontarle
cos'era appena successo. Si mise a ridere cos forte che le
venne un attacco di tosse coi conati, dopodich mi ricord
quella volta che eravamo andati insieme allo ShopRite
perch bisognava cambiare il cibo per cani a Sparkles perch
i nostri genitori le stavano dando una roba al sapore
di cheeseburger che l'aveva fatta cos ingrassare che adesso
sembrava un cucciolo di tricheco. E non  nemmeno
una battuta. Quando si sedeva, le zampe dietro sparivano
sotto un rotolo di ciccia. Eravamo in fila per pagare della
roba dietetica di qualit quando mi si era avvicinata una
signora dicendo: Scusi, salve, solo una domanda... per
caso lei  parente della Nance Panetieri che sta in Biltmore
Street? Perch la somiglianza, Dio mio, - e l aveva fatto
ruotare le dita davanti alla mia faccia come se mi avesse
appena fatto un incantesimo al naso, -  sbalorditiva. Poi
aveva emesso un sospiro drammatico e spalancato gli occhi
in attesa della mia risposta, che era stata no, non lo sono.
Dopo che mia sorella fin di ricordare questa cosa ad alta
voce, le dissi che era molto poco simpatica e probabilmente
anche lesbica, al che mi rispose che lei perlomeno non lo
sembrava.
Anche se cos allungavo la strada verso casa di due o tre
chilometri, cominciai a fare la spesa in un altro supermercato,
un Pathmark, che costava un po' di pi ma mi sembrava
pi pulito ed era illuminato meglio. L per qualche
tempo and tutto bene, finch una sera non mi ritrovai
davanti allo scaffale delle minestre. Feci un passo indietro
e guardai le minestre in alto e le minestre in basso e
poi le luci al neon in alto e il soffitto, dopodich ruotai su
me stesso e mi resi conto che ero in pratica dentro un capannone
pieno di cibo e mi sentii completamente travolto.
Mi succede una cosa simile nelle biblioteche e quando
guardo il menu di certi ristoranti greci di Long Island. E
che c' troppa scelta tra cui scegliere, cos niente risalta,
e nel giro di un attimo la cameriera  di nuovo al tavolo e
io ancora non so che cosa voglio perch sono l che mi interrogo
sui bisonti o i congelatori commerciali o non so
cosa e non riesco a decidere perci dico niente, grazie, mi
scusi, e vado a sedermi in macchina e respiro a fondo e
stringo il volante.
Insomma ero l che pensavo cazzo devo andarmene da
qui subito, cos partii di corsa verso l'uscita. Ero a met
del parcheggio che ascoltavo le monetine tintinnarmi nella
tasca sinistra quando sentii: - Ehi! Tu! Le caramelle
non le paghi?!
Mi girai e vidi un tizio biondo col gil blu che veniva
dritto verso di me. E quando gli adulti sono biondi e maschi
- maschi adulti biondi - per qualche ragione faccio
fatica a non provare fastidio. Le donne bionde non mi
danno fastidio, e nemmeno i bambini biondi. Ma nove
maschi adulti biondi su dieci mi danno fastidio eccome,
perch penso che il biondo dovrebbe gi essergli passato.
Cos quando lo vidi l sentii un tuffo dentro il petto, che
mi indicai con l'indice.
- Io?
- S. Tu. Ti piace rubare le caramelle?
- No, - dissi. - Non mi piace.
- Allora perch le hai rubate?
- Io non ho rubato nessuna caramella.
- E allora perch un mio dipendente mi ha appena detto
che ti ha visto rubare delle caramelle?
La mia sola ipotesi fu perch era vecchio e magari ci vedeva
male. Il che a lui dovette sembrare plausibile, perch
rimase immobile a fissarmi per qualche secondo intanto
che ci pensava su. Poi disse: - Io non credo, ragazzino.
- Ho trent'anni.
- Davvero? Non li dimostri.
- Grazie.
A quel punto una macchina nera che a me sembr una
Toyota Camry - ma a me quasi tutte le macchine sembrano delle
Toyota Camry - avanz lentamente verso di noi
lungo la fila di auto simili a Toyota Camry parcheggiate,
e tutti e due lanciammo un'occhiata incuriositi.
- Fammi vedere cos'hai nelle tasche, - disse lui, lanciando
ogni tanto un'altra occhiata alla macchina in lento
movimento.
- Certo, - dissi io, lanciando un'occhiata all'auto in
lento movimento. Poi rimanemmo tutti e due a fissarla,
e dopo un tempo che mi sembr davvero lungo, e che potrebbe
essere stato davvero un tempo molto lungo, l'auto
finalmente arriv al punto dov'eravamo noi e si ferm. Si
abbass il finestrino sul lato del passeggero, e io e il tizio
coi capelli biondi e il gil blu ci chinammo a guardare dentro,
dove una signora non brutta coi capelli castani legati
in uno chignon si chin in avanti e disse: - Salve.
- Salve, - dissi. - Come va?
- 'Sera, signora, - disse il tizio biondo.
- Uno di voi sa dirmi dove si trova il Blue Legume? -
chiese la signora.
- Certo, - disse il tizio biondo. - Io adoro quel posto.
Se non ci  mai stata, le consiglio i noodles alle alghe con
tempeh e funghi shtake.
- Oooh, - disse lei. - Chiss che buoni.
- No, - dissi io. - Chiss che schifo.
- Sono davvero fantastici, - disse il tizio biondo. - Io
li prendo almeno due volte la settimana. Ma qualunque
cosa scelga, si faccia dare di contorno il parmigiano di
noci brasiliane. Si fidi -. Pass quindi a darle indicazioni
molto esaustive, dopodich la donna lo ringrazi e tir
su il finestrino. Poi ripart lentamente verso l'uscita del
parcheggio, mise la freccia sinistra, rimase li per un tempo
che mi sembr davvero lungo anche se non arrivavano
altre macchine, infine svolt a destra.
Mi svuotai le tasche. In quella sinistra davanti c'erano
delle monete, in quella destra dei biglietti da un dollaro,
nella tasca destra dietro c'era il mio portafoglio e in quella
sinistra una barretta 3 Musketeers che avevo rubato. Gliela
consegnai e lui mi disse di non tornare mai pi, e io gli
chiesi scusa e gli promisi che non sarei tornato.
Nel corso dei mesi successivi vagai fra supermercati e
alimentari e negozi biologici in cooperativa e negozietti di
quartiere, e nel frattempo successe tutto quel che segue:
 Avevo appena parcheggiato e stavo andando verso
l'ingresso di un Waldbaum's quando un sacchetto
di plastica bianco si alz ondeggiando e usc da un
carrello della spesa abbandonato e per il resto vuoto.
Senza che dovessi rallentare n cambiare il ritmo
n modificare in alcun modo la mia andatura, io
e il sacchetto ci incrociammo, due vettori che convergevano
sullo stesso punto nello stesso momento,
come se fosse una cosa programmata ed eseguita
alla perfezione. Non dovetti fare altro che sollevare
la mano sinistra, il sacchetto ci si pos dentro e io
proseguii verso il supermercato, dove lo depositai
in un pratico scatolone con la scritta Contenitore
per il riciclo dei sacchetti di plastica.
 Mentre seduto su un marciapiede mangiavo una
crocchetta di riso davanti a un negozio di alimentari
biologico/cooperativa, un tizio con troppi accessori
addosso venne da me e mi chiese se avevo spicci.
Dissi: - Ciccio, sto mangiando una crocchetta -. E
lui: - Okay, posso sedermi? - Fa' quel che ti pare,
- dissi, sperando che cambiasse idea sul fatto di
sedersi. Si sedette e mi chiese di dov'ero. - Oakdale, -
dissi, - un buco di merda sulla costa sud, -
poi diedi un altro morso alla crocchetta. Dopo aver
masticato e deglutito e meglio inventariato il suo
cappello e la bandana e i piercing e il fazzoletto da
collo e i gioielli e l'odore, il silenzio si allung abbastanza
da infastidirmi, cos cedetti e gli chiesi di
dov'era. Disse: - Di nessun posto -. Dissi: - Okay,
ma dove sei nato? - Disse: - Su un aereo, - si alz
e se ne and.
Qualcuno - non so chi - aveva mangiato met di
una mela tentando poi di nasconderla sotto un sacchetto
di cacao per dolci.
Nel carrello in fila davanti a me alla cassa c'era un
bambino piccolo, e mi fissava e mi mostrava le gengive,
allora feci una smorfia e lo salutai con la manina.
Si mise a ridere, cos feci un'altra smorfia e
lo salutai con la manina un altro po', e la madre mi
guard e sorrise, e io sorrisi a lei come a dire: Non si
preoccupi, non lo ammazzo n niente. Sono bravo.
Il bambino continuava a sorridermi con le gengive, e
io non sapevo cos'altro fare, oltre alle smorfie e a fare
ciao con la mano non ho altre mosse per interagire
coi bambini, ma sentivo che dovevo fare qualcosa,
allora dissi: - Ehi, piccolino. Vieni qui spesso? - Poi
gli feci l'occhiolino e schioccai la lingua. Il bambino
smise di sorridere e pieg la testa da un lato come
un cane, quindi notai che la madre mi stava fissando
con un'aria che mi mise molto a disagio, allora finsi
di essermi scordato le pile e uscii dalla fila.
 Donna Sovrappeso n. i : - Dio santo... ma chi diavolo
li spende sette dollari per un sacchetto di caramelle?
Donna Sovrappeso n. 2: - Grande quanto, il sacchetto?
 Una bambina messicana di cinque o sei anni stava
piangendo accanto ai succhi d'arancia. Non vedendo
nessun altro in giro pensai che magari si era allontanata
dai genitori, o che loro si erano allontanati da
lei. Ad ogni modo la guardai per un po', pensando
a cosa fare, poi decisi che avvicinarsi sarebbe stato
troppo strano, e allora non feci niente se non prendere
i cereali.
 Firmai una vagonata di petizioni davanti a un Whole
Foods, pi di quelle che riesco a ricordare, e mi ricordo
guerra, tortura, genocidio, cancro maschile e
femminile, cancro normale, diritti dei gay, diritti
delle donne, diritti dei detenuti, diritti dei veterani
di guerra, AIDS, Guantnamo  il male, ricerca
sulle staminali, un rifugio per bambini senzatetto,
autismo, New Orleans, istruzione, acqua potabile,
e poi un ragazzino nero che aveva bisogno di soldi
per andare a un meeting di atletica in Kansas. Gli
diedi quel che potevo.
 Annuncio dagli altoparlanti di un Trader Joe's: - Jennifer,
sono arrivate le banane.
A un certo punto mi stancai di girovagare e un giorno,
per disperazione, tornai a far la spesa al King Kullen dove
la commessa del reparto gastronomia mi aveva scambiato
per una femmina. Presi al volo quel che dovevo e mi ritrovai
in fila a leggere il numero di Time con le cento
persone pi influenti mentre aspettavo che una signora
finisse di pagare un barattolo di rag. Aveva qualche problema
con il bancomat/carta di credito della Verizon, e si
scus perch mi stava facendo perdere tempo.
Feci un gesto come a dire non importa. - Si figuri, - le
dissi, - non ho fretta, - e mi rimisi a leggere di una popstar
coreana di nome Rain che a quanto pare ha un corpo
da urlo e si sa muovere, e indossa gil, ed  influente. Finito
quello girai pagina e trovai: A volte un bell'uomo 
come un braccialetto di diamanti. Mi rigirai quella frase
nel cervello, valutandola da ogni angolazione, e rinunciai
quasi istantaneamente a decifrarla. Invece chiusi la rivista,
e la rimisi con delicatezza sullo scaffale delle riviste
mentre la cassiera passava i miei articoli.
I miei articoli: cibo per gatti, purea di mele, compresse
solubili per l'acidit di stomaco e uova.
In tutto facevano sedici-diciassette dollari e rotti. Non
avevo contanti, e la carta di credito che pensavo di usare
non era nel portafoglio. Andai un po' nel panico, controllai
tutte e quattro le tasche - destra davanti, sinistra davanti,
destra dietro, sinistra dietro -, frugai di nuovo nel
portafoglio, poi provai con un'altra carta che sapevo non
avrebbe funzionato, due volte. Ellie, stando al cartellino
con il nome, incroci le braccia fissandomi. Non sapendo
come comportarmi, simulai un disorientamento eccessivo,
spiegando che era stranissimo, stranissimo, perch di soldi
su quel conto ero sicuro di averne. -  veramente assurdo,
- dissi convincente. Poi scrollai le spalle guardandomi
le scarpe e mi incamminai verso l'uscita.
Avevo fatto giusto qualche passo quando Ellie disse: - Se
 cos allora perch non prova al bancomat che c' l, - e
mi indic il bancomat che c'era l, che stava accanto ai
distributori di palline di chewing gum che vendono adesivi
argentati con la scritta babygirl e roba del genere. Tossii
e sentii sapore di ferro.
Perch Ellie non mi abbia semplicemente lasciato uscire
dandomi tregua non lo so. Magari mi credeva, ma non
penso. Penso che lei quel che davvero voleva sapere era se
io credevo a me stesso, e non ci credevo. Andai comunque
al bancomat, senza sperare che succedesse niente.
L infilai la carta, scelsi Inglese e inserii il mio Pin,
4-8-7-6, che se guardi le lettere sui tasti  ITPN, abbreviazione
di il tuo pin. Cos non me lo dimentico mai, come
gli adesivi 9/11.
Una volta confermato a me stesso e alla telecamerina
rotonda che s, in effetti non avevo soldi su nessuno dei
miei conti, mi misi a fissare un distributore di palline di
chewing gum che vendeva braccialetti con ciondolini magici,
poi mi guardai alle spalle. Ellie mi puntava ancora, in
attesa. Le feci un finto sorriso, e lei ricambi con un finto
sorriso, al che ricominciai a frugare nel portafoglio, sperando
di trovare quella carta di credito, trovando invece
uno scontrino di Ben Franklin - un negozio di artigianato
schifoso dove una volta andavo con mia madre - per
qualcosa che non ricordavo di aver comprato. Mi stavo
chiedendo cosa fosse quando un tizio grande e grosso della
sicurezza venne l e mi si piazz accanto, appoggiando la
grossa schiena contro il grosso scaffale della carbonella,
del liquido per accendini e dei ceppi finti.
Aveva un'aria da Europa dell'Est - stupida, bianca e
durevole - e teneva le manone appese alla cintura per i
pollici e guardava dritto davanti a s. Mi girai per vedere
cosa stava fissando, e la mia unica ipotesi plausibile fu
l'espositore della Pasta Rom. Ripresi a cercare nel portafoglio,
e avevo appena trovato uno stuzzicadenti usato
quando lui disse: - Col bancomat ha finito? - e io dissi:
- Mi sa di s. Perch? - e lui disse: - Mi serve. - Ah, - dissi,
facendomi da parte, - mi scusi, - solo allora rendendomi
conto di aver lasciato la carta di credito che stavo cercando
sulla mia scrivania dopo aver comprato un guanto
da falconiere su Internet nel cuore di una di quelle notti
insonni-malgrado-le-pillole. Poi la guardia fa: - Un po' pi
lontano, prego -. E quando lo guardo lui sta guardando
me, e sta allungando la mano verso la pistola, poi me la sta
puntando ai piedi, poi alle gambe, poi al petto, poi mi fa
segno di sgombrare. Mi girai alla ricerca di qualcosa, magari
qualcuno, chiunque, non lo so, e quel che vidi furono
file di persone allineate a comprare articoli come formaggi
e shampoo e biscotti e succhi. E in mezzo a tutto questo
c'era Ellie, che ancora mi fissava, con le sopracciglia
alzate a met fronte per l'apprensione, sul viso nemmeno
l'ombra di un qualche senso di inevitabilit, come se infinite
variazioni di tutto questo non fossero gi successe
infinite altre volte.
 
CERCA DI STARE CALMO.

Avr avuto cinque o sei anni un giorno che io e mio padre
stavamo passando a piedi davanti al barbiere Mario
e io alzai gli occhi e volevo prendergli la mano ma con la
mia riuscivo a stringergli solo il pollice, allora gli mollai un
calcio. A otto anni picchiai mio fratello perch si era tolto
l'orologio e il cinturino puzzava di patatine al formaggio.
A undici feci fuori un gabbiano con una sassata e a dodici
ne feci fuori un sacco con un fucile ad aria compressa
Crosman. Presi la patente il giorno dopo aver compiuto
sedici anni, e quando i miei genitori mi prestavano la macchina
andavo in giro a cercare opossum e procioni e bidoni
dell'immondizia da investire. Alle superiori mi sospesero
due volte. A diciannove anni mi ruppi la mano destra contro
un'asse di legno che c'era dietro la parete in cartongesso
del mio monolocale, e a ventuno mi ruppi la stessa mano
tirando un pugno sull'orecchio a un messicano sbruffone
con la faccia grassa. Aveva insultato mia sorella in un bar
e quando gli avevo chiesto di scusarsi mi aveva mandato
affanculo. Puntavo al naso ma ero ubriaco.
Ci avvinghiammo per qualche secondo, dopodich lui
mi piazz qualche pugno ben dato aprendomi il sopracciglio
sinistro. Poco male, il dolore acuto  meglio di quello
continuo. Andammo a sbattere contro qualcuno e nel giro
di un attimo c'erano sedie di plastica verde e bottiglie marroni
e pugni e parolacce che volavano. Lui le prese piuttosto
forte da due tizi che non avevo mai visto e fin a terra
semisvenuto, con la testa appoggiata al muro.
- Sal; - gli dissi. I suoi occhi mi fissarono. - Tu con la
gente devi essere pi gentile -. Poi (ma solo due volte) gli
saltai sulla testa.
Mio padre venne a prendermi al commissariato e andammo
al Wharf senza rivolgerci la parola. Io la fisica non l'ho
mai studiata, ma il silenzio si pu riempire con delle bottiglie
di Bud. Presi un sorso, chiedendomi cosa ci fosse nei
suoi occhi azzurri arrossati: delusione, orgoglio, polvere...
Sembravano gli arcobaleni di benzina nelle pozzanghere
dei parcheggi. Il bancone di mogano era pieno di pezzetti
strappati dall'etichetta della mia Bud. Coriandoli d'agitazione.
Presi un altro sorso.
Mi raccont le sue storie: le risse (due birre), l'ex fidanzata
Babs Zarabinski (una birra), le dimensioni delle mani
di mio nonno (mezza birra); di quella volta che in un bar
si era girato verso il suo amico Georgie Rice dicendo: A
quella l mi piacerebbe morderla sul culo e rimanere con
la mascella bloccata, e Georgie Rice era corso in fondo al
bancone, si era lasciato scivolare sulle ginocchia e l'aveva
fatto (la prima delle due cose); che Georgie Rice nel frattempo
era morto (shot di whiskey). Mi raccont dell'incidente
con la Harley in cui aveva perso la gamba (una birra);
dell'anno intero che aveva passato all'ospedale della Marina
di Charleston ingessato dalla testa ai piedi, di quando
aveva tentato di uccidersi con una scorta trisettimanale di
antidolorifici (shot di whiskey). Mi spieg che il cervello
percepisce gli arti mancanti, che lui a volte sentiva un dolore
o un prurito dove non c'era pi niente, che riusciva a
muovere le dita del piede che non aveva.
Mio padre ordin altre due birre e tutto cominci a
mescolarsi, come se ci stessero razionando la punteggiatura.
Le parole e il tempo scomparvero. Le due bottiglie
scivolarono a un paio di centimetri dalla mano del barista,
fermandosi davanti a noi. Mio padre gli allung un
biglietto da dieci ma il barista guard dietro di lui e corse
in fondo al bancone e poi fuori. Un tizio basso che mi ricordava
una fetta biscottata rotonda fece per mollare un
pugno a uno pi alto
vetri rotti.
Pensai che forse
mi ero sbagliato.
una sigaretta e
le rughe sulla faccia di mio padre,
linee diagonali nella stoffa dei jeans
chewing gum nero sul marciapiede,
cassetta postale 3
su per cinque scalini
porta.
maniglia della porta.
Mi svegli un rumore di vetri rotti e lo sentii borbottare.
Erano le 7,03 del mattino. Chiusi gli occhi, li riaprii ed
erano le 7,16. Andai a vedere se si sentiva bene.
- Stavo facendo un salto in bagno ed  caduto lo specchio.
- Quello grande sulla porta?
- S.
Misi su il caff. Lo bevemmo in silenzio, sentendo solo i cucchiaini, uno dei due che deglutiva, il ronzio della
cucina. Lui doveva lavorare e voleva partire prima che ci
fosse traffico, allora lo accompagnai fuori. Pioveva.
Sal in macchina con il bling... bling... della portiera
aperta, lo scricchiolio dei bicchieri di polistirolo, l'accartocciarsi
dei sacchetti marroni unti dei suoi tramezzini
bacon uova e formaggio. Fece retromarcia e part. Lo guardai
finch svolt l'angolo, poi abbassai gli occhi sul punto
dove prima era parcheggiata la sua auto. Le gocce di pioggia
stavano increspando un laghetto di antigelo.
 
GIRI DI CONSEGNE.

Fuori, nello spiazzo di ghiaia ed erbacce del parcheggio,
vicino a un ceppo che significa Non oltrepassate che
finite in mare, dissi: - Donny, Donny, Donny, sveglia.
Sveglia, Donny. Donny, sveglia. Donny, Donny, Donny,
sei un postino... - Poi gli diedi un calcio, piano, nelle costole.
Non si svegli.
L'avevo visto prima, seduto al bancone, con il collo
abbassato verso il bicchiere, gli occhi spioventi, poi non
l'avevo visto pi, poi l'avevo visto di nuovo mentre andavo
al bagno dei maschi. Lui stava uscendo, si asciugava il
mento nella manica lucida della camicia subito dopo aver
vomitato nel lavandino e sul lavandino e sul pavimento, e
c'erano alcuni ravioli ancora interi come se non li avesse
masticati. L per l rimasi senza parole, mi limitai a guardare
lo schifo e passai oltre con una specie di risentimento
pigro, dirigendomi verso il gabinetto pi lontano dall'odore.
Dopo aver pisciato su un pezzo di carta igienica intorno
alla tazza tirai l'acqua con il piede sinistro, e quando
ripresi il mio posto al bancone Donny non c'era pi.
Passai le due ore successive a guardare i miei biglietti
da venti trasformarsi in un mucchio disordinato di pezzi da
cinque e da dieci e da uno e monetine. Annuivo anche, ogni
tanto, a un tizio con la testa che sembrava di porcellana,
mentre mi raccontava l'ultima lite che aveva avuto con la
fidanzata. La sua versione era che avevano preso il treno
per la citt e volevano andare allo zoo del Bronx perch a
lei piacevano gli oranghi. Prima di arrivarci, per, si erano
fermati in una pizzeria. Lei aveva ordinato una fetta di pizza
normale, lui un beefpatty, che io non ho mai mangiato,
ma dice che  una cosa di pasta ripiena di carne di manzo
condita. Mi spieg che era una roba giamaicana e buonissima,
e che voleva farla assaggiare anche a lei, ma lei non
voleva assaggiarla. Allora le aveva detto eddi, un assaggino,
un morsetto solo. Ma lei aveva detto no, grazie, al
che lui le aveva chiesto perch no, e lei aveva detto non
mi va. Mi disse che lui proprio non capiva, ma assaggialo,
e lei no, davvero, non mi va. Allora era andato in fissa, e
l'aveva supplicata di assaggiarlo, tipo che no, davvero, lo
devi troppo assaggiare, solo un morso, devi. Ma lei si era
rifiutata di assaggiarlo, allora le aveva detto che se non lo
provava col cazzo che andavano allo zoo, e lei si era messa
a piangere. Lui ovviamente all'inizio si era sentito molto in
colpa vedendola piangere, poi non pi. Per si era scusato
lo stesso, un sacco di volte, ma lei era molto scossa e non
la smetteva di piangere, allora lui le si era avvicinato un
po' e a bassa voce l'aveva implorata di smetterla di piangere,
ti prego non piangere, ci stanno guardando. Lei era
sbottata: Chissenefrega se ci guardano! Lui allora, non
sapendo che altro fare, per un po' era rimasto l a guardarla
piangere, poi aveva abbassato gli occhi sulla fetta di pizza
mangiata a met, gli era sembrata unticcia e aveva notato
quant'era piccolo il segno dei denti di lei, e per qualche
ragione la cosa l'aveva eccitato tanto che l'uccello gli formicolava
un po', solo che poi le aveva dato della cogliona
di merda e tirato fuori quella volta che lei aveva detto che
non le piaceva il guacamole perch era troppo piccante.
A questo punto si ferm e mi guard dritto in faccia,
cosa che fino a quel momento non aveva fatto, e mi chiese:
- Secondo te sono io che sbaglio? Cio, il guacamole 
piccante? - Ci pensai su, poi risposi che il guacamole, se preparato
nel modo giusto, non  piccante. Gli fece talmente
piacere vedersi confermare quel sospetto che mi offr
il drink successivo. Alla fine non ce l'avevo pi accanto.
Non so dove fosse andato.
Poco dopo vidi una donna vestita troppo elegante per il
bar dov'eravamo, seduta da sola a un tavolo con la schiena
verso il camino spento. A vederla poteva avere un'et
qualunque tra poco meno di venti e poco pi di quaranta,
e mentre ero l che inventariavo il suo eccesso di eleganza
un tizio sovrappeso con i mocassini da barca e un sigaro
spento in bocca le si avvicin e si sedette. Erano chiaramente
sposati, e li osservai parlare a bassa voce di non
so cosa, e quel non so cosa riguardava loro, ma continuai
a studiarli per un po' prima di pensare che probabilmente
avevano dei figli, probabilmente due. Poi per un po'
immaginai i loro due figli, i loro nomi e le loro et, tutto
quanto, comprese le salopette OshKosh B'gosh, ed ero
serio, non scherzo, mentre speravo che con la baby-sitter
si stessero divertendo. L capii che avevo bevuto troppo e
dovevo andarmene subito.
Ma non me ne andai subito. Prima fissai loro due finch
loro due non fissarono me, dopodich, sempre reggendogli
lo sguardo, mi ficcai una manciata di noccioline in
bocca, le masticai con brio, quindi deglutii. Poi, come un
bambino ammalato che fa vedere alla mamma che s, l'ho
presa la medicina, aprii la bocca il pi possibile e tirai fuori
la lingua - Visto? Sparite! - sorrisi e alzai le sopracciglia
come a dire tocca a voi, coglioni. Poi me ne andai.
A Donny non avevo pi minimamente pensato, finch
andando verso la macchina non lo vidi steso l, sulla pancia,
accanto al ceppo. All'inizio non capivo cosa fosse, e
quando poi ci arrivai non capivo chi fosse. Mi avvicinai
di soppiatto come faccio quando avvisto una lepre, dopodich
rimasi fermo a guardargli i capelli. Alla fine stabilii
che respirava.
Non sapendo cosa fare, pensai di lasciarlo l. Non eravamo
pi amici dalle elementari, da quando lui senza motivo
mi aveva tirato Un pugno su una tempia durante un compito
di matematica. Viene proprio ricordato come il bambino
che tirava pugni senza motivo, e anche come il bambino che
alla festa di primavera sbagliava sempre la danza intorno
all'albero della cuccagna. Dopo quel pugno non avevamo
praticamente pi comunicato fino all'ultimo anno di superiori,
e anche in seguito soltanto con un cenno del mento e
uno scambio di ehil. A volte, se capitava che fossi fuori
mentre consegnava la posta, gli facevo ciao con la mano.
Il secondo calcio glielo diedi pi forte, e lui senza guardare
tast intorno con la mano sinistra, trov la mia scarpa
destra, tocc le stringhe e sciolse il nodo. Mi fece una
strana tenerezza. Quel rifiuto di comportarsi bene malgrado
la sua vulnerabilit mi fece venir voglia di aiutarlo.
- Di che ti porto a casa, - dissi.
Si rigir sulla schiena e mi fiss con gli occhi socchiusi,
sembrava un Joe Cocker con le convulsioni sul palco. - No.
- Donny. Devi farti il tuo bel sonno da postino nel tuo
letto da postino.
- Sei uno stronzo pazzesco, - disse lui. - Un grandissimo
figlio di puttana.
- Forse, - dissi, e mi girai verso la baia a guardare la luce
della luna che faceva le sue cosette luccicanti sull'acqua.
Poi mi sedetti sul ceppo, mi accesi una sigaretta e valutai
le opzioni. Dopo qualche tiro, gli toccai una spalla. - Fatti
dare uno strappo a casa, Donny, - dissi. - Lasciati aiutare.
- Okay, - disse lui.
Gli afferrai il braccio con la mano sinistra e l'ascella
con la destra e lo aiutai ad alzarsi e a raggiungere la mia
Camry malridotta, un'eredit di mia madre che avevo
odiato per anni. Dopo che era morta l'avevo odiata solo
un po'. L'autoradio prendeva soltanto la WBAB, una stazione
di easy listening che a lei era sempre piaciuta ma a
me no, e quando la accesi c'era uno che cantava una roba
orrenda sull'amore, quindi spensi.
Viaggiammo in silenzio per un pezzo, e appena superato
il ponte dello Snapper Inn lui cominci ad avere i conati,
cos misi la freccia e accostai. Fece un po' di casino con
la cintura di sicurezza e con la leva della portiera, ma alla
fine riusc ad aprire tutt'e due e cadde fuori dalla macchina,
quindi strisci verso il mezzo acquitrino rimasto dopo
che avevano costruito le case giganti con le pompe di drenaggio
nelle cantine sempre fradicie. Scesi anch'io e mi
appoggiai al cofano, e un lampione che ronzava poco pi
in l si spense. A volte penso che lo facciano apposta per
me, si spengono quando mi avvicino.
Guardai le stelle mentre Donny vomitava e sputava,
inspirava e sputava, e cos via finch non smise. Poi ricominci,
e di nuovo lo ascoltai, e quando mi sembr che
avesse finito mi avvicinai e gli chiesi se era a posto. - Sto
bene, - disse. - Sto da dio -. Poi il lampione fece un clic
e ronzando si riaccese, e vidi dei fili arancioni di vomito
che gli penzolavano dalla bocca e dalle narici. Indicai prima
le stiance, poi lasciai cadere la mano verso quella che
sembrava edera velenosa e gli dissi di pulirsi la faccia con
le foglie. Lui se la pul nella manica lucida della camicia.
- Dovevi usare le stiance, - dissi.
- Stiance?
- Ma s, - dissi. - Quelle specie di canne.
Mi disse che era terrorizzato da suo fratello.
- Quello sar in piedi che mi aspetta. L'ultima volta che
sono rientrato a quest'ora mi ha tirato una craniata che mi
ha rotto il naso.  davvero forte. Ha solo tredici anni, ma
in pratica  gi un uomo.
- Tutti hanno paura di qualcosa.
Mi voltai, feci il giro intorno alla macchina e salii, misi
in moto, lo guardai in piedi che ondeggiava nel filo di
brezza, guardai dietro di lui le stiance che ondeggiavano
nel filo di brezza, abbassai il finestrino sul lato del passeggero
con il pulsante sul lato del guidatore.
- Sali o no?
- No.
- Sali, - dissi.
- No.
- Sali su 'sta cazzo di macchina, Donny.
Disse di no per la terza volta e cominci a soffiarmi contro
come un cigno, o un serpente, o un coglione. Gli dissi
di piantarla di soffiare, ma lui and avanti per un po',
poi sal in macchina e non voleva mettersi la cintura. Gli
dissi okay, imbecille, come ti pare, poi misi la freccia e
rientrai nella carreggiata. Mentre prendevo velocit, lui si
sporse in avanti e accese la radio. C'era un altro tizio che
cantava qualcos'altro di orrendo sull'amore, e - mentre
mi allungavo a spegnere - Donny mi diede un pugno dritto
sulla tempia. La testa mi rimbalz contro il finestrino
del conducente e tutto divent bianco, come se dall'alto
mi avessero acceso un proiettore dentro il cranio. Sentii
che scivolavo in avanti e che la mano sinistra si allentava
sul volante, che il piede destro si alzava dall'acceleratore.
Sentii cose possibili e impossibili: il motore della macchina
che calava di giri, il brusio delle ruote sulla strada che
diminuiva, Donny che respirava, io che respiravo, l'erba
che respirava, i grilli che galleggiavano nella notte come
a dire Sono un grillo, sono un grillo... Anch'io sono un
grillo..., le stiance e i salici cenerini che ondeggiavano nel
filo di brezza. Sentii la voce di mia madre pronunciare il
mio nome, una volta sola, ma rimase l, sospeso nell'aria
intorno a me per poi svanire. Infine non sentii n pensai
n provai pi niente, solo nero e silenzio, come prima di
nascere.
Un po' di tempo dopo, a mo' di blip, mi risvegliai. Capii
prima ancora di aprire gli occhi che ero sul sedile del passeggero
della mia macchina, che la macchina era parcheggiata
davanti a casa mia, e che la mano sulla mia spalla,
quella che mi scuoteva delicatamente, era di Donny, ed era
lui che diceva: - Sveglia, Alby. Alby. Alby. Alby, sveglia.
 
AREA DI SOSTA.

Mi fermai per qualche mese dopo che mio fratello e mia
sorella avevano abbandonato la nave, in teoria per tenere
d'occhio lui, in realt perch non riuscivo a fare granch
se non starmene seduto a chiedermi che aspetto avesse il
corpo di mia madre che marciva in una scatola costosa sotto
terra; e anche perch lui aveva un televisore grande, e una
domenica mattina scendendo al piano di sotto lo trovai al
tavolo della cucina che fissava un cruciverba attraverso gli
occhiali da lettura con un'astina sola poggiati storti sulla
punta del naso. Davanti a lui c'erano sei o sette lattine di
Bud stritolate, una non stritolata, un sacchetto di biscotti
d'avena, e aveva una crosta gigante sul lato sinistro della
faccia che in alcuni punti sanguinava ancora.
- Buongiorno, pap, - dissi, riempiendo il bollitore.
- 'Giorno, - disse lui.
Il fornello scatt tre volte prima di fare fiamma, come
sempre, e io andai a prendere una tazza dall'armadietto
delle tazze e mi appoggiai al ripiano della cucina.
- Il re del pane, - disse lui. - Tre lettere. La terza
 una e.
Pensai al pane per un po'.
- Non lo so, - dissi, perch non lo sapevo, poi mi avvicinai
e guardai le parole crociate da dietro le sue spalle,
poi per un altro po' la sua faccia che ancora sanguinava,
poi per un altro po' le parole crociate. - Non ne ho idea.
Mi girai e guardai fuori dalla finestra due scoiattoli appesi
a una mangiatoia per uccelli di legno. Nella mangiatoia
non c'erano semi, non ce n'erano da anni. Stavano
masticando il tetto di legno.
- Dobbiamo prendere un po' di semi da uccelli, - dissi.
- Per gli scoiattoli.
- L'Herb della jazz band Tijuana Bass. Sei lettere.
La quinta  una e.
- Puoi scrivere salvia sbagliato, - dissi. - Oppure aggiungi
una e a ganja. Ganjea.
- Herb, non erba, - disse lui. -  il nome di un cazzo
di musicista.
- Ivoro. Herb Ivoro.
Scosse la testa. - Cretino.
Quando l'acqua cominci a bollire me la versai nella
tazza, aggiunsi una bustina di t, guardai il marrone che
si dilatava e andai a prendere la panna da caff in frigo.
- Mae e Nathaniel, quattro lettere.
- West, - dissi. - Che ti sei fatto in faccia?
- Sono caduto dalla bicicletta.
Come spiegazione era plausibile. Era estate, che a Long
Island  stagione di sagre - sagra dell'aragosta, sagra dei
frutti di mare, sagra dell'ostrica, una specie di pow-wow
indiano, pi una sfilata di barche d'epoca - e per evitare
di guidare da ubriaco aveva iniziato ad andarci con la
bici di mio fratello, bevendo finch non gli chiedevano o
gli imponevano di smammare, e poi tentando di pedalare
verso casa.
-  quella la tua colazione?
Mi lanci un'occhiata indefinibile e si ficc un biscotto
intero in bocca e prese a masticarlo in un modo che credo
dovesse apparire aggressivo. Sembrava un gigantesco cinquenne
infelice, e la cosa mi turb.
- Ho tentato di mangiare un uovo sodo, - disse, - ma
il guscio non veniva via bene.
- Io le'uova le mangio pi sode di te, - dissi. - Le mie
sono davvero sode. Soderrime.
- Sei un cretino.
- Faccio quel che posso. Vuoi che ti prenda qualcosa
in rosticceria?
- No, - disse a una macchia per terra accanto ai miei
piedi.
- Ma dare una passata al pavimento?
- No.
- Mi invidi perch ho tutte e dieci le dita dei piedi?
- No.
- Sei intelligente?
Si ficc in bocca un altro biscotto, si alz e se ne and
tutto impettito a finire le parole crociate davanti al grande
televisore. Feci il dito medio alla sua nuca, sciacquai
un po' di piatti nel lavello e li misi nella lavastoviglie. Poi
gli rubai le pillole. Non si sa come era riuscito a convincere
un idiota dell'ospedale dei veterani che aveva l'ADHD,
quando in realt era solo depresso perch la chemio aveva
fatto fuori mia madre, cosa che io - non so perch - immagino
sia come avere delle minuscole bombe atomiche che
ti esplodono dentro finch non sei pi che morto. Forse
le falene quelle esplosioni le sentono.
Va detto che in effetti il Ritalin lo aiutava ad alzarsi dal
letto e arrivare a fine giornata, ma per come la vedevamo
io e i miei fratelli tra gli effetti collaterali c'erano ansia,
irritabilit, patriottismo, una sera al Sayville Modem Diner
ci chiese: - Cosa sono i broccoli? - e un'altra mangi due
confezioni di spezzatino al vino e una forma intera di pane
nero, poi minacci di suicidarsi col coltello per tagliare
il burro. La settimana prima, mio fratello era tornato
all'universit dove faceva il dottorato, perci a doverlo
bloccare e togliergli il coltello di mano ero rimasto io, e
cademmo sul pavimento della cucina, rovesciando la ciotola
di Sparkles e rotolandoci per un po' nell'acqua, che
era piena di crocchette gonfie e puzzava. Quando si stanc
di guardarci dalla porta, mia sorella venne li, gli strapp
la gamba artificiale e con quella corse fuori di casa. Lui ci
rimase di sasso e smise di dimenarsi per il tempo necessario
a fargli una proposta:
- Piantala di fare il coglione.
-No.
Ci pensai su, poi controproposi di andargli a recuperare
la gamba se prometteva di non tentare pi il suicidio. Ci
pens su, poi accett e aggiunse: - E adesso togliti, cazzo.
- Prima prometti.
- Prometto, cazzo!
- Prometti cazzo cosa?
- Di non tentare di uccidermi, cazzo!
- Bravo! - Dissi: - Cazzo se mi fa piacere sentirtelo
dire, pap!
Poi gli scivolai via di dosso adagiandomi sulla schiena, e
rimanemmo li nell'acqua a fissare le sagome di insetti morti
dentro le luci fluorescenti in alto, cercando di riprendere
fiato. Dopo un po' gli diedi un colpetto sul torace con il
dorso della mano aperta. Dopo un po' lui allung un braccio
sopra la pancia e mi strinse la mano.
La torcia arancione aveva le pile scariche, cos andai al
cassetto delle pile e passai un minuto a tirar fuori e rimettere
dentro pile scariche. Finalmente trovai una combinazione
che funzionava, anche se a stento, e appena uscii
di casa la luce si abbass e si spense, allora scrollai per
un po' la torcia e la lanciai contro un albero. Colpendo il
tronco si accese luminosissima per mezzo secondo, quindi
cadde a terra, dove la lasciai. Poi feci un giro intorno
alla casa al buio.
A met del secondo giro avvistai mia sorella dall'altra
parte della strada, in fondo al molo, che fissava l'acqua marrone
del fiume Connetquot. La raggiunsi in cima al molo e
mi fermai accanto a lei senza dire niente, fissando l'acqua
marrone del fiume Connetquot e basta. Non disse niente
nemmeno lei. Mi tastai le tasche e trovai le sigarette, me le
tastai di nuovo e trovai l'accendino, ne accesi due e gliene
diedi una. Nessuno dei due diceva niente. Fumavamo e fissavamo
l'acqua marrone del fiume Connetquot, e nel frattempo
io mi chiedevo se le tartarughe potevano prendersi
l'epatite. I crostacei s. Isabella Rossellini una volta ci ha
fatto una specie di pubblicit-progresso, ho visto il cartellone
sul binario ovest alla stazione di Babylon. Fermo l in cima
al molo con mia sorella, di colpo mi sentii molto stanco.
- Dov'? - dissi.
- L'ho buttata in un cespuglio, - disse lei, poi si gir e
indic. Seguii con lo sguardo la punta del suo dito, e strizzando
gli occhi riuscii a intravedere un piede con una scarpa
da ginnastica nera che spuntava sopra uno dei cespugli
intorno alla casa.
Ci girammo tutti e due e di nuovo fissammo l'acqua, e
dopo un tempo che mi sembr lungo io spensi la sigaretta
sul fondo di un secchio capovolto infilato su uno dei pali
mezzi marci del molo e dissi: - Povere tartarughe, - ma pi
che pronunciarlo lo biascicai, tipo Prtrtrghe. Poi diedi
una pacchetta imbarazzata sulla spalla di mia sorella, recuperai
la gamba dal cespuglio e tornai in casa tenendola
sottobraccio a mo' di regalo.
Mio padre era seduto al tavolo della cucina che leggeva
un giornale di qualche giorno prima, ficcandosi in bocca
manciate di crostini. Quando mi vide si pul la mano destra
sulla camicia di jeans, due volte, poi allung il braccio
verso la gamba come a dire Da' qua. Gliela diedi, e
lui subito cominci a togliere rametti e pezzi di cespuglio
dalla cavit per il moncherino, buttandoli per terra, poi
capovolse la gamba e la scroll. Quando fu soddisfatto, la
piazz sul pavimento davanti a s, tir su il Pantalone fin
sopra il ginocchio, infil con entrambe le mani il moncherino
nella cavit, quindi si alz e spost il peso da destra
a sinistra e di nuovo a destra, come ballano i bambini delle
medie. Poi si chin e alz la guaina di neoprene della
protesi sopra il ginocchio, tir gi il Pantalone, si sedette
e ricominci a leggere il giornale di qualche giorno prima.
Gli dissi che andavo a letto.
Si gir a guardare l'orologio del forno. - Sono solo le
otto e mezza, - disse.
Non risposi, gli tolsi un pezzo di crocchetta gonfia dalla
spalla e salii in camera mia e mi addormentai, svegliandomi
solo alle tre del giorno dopo. Mia sorella stava facendo
i bagagli.
Una o due sagre pi tardi, rientrando verso le dieci o
le undici trovai un pick-up fermo col motore acceso davanti
a casa, le luci posteriori che tingevano di rosso il gas
di scarico, tingevano di rosso i cespugli e la cassetta della
posta, tingevano di rosso il tizio che tentava di scaricare
la bicicletta di mio fratello dal cassone del pick-up.
Parcheggiai e corsi ad aiutarlo, e avvicinandomi vidi che
nel cassone del pick-up c'era anche mio padre, steso sulla
schiena, che strattonava la bici dalla ruota anteriore. Vedendomi
grid: - Ehil, ragazzo! - dopodich rimase steso
l, a sorridere sbattendo le palpebre, come se davvero
fosse felice di vedermi.
- Ciao, pap, - dissi. Bast quello. Qualcosa nel mio
tono di voce dovette tradire una qualche traccia di delusione,
o di preoccupazione, o forse non era semplicemente
abbastanza entusiasta, perch il sorriso piano piano gli
si spense in faccia e lo sguardo divent vago, fuori fuoco,
come se proprio in quel momento gli fosse tornato un ricordo
sgradevole. Si gir a guardare verso il prato.
- Devi lasciarmi qui, - disse. - Lasciami qui e basta,
cazzo.
Una settimana dopo lo feci.
Avevo ingoiato qualcosa come quattro o cinque Ritalin,
e un altro me l'ero pippato dalla copertina di un tascabile
con uno scontrino del cambio d'olio arrotolato, in pi
avevo bevuto un bicchiere di caff bruciato tiepido preso
al distributore di benzina qualche chilometro prima, perci
quando mi fermai nell'area di sosta avevo il cuore che
sembrava dovesse esplodermi, uscire dal petto e rimanere
l sospeso sul volante, tutto lucido come quello di Ges
o di Maria o Chiss chi. L'area di sosta era una di quelle
anonime, su un solo piano, con il bagno degli uomini da
una parte e quello delle donne dall'altro, le macchinette
in mezzo, uno o due tavoli da picnic un po' pi in l sulla
destra. Mi scappava cos tanto che feci la stradina lastricata
a passo di maratona, e avevo la patta aperta e l'uccello
fuori gi a un metro e mezzo dalla porta del bagno degli
uomini. Una volta dentro vidi che entrambi gli orinatoi
erano intasati da asciugamani di carta, cos mi fiondai maldestramente
nel primo dei due gabinetti e vidi quella che
sembrava la scena di un omicidio, solo pi marrone e con
degli spinaci. Mi fiondai nel bagno degli handicappati e
sparai a volont, trascinai i piedi un po' pi vicino e continuai
a pisciare e guardare il soffitto e poi il muro e poi il
gabinetto e poi il pavimento e poi un grillo sul pavimento
a destra. Inizialmente al grillo diedi giusto un'occhiata,
poi per lo guardai di nuovo perch sembrava che, nella
sua assoluta immobilit, mi stesse fissando.
Ripensai a un dipinto nel corridoio davanti alla stanza
mia e di mio fratello da piccoli, dove c'erano due bambini
tipo fumetto con la testa enorme e gli occhi grandi che,
ogni volta che trovavo il coraggio di guardarli, sembravano
guardare me. Il grillo mi faceva un effetto simile. Non
mi piaceva.
Continuai a fissarlo dritto, e lui continu a fissare me,
tipo gara di sguardi o resa dei conti, e dopo un po' gli dissi:
- Vedi di andartene, bello -. Ma lui non se ne and, e
nemmeno smamm, n and affanculo. Mi fissava
e basta. Alla fine pestai il piede destro vicino a lui, e allora
si catapult direttamente nella tazza del gabinetto, dove
cominci a vagare impanicato, disegnando a caso cerchi e
x, ovali e otto.
L'unica volta che sono quasi annegato ho capito che non
 piacevole. Non solo, negli anni Novanta ho anche fatto il
bagnino nella piccola piscina coperta di una casa di cura per
disabili mentali, e li c'era un tale Joe Pepe a cui piacevano
cos tanto gli aspirapolvere che tutte le infermiere ritagliavano
dal giornale le pubblicit degli aspirapolvere e gliele
davano come premio quando faceva il bravo, una delle tante
cose per cui non era portato. Una volta lo vidi arrivare di
soppiatto alle spalle di un altro paziente e tentare di strangolarlo
con un pezzo di filo. Di lui non ricordo molto, se
non che aveva esattamente l'aspetto che hanno le persone
con la sindrome di Down e gli occhiali e che ogni giorno,
quando arrivavo al lavoro, mi diceva che si era scopato mia
madre. Io gli dicevo che non era vero, e lui mi diceva invece
s, stanotte, le  piaciuto un sacco, e io insistevo che
no, e lui insisteva che si, e via dicendo. Andavamo avanti
cos finch io non mi stancavo di discutere e giravo i tacchi,
al che lui faceva una specie di verso di trionfo idiota,
e usciva dalla stanza facendo salti e piroette e spaccate in
aria. Danza classica, per sgraziata.
Ma una cosa che Joe Pepe non faceva - mai, perlomeno
non mentre io lavoravo li - era entrare in piscina. Allora
un giorno, quando attacc con la cosa di mia madre,
gli dissi: Sono sicuro che le  piaciuto un sacco, Joe.
Perch non vieni a farti un bagno in piscina e ne parliamo?
Gli si accartocci la faccia. Oooh, che ti succede,
Joe? - dissi. - Avrai mica paura di entrare in piscina,
eh? Strinse i pugni e gir due volte su s stesso. Non
 da te, Joe, - dissi. - Figuriamoci. Non pu essere, perch
mia mamma non si scoperebbe mai uno che ha paura
di entrare in piscina. Me l'ha detto quando ho compiuto
tredici anni. Mi ha detto: Tanti auguri, Alby, ecco il tuo
regalo. E un biglietto, e dentro ci sono cinque dollari per
ogni anno che hai vissuto, in totale cinq... sessantacinque
dollari. Ti voglio tanto bene, e sono molto fiera di te. Stai
crescendo cos in fretta, e ti prometto che mai mi scoper
qualcuno che non sappia nuotare. Mai. E una cosa poco
sexy, e quasi sempre vuol dire che uno  un coglione.
Perci Joe, se davvero vuoi farmi credere che stanotte ti
sei scopato mia madre, allora devi dimostrarmi che sai
nuotare. Te la senti?
Tir su col naso, poi si asciug prima il naso e poi un
occhio con il polso. No! - strill. - No no no no no no!
Be', ma perch no, Joe?
Non voglio, disse.
Be', ma perch non vuoi?
Perch una volta sono quasi annegato, - disse lui. - Fa
male!
Pisciai intorno al grillo come meglio mi riusc e conclusi
il pi rapidamente possibile. Poi rimasi l, in piedi sopra
di lui, a guardarlo arrampicarsi su per il lato della tazza,
scivolare gi e riposarsi. A ripetizione: su, gi, riposo. Su,
gi, riposo. Su.
Mi guardai intorno alla ricerca di qualcosa con cui tirarlo
fuori, e non trovando niente allungai il braccio nella
tazza, lo raccolsi con la mano destra e lo portai fuori. L
lo posai a terra vicino a un cespuglio e gli diedi una spintarella
con l'indice. Poi - e questo forse me lo sono immaginato,
ma non credo - lui si scroll per asciugarsi, come
un cane, e fece un saltino. Gli diedi un'altra spinta e fece
un salto pi lungo.
Dopo, mentre mi lavavo le mani, pensai che era confuso,
che l'avevo spaventato, che aveva fatto un errore. Ma
poi valutai l'altra possibilit. Ovviamente non credo davvero
che un insetto sia mentalmente in grado di provare
l'angoscia che bisogna provare perch ti venga voglia di
ucciderti, ma di certo non c' nulla di troppo assurdo nel
chiedersi se un grillo possa davvero essere ridotto cos male.
Mi bastarono due passi verso il distributore di asciugamani
di carta per avere la certezza che la risposta a quella
domanda, indipendentemente dall'animale, era s.
 
PAZIENZE ALLA PROVA.

I.
Camminare non era facile con le gambe cicciottelle e
la testa grossa; avevo tre anni e facevo quel che potevo.
Raggiunsi la cucina e l, sul pavimento, c'era un neonato
in un seggiolino, e c'erano i piedi di mia madre, e anche i
piedi di un'altra donna. C'erano spesso piedi di neomamme,
perch mia madre insegnava Lamaze e alle sue allieve
piaceva tornare a sfoggiare quel che gli era uscito da dentro.
Mi avvicinai dondolando e cominciai ad accarezzare
il neonato sul braccino grasso da neonato, e mia madre
si compliment perch facevo il bravo. Anche il neonato
sembrava apprezzare - tubava e gorgogliava e mi mostrava
le gengive - e continuai ad accarezzarlo finch mia madre
e quella donna ripresero a chiacchierare sopra di me,
sedute al tavolo. Poi cominciai a pizzicarlo. Lui si zitt e
accenn una smorfia. Pizzicai pi forte, e quando mi riusc
davvero bene la testa cominci a sussultargli in modo
apparentemente involontario.
Poche cose nei bambini sono volontarie, perci dovrei
forse dire che i sussulti della sua testa c'entravano in parte
con il dolore che ero riuscito a procurargli. Affondai
le unghie - pollice e indice - riempiendogli le braccia
e le gambe di segni tipo (). Ma il neonato continuava a
non piangere. Non posso sapere cosa avrei fatto se fossi
stato pi forte o da solo con lui, ma allora mi limitai
a spingere le unghie pi a fondo, a pizzicare pi forte, a
torcere pi forte, e finalmente il neonato apr la bocca
sdentata, emettendo prima un gemito e poi un pianto, e
io ne fui orgoglioso.
1. L 'atteggiamento dell'autore nei confronti dei neonati  di
a) oggettiva indifferenza.
b) violenta ostilit.
c) forte disapprovazione.
d) relativo rimorso.
2. L'autore lascia intendere che la tradizionale concezione
umana della moralit sarebbe imperfetta in quanto gli esseri
umani
a) non considerano le differenze di et e sesso.
b) non tengono in conto che un individuo possa cambiare.
c) sono incapaci di giungere a risposte definitive.
d) sono deprimenti.
3. Con quali delle seguenti affermazioni  pi probabile
che l'autore concordi?
a) Le donne sono fantastiche.
b) I piedi delle donne sono fantastici.
c) Le donne vanno spesso fiere di cose delle quali non
dovrebbero andar fiere.
d) La buona educazione rientra in un comportamento
corretto.
e) Dipende.

II.
C'era uno spettacolo itinerante di animali nel bel mezzo
del centro commerciale Sun Vet. Una parte era un recinto
di rete metallica con la paglia dove potevi accarezzare capre
e maialini - a me piacevano i maialini -, un'altra era
un giro in pony che, stando alla scritta a pennarello nero
su un piatto di carta bianco attaccato con lo scotch al recinto,
costava cinque talloncini. Lo conferm il signore al
cancello: - Cinque talloncini Mia madre si frug nelle
tasche della giacca e tir fuori una bustina di t usata da
quella destra - io e mio fratello e il signore non riuscimmo
a spiegarcelo - poi se la rimise in tasca e sfil il suo portafoglio
da donna da quella sinistra. Fece scattare l'apertura
e tir fuori un biglietto da cinque dollari, poi quattro da
uno, la guardammo tutti e tre spostare monete e biglietti
e scontrini con l'indice, poi scavare, e poi Vual!, disse,
tirando fuori un altro biglietto da uno. Guardai mio
fratello facendo si con la testa.
Lei si mise a riordinare i sei biglietti, quello da cinque
sopra tutti gli altri o sotto tutti gli altri, lisciandoli in un
match di tira e molla che la mano destra perdeva sempre.
Poi, come se ci avesse pensato solo in quel momento, che
forse era vero ma secondo me no, chiese al signore se poteva
saltare la cosa dei talloncini e dargli semplicemente
dieci dollari in contanti. Lui disse di no, gli servivano i
talloncini. A quel punto mi innervosii pensando a come
avrebbe reagito mia madre, ma lei disse okay, e andammo
al tavolo dei talloncini, un piccolo quadrato con una
piccola signora seduta dietro. Mia madre sorrise e le porse
i dieci dollari in contanti, e la piccola signora seduta
dietro stacc dieci talloncini dal rotolo rosso, tutti
collegati come salsicce di carta. Mia madre li prese e disse
grazie, cont e strapp, diede a me e a mio fratello una
striscia da cinque ciascuno. Mentre tornavamo al cancello e al signore accanto, guardai la mia met di biglietti
rossi, e su tutti c'era stampato talloncino e un numero.
Mi emozionai.
Entr per primo mio fratello, e per un po' rimase seduto
sul pony che andava al passo. Poi venne il mio turno,
e per un po' rimasi seduto sul pony che andava al passo.
Dopo, stabilimmo che era la cosa pi bella che avessimo
mai fatto, e mia madre disse Woo! e batt le mani mentre
raggiungevamo una piccola folla.
Curiosi di sapere intorno a cosa si erano affollate, ci infilammo
tra le persone arrivando davanti, dove c'era una
tigre stesa a terra che non si muoveva se non per respirare
e ogni tanto leccare le sbarre di metallo della sua gabbia
per il resto rossa. Era scheletrica e perdeva il pelo a chiazze,
e se ricordo bene non aveva le orecchie, tipo che forse
se l'era grattate via. Rimanemmo l, in mezzo alla gente,
in tutto saremo stati una decina scarsa, a fissarla. Esattamente
quando mia madre mi tir per la manica della maglietta,
per dire che era ora di andare, la tigre lentamente
si alz, inarc la schiena per stiracchiarsi e sbadigli. Tutti
sembrarono apprezzare la cosa, il fatto di vederle l'interno
della bocca, la lingua e i denti. Finito di sbadigliare, la
tigre cominci a girare lentamente in cerchio, con le scapole
che si alzavano cos tanto che a ogni passo pensavo
le bucassero la schiena. Poi smise di girare, alz la coda e
mostr a tutti il suo tigresco buco del culo, e da un punto
sotto il buco part uno schizzo di piscio dritto sulla faccia
inebetita di mio fratello. Odorava di riso bianco e di pini,
e dopo lui mi disse che il sapore non era pessimo come
potevi immaginarti.
4. In base alla precedente descrizione, gli animali in cattivit
sono
a) entusiasti, no? La vita  una figata.
b) vittime del commercio di salsicce di carta.
c) fortunati ad avere una carriera gratificante nell'industria
dell'intrattenimento.
d) idratati.
5. Le tigri sono
a) veramente fiche.
b) meno fiche dei cobra.
c) meno fiche dei cobra finch alle tigri non cadono le
orecchie, ma dopo che gli sono cadute le orecchie
le tigri sono il numero uno.
d) sole.
6. Come ti senti?
a) Medio.
b) Abbastanza bene.
c) Non benissimo.
d) Preso per il culo.
e) Solo.

III.
Una sera, dopo una bufera di neve, mentre io e mia sorella
costruivamo un iglu insieme lei interruppe i suoi doveri
di fabbrica-mattoni per osservare un pino molto alto, con i
rami piegati verso terra dal peso della neve. Quando le
ordinai di rimettersi al lavoro, mi indic l'albero e disse che
sarebbe stato davvero magico e stupendo farsi scivolare gi
per i rami. - Sarebbe davvero magico e stupendo, - disse, -
velocissimo e stilosissimo -. Ammisi che quella discesa cos
ripida effettivamente mi tentava, infatti ci avevo pensato
anch'io, molto prima di lei, per primo. Lei disse che non importava,
quel che importa  chi lo fa per primo e chi non
risica non rosica e infatti della Santa Maria non si ricorda
nessuno. Va bene, le dissi, lo faccio, se mi metto una cosa
in testa io la faccio, l'ha detto la mamma. Solo che, mentre
entravo nell'ordine di idee di farlo, cominciai a dubitare
che fosse realmente possibile, e mentre guardavo di nuovo
l'albero mi chiesi ad alta voce se la gloria valeva il rischio.
La gloria vale assolutamente il rischio, disse lei, perch
se lo fai automaticamente non sei pi un megafrocio. Io
non ero un megafrocio, ma lei s, e dopo averne discusso
disse che, se poteva aiutarmi, si sarebbe arrampicata fin
lass con me e mi avrebbe personalmente consegnato lo
slittino rosso a padella. Non so, dissi io, fammi guardare
un attimo, e lei disse troppo tardi, come non detto, e part
al trotto in direzione dell'albero. Le andai dietro, e allora
si ferm ad aspettarmi.
Mi arrampicai fino alla cima-cima del pino e sporsi la
testa. Da lass riuscivo a vedere oltre il tetto del garage e
la facciata della casa fino al fiume e al Dowling College in
fondo all'isolato, e nell'altra direzione vedevo auto grandi
come le mie scatole di fiammiferi che scorrevano lente sulla
Montauk Highway. Strillai a mia sorella che era davvero
molto alto e ripido, e lei mi conferm che era entrambe le
cose - mentre si arrampicava per venire a darmi lo slittino
- ma che la neve  morbida. Io di quello non ero cos
sicuro ma lei di quello era sicura e mi consegn lo slittino e
disse aspetta che sia tornata gi cos ti vedo bene. Okay, le
dissi, ma sbrigati. Sbrigati! Sbrigati altrimenti non lo faccio,
giuro. Stavo decisamente per non farlo quando la vidi
uscire di corsa da sotto l'albero, ed era a terra e mi vedeva
bene e grid forza, megafrocio, fallo. Lo faccio, dissi, solo
un attimo, non mettermi fretta, e trovato un appoggio migliore
per i piedi piazzai davanti a me lo slittino con la mano
sinistra, feci un bel respiro e lasciai andare la destra, traballai
un attimo e poi woosh. Caddi in mezzo alle frasche,
rimbalzando come una pallina del Plinko tra cinque o dieci
rami prima che il mio gambone rimanesse impigliato pi
o meno a met discesa. Poi rimasi l appeso a testa in gi,
con le braccia molli sopra (o sarebbe sotto?) la testa, la neve
fine e luccicante che fluttuava verso terra intorno a me.
7. Dal passaggio si evince che
a) non ti puoi fidare dell'acqua.
b) non ti puoi fidare degli alberi.
c) non ti puoi fidare delle femmine.
d) non ti puoi fidare della gente.
e) non ti puoi fidare di te stesso.
f) non ti puoi fidare.
g) la fiducia d spesso luogo al tradimento, che talvolta,
se sei fortunato, d luogo a qualcosa di carinissimo.
8. Ti vengono i lividi facilmente?
a) S.
b) No.
c) A volte.
d) Dipende.
e) Dipende da chi mi picchia.

PAGINA PRIVA DI MATERIALI DA TEST

IV.
Eravamo in dieci schierati al centro del campo da baseball
di Locust Avenue per esercitarci nei tiri a campanile.
Quando fu il mio turno, l'allenatore, mio padre, batt pi
forte e pi alto che poteva. Feci una goffa corsa a zigzag
per tutto il campo esterno, ora piroettando, ora inciampando,
le arrivai sotto, mi misi a correre sul posto, un balletto
nervoso aspettando che scendesse. Strizzando gli occhi
mi sforzai di tenere gli occhi su di lei, feci aggiustamenti
dell'ultimo secondo, mi agitai, seguii la sua discesa con incrollabile
concentrazione fino all'istante esatto in cui mi
colp in faccia. Avevo scordato di alzare il guanto, mi risvegliai
steso a pancia in su sull'erba del campo esterno in
un caldo pomeriggio d'estate con una bella signora che mi
teneva un ghiacciolo all'arancia sull'occhio sinistro chiuso
da quanto era gonfio. Provai pace per almeno trenta secondi,
e per questo io il baseball lo amer per sempre. Anni
dopo mio padre mi confess che non avrebbe mai voluto
fare l'allenatore, e che i giocatori li sceglieva in base a chi
aveva le madri pi attraenti.
9. A quale dei seguenti ambiti di studio  pi pertinente
il passaggio?
a) storia
b) psicologia
c) medicina
d) sport
e) belle donne per cui vale la pena fare le cose
f) genetica
 V.
Avevo dodici anni e correvo in senso antiorario intorno
alla casa, contando un giro ogni volta che attraversavo
il sentiero di pietre che curvava fra la porta d'ingresso e
la cassetta della posta di metallo sfondata senza numero,
ma se ci fosse stato un numero sarebbe stato un tre. Io
correvo e contavo e perdevo il conto, distratto dal suono
del mio respiro, due o pi inspirazioni per ogni espirazione:
inspira-inspira-espira, inspira-inspira-espira. Avevo pi
problemi a ricordare la prima cifra del giro che la seconda,
perci se sbagliavo sbagliavo decina. Otto o diciotto, diciannove
o ventinove, cinquanta o quaranta, o cinquanta,
non importava. La cosa in s non era il numero, la cosa in
s era la cosa in s. Semplicemente, in quella particolare
mattinata non mi era venuto in mente nient'altro da fare,
e siccome avevo l'energia per farlo, facevo quello. Facevo
giri di corsa intorno alla casa, e li contavo attraversando
il sentiero di pietre.
Attraversato il sentiero di pietre c'era il prato. Non
aveva niente di speciale, il prato, se non che era il prato
che veniva subito dopo il sentiero di pietre. Era l'inizio.
Dopo l'inizio c'era il vialetto della macchina, dove giravo
a sinistra e correvo e scavalcavo e superavo le macchie
d'olio che erano pi nere dell'asfalto nero su cui erano,
poi di nuovo a sinistra sul vialetto di cemento che andava
dal retro della casa alla staccionata marcia, oltre la quale
viveva Zion, un tizio ebreo che una volta aveva minacciato
mio padre di tagliargli le orecchie con la motosega durante
una lite su rami d'albero e grondaie. Poi fuori dal vialetto
di cemento e via sull'altro pezzo di prato, oltre l'acero
giapponese con le campane a vento di bamb, le uniche
campane a vento di bamb che non mi fanno pensare a me
che entro al Ben Franklin con mia madre. Girato intorno
al patio ancora prato, poi il sentiero di pietre e un numero
che magari era successivo a quello che l'aveva preceduto
o magari no. Andavo avanti da un'ora, forse di pi, a
girare e girare, soltanto perch potevo farlo, e a un certo
punto inciampai in un rastrello che con tutta probabilit
avevo lasciato l io. Non ho mai avuto la pazienza che ci
vuole per mettere le foglie nei sacchi o rimettere i rastrelli
nei garage. Picchiai forte e scivolai in avanti, mi fermai e
aprii gli occhi. Mi rialzai in fretta, imbarazzato anche se
non c'era nessuno che potesse aver visto, e mi diedi una
bella guardata, sbattendo le palpebre e meravigliandomi
della mia indistruttibilit. Poi mi guardai la mano destra.
Il mignolo e l'anulare sembrava fossero esplosi, l'interno
era all'esterno. Succhiai l'aria attraverso i denti e mi rimisi
a correre, ora pi veloce, col braccio sinistro che dondolava,
quello destro no, tenendomi la mano rovinata dritto
davanti, mentre risalivo il sentiero di pietre ed entravo in
casa gridando a mia madre: - Mamma! Mamma! Mi sono
uscite le budella! - Lei era in cucina al telefono e disse alla
persona con cui parlava che l'avrebbe richiamata, mise
gi e mi tir per la maglietta verso la finestra dove c'era
pi luce. L mi osserv la mano per qualche secondo,
guard pi da vicino, disse: - E cacca di cane, - sbuff, la
pul con un pezzo di Scottex e mi sped in bagno a lavarmi.
Solo a quel punto, capito che la mia mano era a posto,
cominciai a piangere.
10. Qual  il problema?
a) L'essenza spirituale che domina quella materiale.
b) Io sono materiale.
c) Io sono essenziale.
d) Io non sono essenziale.
e) Il dolore  preferibile al piacere.
f) Il vantaggio del dolore obnubilante  che ti distrae
dagli altri problemi.

vi.
Era tutta la sera che il tizio del karaoke ci chiamava
bella gente e ne avevo abbastanza. Stava cercando di
convincere qualcuno di noi ad andare a cantare delle canzoni,
allora gli piazzai la faccia attaccata alla faccia e gli
dissi: - Tu sei una testa di cazzo, Testa di Cazzo, e io non
vado proprio da nessuna parte Poi uscii e mi ritrovai
aggrappato a un parchimetro a guardare gli zero del tempo
rimasto che mi facevano cucu mentre mi esaminavo
l'occhio sinistro. Aveva cominciato ad aprirsi e chiudersi
freneticamente, il cervello mi diceva che avrei dovuto
chiuderne uno o entrambi, semplicemente perch l'interno
della palpebra  buio, e il buio non si muove cos tanto. Lo
strizzai forte e aspettai che si calmasse. Quando cominci
a darmi problemi l'occhio destro, cambiai occhio e aspettai
che si calmasse. Se aspetti abbastanza a lungo che una cosa
si calmi di solito si calma, e anche se mi sentivo abbastanza
stabile da rimanere in piedi senza sostegni, rimasi comunque
aggrappato al parchimetro mentre pisciavo sulla
monovolume bianca posteggiata l. Il laghetto sembrava
vivo, mentre scorreva verso il canale di scolo.
Rimesso dentro il coso, tirata su la cerniera e fatto un
passo indietro, mi infilai le mani nelle tasche dei pantaloni
e le rivoltai all'esterno. Cadde sul marciapiede qualche
dollaro accartocciato e mi piegai all'altezza della vita come
fanno le femmine, o almeno alcune, raccolsi i dollari, mi
raddrizzai e cominciai a lisciarli, sentii quel che sembrava
un pezzo di liquirizia appiccicarsi alla mano, guardai meglio
e vidi delle piccole antenne. Dissi: ciao, lumacone, ti
battezzo Cherokee Bob, poi mi venne in mente di controllare
se qualcuno mi stava guardando. In piedi contro
il muro esterno del bar e della festa di compleanno da cui
me n'ero appena andato, sotto e a sinistra di un'insegna
al neon Budweiser, c'era un gruppo di tre ragazze con le
sigarette in mano, e mi fissavano. Non dissero niente, e io
non dissi niente, e a quel punto loro continuarono a non
dire niente. Guardai Cherokee Bob con tenerezza, poi lo
posai sul marciapiede lentamente e con cura, gli diedi una
spintarella con l'indice e gli sussurrai: scappa. Vattene,
cazzo. Salvati la vita. Poi guardai le tre ragazze, che mi
stavano ancora guardando, e quella sulla sinistra fece un
tiro di sigaretta, e io dissi: nessuno tocchi questo lumacone,
cazzo, e cominciai ad allontanarmi indietreggiando,
senza mai staccare gli occhi da loro, e quella in mezzo fece
un tiro di sigaretta, e nessuna disse niente.
11. Eh?
a) animo sentimentale vs mente scettica
b) animo scettico vs mente sentimentale
c) cuore
d) cuore spezzato
e) cuore spezzato e rabbia feroce per essersi fatto spezzare
il cuore
f) cuore spezzato e rabbia feroce per essersi fatto spezzare
il cuore e ubriachezza estrema
g) Il lumacone rappresenta il suo uccello.
bonus!!!
Ora, considerato tutto ci che avete letto, qui e altrove,
da sempre, in tutta la vostra cazzo di vita - e siate sinceri
- il punto alla fin fine qual ?
a) aiutare
b) osservare
c) sopportare
d) documentare
e) attaccare il potere
f) essere nemici delle stronzate
g) dare un significato al dolore
h) istruire
i) intrattenere
j) trovare conforto
k) scoparsi pi donne possibile
l) salvare piccoli animali
m) evitare la solitudine
n) evitare di dover timbrare un cartellino
0) fare buon viso
P) tutto muore
q) non morire adesso
r) la vendetta
s) lo stile
t) il contegno
u) la fama e la fortuna
v) solo f e j
w) il punto  rimanere sempre in movimento
x) il punto  quel che facciamo nel frattempo
y) il punto non esiste
z) mamma
 
PANE TOSTATO.

Una volta uscivo con un'altra che, quando al ristorante
le portavano il pane tostato, prendeva soltanto un morso da
ciascuna delle quattro mezze fette. Diceva che non voleva
far sentire nessuna delle mezze fette trascurata. - Sei davvero
una ragazza gentile, - le dicevo. Lei mi ringraziava,
poi si lamentava dei cubetti di ghiaccio nel succo d'arancia.
Aveva anche un altro vizio, quello di mettersi il burro
cacao prima di bere il caff. Me ne accorsi una volta che
eravamo allo zoo davanti alle giraffe dopo esserci serviti
al carretto Perky Bean nell'area di ristorazione Momenti
selvaggi. Mi disse che lo faceva perch le piaceva la sensazione
oleosa del burro cacao sulle labbra mentre il caff
caldo scivolava dentro. Disse: - Mi piace cos tanto che
una volta ho lasciato il caff nella veranda per andare a
prendere il burro cacao nella borsa, e mentre ero in casa
mi ha telefonato mia madre e siamo rimaste a parlare tipo
venti minuti. Quando finalmente mi sono ricordata del
caff, ci erano affogate dentro un sacco di formiche, ma
io l'ho bevuto lo stesso.
La guardai dalla testa ai piedi e di nuovo alla testa, poi
guardai un cestino della spazzatura, poi una vespa che volava
sopra il cestino della spazzatura disegnando degli otto
sbilenchi. A un certo punto la vespa rimase per qualche
istante sospesa sopra un pezzo di credo chewing gum,
quasi ci si pos, poi schizz da qualche altra parte.
- Hai bevuto delle formiche, - dissi.
- Esatto.
- Sapevano di qualcosa?
- S, - disse lei. - Di caff.
Annuii, poi tutti e due ci girammo e sorseggiammo i nostri
caff guardando le giraffe che masticavano delle foglie.
Pi tardi guardammo una lontra che si masturbava.
Cominciammo a frequentarci in modalit intensa, parlando
in continuazione al telefono e di persona di questo e
quest'altro, dei nostri rimpianti e dei timori per il futuro,
di cura del prato e allattamento e tergi-lavacristalli, ma soprattutto
di cosa volevamo per cena. La risposta era di solito:
Non lo so, tu cosa vorresti? e la risposta era di solito:
Non lo so, tu cosa vorresti? e cos via. Alla fine lei faceva
mmmmh, poi si metteva a elencare una serie di gruppi
etnici in forma di domande - Giappone? - e io mi sentivo
davvero frustrato e dicevo: Vabbe', andiamo da Joe.
Joe era un postaccio in Cannery Row dove si mangiava
cos cos ma siccome in cucina non avevano il freezer
era sempre tutto fresco e si pagava poco, e la prima volta
che ci mangiammo sentimmo un vecchio dire: - Dove
cazzo siamo, a Miami? Io odio il vetrocemento -. Ci piacque
all'istante. Un tavolo era a forma di barca a remi, e
un altro una vera e propria postazione da picnic. Anche
le posate erano tutte diverse, il pavimento era di cemento
rotto verniciato, le pareti azzurro neonato decorate da
foto di barche e grossi pesci, pi un articolo di giornale
su un sottomarino della Seconda guerra mondiale incorniciato
e appeso davanti all'unico bagno. Divent presto
il nostro posto speciale, e ci andavamo almeno due sere la
settimana. Avevamo perfino il nostro tavolo preferito, in
un angolo, e arrivammo a conoscere una delle cameriere,
Jessica, piuttosto bene.
Poi un mattino la mia ragazza mi segu in cucina, mi
guard riempire una tazza di muesli e latte e infilarmene
in bocca una grossa cucchiaiata e comment: - Mangi il
muesli, eh? - Rimasi cos perplesso che smisi di masticare
per guardarla, con met esatta di me che voleva darle
un pizzicotto sulle guance e l'altra met esatta che voleva
darle un pugno da farla volare contro il muro. Rimasi
in silenzio per qualche secondo finch quelle sensazioni
non passarono, e quando passarono ripresi a mangiare il
mio muesli. Quando si rese conto che non mi sarei disturbato
a risponderle, spost l'attenzione verso la finestra
e, notando un gatto fuori, dichiar: - Oooh, guarda!
Un gatto! - Poi, qualche secondo dopo: - Questo gatto
 cariniiissimo.
Quel pomeriggio, tornata a casa sua, mi chiam al telefono
per chiedermi se avevo fatto il bucato.
E poi una sera, mentre era in piedi ferma e nuda e con
la luce del bagno alle spalle, le notai una specie di pelliccia
bianca quasi invisibile su tutto il corpo. Mi diede fastidio.
Non gliel'ho mai detto perch non volevo ferirla,
anche se lei non si fece problemi a sottolineare che avevo
l'uccello pi marrone del resto del corpo. - E tipo i cerchi
scuri intorno agli occhi degli indiani, - disse. Finsi di
non badarci, ma ci badai, per non tanto quanto badavo
alle sue scarpe. Portava sempre i tacchi alti, tipo perfino
in bicicletta sempre, e in spiaggia e sul campo da baseball
sempre, e a un party per guardare il Super Bowl dove andammo
una volta. E credetemi, il punto non  che quando
li portava era un centimetro e mezzo pi alta di me,
anche se secondo lei era quello. E che mi stufai di sentirla
fare clop clop di qua e di l come un pony. All'inizio erano
solo battutine, cominciai a chiamarla Mio Mini Pony
e a offrirle in continuazione carote, dicendo cose tipo: A
cavalla donata lo si mette in bocca. Presto per passai a
promettere di abbatterla se mai si fosse rotta una gamba.
Ci rimase male, allora le dissi: - Sarebbe tristissimo, ma
non avrei scelta. Scusa -. Poi le puntai il dito contro a mo'
di pistola e feci pshhh.
Una domenica ci mise un'ora a prepararsi per andare al
cazzo di recinto dei cani, e io le dissi di trottare. In macchina
lungo il tragitto mi fece tutta una piazzata stile Lo
faccio per te! e io le dissi: - Ehi, ehi! Frena un attimo,
Seabiscuit. Se  per me che lo fai, allora togliti 'sti cazzo
di zoccoli da figa. Mi danno fastidio.
Lei a quel punto smise completamente di parlare, guardava
le cose che passavano fuori dal finestrino, disse: - Puoi
lasciarmi dove ti pare.
- Okay, - feci io. - Che ne dici del parco archeologico
di Los Angeles? Ricordati di salutarmi i mammut lanosi e
le tigri dai denti a sciabola, e guarda che non scherzo per
un cazzo, amica mia.
- Non chiamarmi amica mia\ - strill lei, e quando mi
girai a guardarla vidi che si era messa a piangere, perch
in pi c'era anche quello. A volte faceva un sacco di scene,
ma la cosa peggiore  che sembrava se le fosse provate,
come se avesse imparato guardando troppi film da donne.
Piangeva per roba che non valeva la pena, e faceva tutte
delle pause drammatiche e dei respiri profondi e sussurrava
frasi a effetto tipo: Tu sei cattivo. Sospiro dalla
bocca, occhi chiusi, la testa che faceva lentamente no e
poi clop clop, se ne andava.
Mi scriveva anche dei biglietti, sempre molto drammatici,
in cui faceva dichiarazioni drammatiche tipo: Mi
manchi! e Ieri sera mi hai messo davvero in imbarazzo...
Io con lei ci lavoro! E una volta, testuali parole, non sto
scherzando, anche questo:
Rischio o rimpianto.
Ecco le parole che associo al pensiero di te.
Sei una persona su cui investo il mio tempo e che  una partita
persa.
Tu per me sei fantastico.
Non mi sono mai sentita in sintonia con nessuno come mi sento
con te ogni mattina quando ci svegliamo insieme.
Rischio o rimpianto.
Quasi ogni sera prima di andare a letto.
Rischio o rimpianto.
Non sapendo bene che fare, misi un 6+ in cima al foglio
e glielo restituii. Altre scene. Altri sussurri. Altri clop clop.
Quella volta mi sentii in colpa e le andai dietro e le dissi
che stavo scherzando e le chiesi scusa. Lei, a volume normale,
disse: - Scusa di che? Almeno lo sai? - Per aver fatto
il cretino, dissi. -  gi qualcosa, - disse lei. Ma invece
di spiegarle che ero un coglione e non volevo innamorarmi
e dovermela scopare per l'eternit, le diedi un bacio e
me la scopai per tipo un'eternit.
Insomma c'erano cose l'uno dell'altra che col tempo
iniziarono a non piacerci, e il sesso pass da tre o quattro
posizioni a una o due, a volte una o nessuna quando uno
o entrambi eravamo stanchi, ovvero spesso. Ci facevamo
sbadigliare a vicenda. Imparai a conoscere le sue otturazioni
nei molari.
Cominciammo a passare quasi tutte le sere dei feriali sul
divano a guardare America's Funniest Home Videos e documentari
sugli animali. Ne stavamo guardando uno dove
c'era una ripresa aerea al rallentatore di un lupo che inseguiva
due gazzelle madre e figlio per tutta la Mongolia per
tipo dieci minuti, e quasi subito madre e figlio dovevano
separarsi, cos rimanevano soltanto il lupo e la gazzella figlio,
ma la gazzella figlio sapeva veramente muoversi, nel
senso proprio veramente, perci sono l che si spostano a
zigzag e saltano e poi semplicemente corrono finch la gazzella
figlio si stanca e si accascia a terra e il lupo se la sbrana,
cazzo, la fa proprio a pezzi, poi per scopriamo che il
lupo alla fine muore di fame comunque, e c' anche questo
cucciolo d'elefante che rimane accecato da una tempesta
di sabbia ma continua a seguire le orme della madre usando
solo l'olfatto, solo che le segue nella direzione sbagliata
e quindi muore anche lui, quando di colpo la sentii che
spostava le chiappe vicino a me sul divano e la guardai, e
senza nemmeno spostare gli occhi dalla tv lei di punto in
bianco mi dice che vuole provare il sesso anale. Le fissai
l'orecchio sbattendo le palpebre per qualche secondo, poi
dissi: - Okay - . E un attimo dopo ero l che la slinguavo,
e un attimo dopo le stavo facendo la mia mossa combinazione
armadietto delle superiori (33-14-4) seguita dalla mia
tecnica del pigro e poi dalle mie manovre di leccaggio-fica
finch lei non mi prese per i capelli e si gir sul fianco e
glielo ficcai dentro muovendolo qua e l per un po'. Lei
nel frattempo diceva le sue zozzerie, ogni tanto infilandoci
in mezzo qualche domanda semiretorica per incoraggiare
la mia partecipazione, ma non funzionava perch le mie
risposte consistevano sempre in una sola parola.
- ... ti piace mettermi il cazzo nel culo, ragazzaccio?
- S.
E and avanti cos, non per molto, solo finch lei non
cominci a strillare non smettere. Poi, dopo quei dieci
secondi in cui io rimango perfettamente immobile con la
bocca aperta non si sa bene perch, mi scusai e andai in
cucina a gambe larghe a prendere qualche pezzo di Scottex
come un vero gentiluomo.
Nel complesso direi che fu discreto, tipo entrare da
una porticina in una grande stanza. Preferisco le vagine.
Divertentissimo fu per far finta che lei fosse comunque
rimasta incinta, e poi il giorno dopo far finta che partorisse
il nostro bimbo-cacca e che lo chiamassimo Francis. Il
giorno dopo ancora mi moll via biglietto drammatico, che
in pratica diceva Non ce la faccio pi, che io lessi e poi
infilai nel tritarifiuti sotto il lavandino. Poi per qualche
notte sognai che mi lasciava messaggi arrabbiati a proposito
del mio bucato, e per qualche settimana mi chiesi cosa
voleva dire e se era il caso o meno di provare a riconquistarla,
met esatta di me che voleva, l'altra met esatta
che no. Decisi niente, e capii che a prendere decisioni
faccio pena. Mio fratello minore, per contro, no.  andato
a letto con tre donne, ha deciso che la terza gli piaceva e
l'ha sposata. Questo anche se dal suo letto-di-morte-nello-studio
nostra madre gli disse: - AJ, io lo so che tu Tara
la ami, ma non pensi che prima sia il caso di divertirti un
po'? - Lui le strizz la mano e disse che la decisione era
presa. Io cominciai ad attivarmi per smontargliela cinque
minuti dopo, in cucina, ordinandogli di rispettare nostra
madre scopandosi altre ragazze. Lui mi guard dritto i capelli
e disse: - Mi spiace, bello.
- Non ti scusare con me, - dissi. - Scusati con la donna
che c' di l, perch cos le spezzi proprio il cuore, cazzo.
Poi scusati con te stesso quando fra dieci anni il tuo
matrimonio andr in pezzi, solo che allora sarai pi grasso
e pi pelato e la fica di qualit che puoi beccare adesso
non la beccherai pi. E le scuse non accettarle, perch tu
il perdono non te lo meriti, brutto stronzo divorziato che
non sei altro!
- Sei un coglione pezzo di merda, - disse lui.
- Io non credo.
- Io lo so.
- Be', ti dico quello che so io: mamma ha fatto l'errore
di non scopare abbastanza prima di sposarsi, e sta dicendo
a te di non fare lo stesso errore. Si sta comportando da
brava madre, e tu non le dai retta, e secondo me non ci
vedi neanche, perch sono quasi certo che la faccia di Tara
sia una scarpa sporca con gli occhi a palla e la parrucca.
- Stai di nuovo prendendo gli antidolorifici di mamma?
- S. Be'?
- Io la amo, - disse lui. - Sii felice per me.
- No, perch io amo te. E ti sto dicendo, da fratello e
da amico: scopatene altre. Ma tante. AJ, ogni giorno milioni
di persone muoiono, e con l'ultimo respiro guardano
i loro cari raccolti tutt'intorno e dicono: Oh, cazzo, sto
morendo, dovevo fare sesso con pi gente. Ma nessuno
muore mai dicendo: Oh, cazzo, dovevo fare sesso con
meno gente... tranne forse se muoiono di AIDS, o di cancro
alla cervice, o se le hanno stuprate.
- Sei proprio scemo.
- Trovi?
- S, - disse lui. - Trovo.
Poi se ne and, lasciandomi l da solo in cucina, stupito
e turbato dalla sua sicurezza tranquilla, dal suo essere al di
sopra, un po' anche per i farmaci che mi ero preso e per
lo strano cavalluccio marino di vetro colorato attaccato a
ventosa alla finestra. Poi pensai: Concentrati! Poi pensai:
Fanculo, se non posso far cambiare idea a AJ magari
posso farla cambiare a Tara, e fu allora che iniziai a trattarla
davvero di merda ogni volta che potevo. Mi feci pure
non protetto la sua migliore amica dopo il funerale di mia
madre, e quel Natale le appiccicai un chewing gum sotto
il tavolino e ce lo lasciai. Qualunque cosa facessi, per, lei
la prendeva sempre sul ridere e mi perdonava, incrollabile
come mio fratello, e nelle settimane e i mesi dopo che ci
lasciammo ripensai a tutto questo, chiedendomi come fosse
possibile un'assenza di dubbi del genere. E non lo so.
Quel che so  che chiesi a mio padre quando aveva capito
che voleva sposare la mamma, e lui mi disse: - Quando ho
smesso di svegliarmi col pisello duro.
Io col pisello duro mi ci sveglio ancora  l'altro pensiero
che feci pi spesso nelle settimane dopo che ci lasciammo
e, a differenza di mio fratello, decisi che l'avrei usato con
pi ragazze che potevo. Decisi di dar retta a nostra madre.
Decisi di divertirmi.
Ovviamente non sempre succedeva, anzi un sacco di
volte mi sentivo solo e infelice, specialmente all'inizio,
quando capii di non avere reali doti da acchiappa-ragazze
e mi facevo solo grandi seghe e spuntini a letto. Mi sfior
anche il pensiero che avevo rinunciato a qualcosa di bello,
qualcosa con del potenziale, qualcuno che mi voleva bene
e credeva in me. Ma alla fine la lasciai andare, e per un
po' di anni passai da coglione fondamentalmente passivo
a coglione fondamentalmente aggressivo, facendo sesso
con un sacco di ragazze e quasi sicuramente contraendo
l'HPV in gola.
Continuai a chiavarmi femmine per sport anche dopo
aver fatto da testimone dello sposo al matrimonio meno-
peggio-del-previsto di mio fratello con Tara; anche dopo
che ebbero una figlia e la chiamarono Marie, come nostra
madre; anche dopo aver visto con i miei occhi quanto
piena e ricca sembrava la loro vita insieme. Mi dicevo
che probabilmente stavano solo mantenendo le apparenze,
ma quando da ubriaco accusai mio fratello di mantenere
le apparenze lui mi garant che cos non era, poi mi chiese
se volevo fare da padrino a Marie.
Rimasi cos sorpreso che lo abbracciai e mi scusai di
essere un cretino, e gli dissi che lo consideravo un vero
onore. Poi scoprii che dovevo fare una specie di corso in
chiesa e rifiutai il lavoro. Lui alla fine scelse Javier, un suo
amico padre di famiglia bigotto con la faccia di cazzo e le
spalle strette, e quando andai al battesimo alla St John's
ci rimasi un po' male che non c'ero io, li a torturare con
l'acqua la bambina. E dopo che il prete le fece i suoi hocus
pocus e i suoi abracadabra e Javier le promise le sue promesse
e tutti quanti si alzarono per andare al rinfresco, io
rimasi seduto nel banco, ipnotizzato dal suono delle donne
che uscivano, i loro tacchi alti che facevano clic e clop
e riecheggiavano nella casa di dio semivuota e assai costosa
da costruire.
Il rinfresco era da loro, dove procedetti a bere birre
con mio padre, il vedovo, fresco nonno con toupet nuovo
di zecca. Eravamo soli sul divano a non parlare con nessuno,
nemmeno uno con l'altro, finch non mi girai e gli
dissi: - Tu che fai quando l'erba del vicino non  sempre
pi verde? Quando tutti e due ce l'avete marrone? Tipo
il mio uccello?
Lui socchiuse gli occhi, prese un sorso di birra e disse:
- Non rompermi i coglioni.
- Okay.
Mi alzai e mi sforzai di trovare l'entusiasmo per flirtare
con ragazze sposate in prendisole a fiori, ma tornai presto
sul divano con i piedi sopra il tavolino con sotto ancora
attaccato il chewing gum verde. Controllai.
Il mattino dopo mi svegliai presto, da solo, verso le sei
o le sette. Non riuscendo a riaddormentarmi, restai steso
l a sentirmi in colpa e affamato per circa un'oretta,
ma alla fine mi alzai e mi vestii e trovai le chiavi e andai
in cerca di un posto dove fare colazione. Finii in un certo
Lighthouse Grill, dove non c'era vetrocemento e dove
presi una porzione abbastanza decente di pane tostato e
uova fritte e pomodori. Ero quasi a met quando al tavolo
accanto al mio fecero sedere un tizio con la sua signora
e la figlia. Guardarono dalla mia parte diverse volte, per
cui io, quando non stavo masticando, tentavo di sembrare
uno che pensa a qualcosa, ma non lo ero, per niente, solo:
occhi socchiusi. Poi si misero a leggere il menu.
Proprio mentre la cameriera mi chiedeva se andava tutto
bene, i cubetti di ghiaccio in fondo al mio bicchiere balzarono
su sbattendomi contro i denti, e mi col un po' di
succo sul mento. Me lo pulii con la manica della camicia
e dissi: - Si, ti ringrazio -. Figurati, disse lei, e mi piazz
il conto sul tavolo e si gir e chiese al tizio con signora e
figlia se avevano gi scelto. Avevano scelto, pi o meno,
e la signora ordin delle uova con pane tostato, e il tizio
ordin bistecca e uova, e la figlia ordin Rice Krispies e
continu a disegnare animali con i pastelli sul retro della
tovaglietta di carta. A me i disegni non sembravano granch,
ma quando la cameriera torn con le bevande si pieg
con entrambe le mani sulle ginocchia in un gesto esagerato
e disse: - Ma che bello! E un elefante? - E la ragazzina
fece s con la testa. - E questo cos', un rinoceronte? -
disse lei. E di nuovo la ragazzina fece s con la testa. - E
questo qui, - disse la cameriera indicando. - Questo cos'?
-  una giraffa! - esclam la ragazzina.
- Caspita, - disse la cameriera. - Una giraffa. Ma che
bella.
Solo che non era bella, e pi che una giraffa sembrava
un dinosauro. E anche se mi sarebbe tanto piaciuto rinfacciarglielo,
devo ammettere che neppure a me tante cose
sono venute come avrei voluto.
 
SEMPRE IN ORIZZONTALE.

Pensate alla faccia che fece Comesichiama quando le
offrii il cocktail meno caro che c'era e le dissi che abitavo
su una barca. Forse non vivevo poi cos male. Soprattutto
vivevo con poco, tassa di stazionamento sotto i cinquecento
al mese e utenze massimo venti, e c'era anche
un parcheggio, per cui non dovevo odiarmi pi del solito
quando mi scordavo di spostare la macchina due volte alla
settimana per la pulizia stradale. Non solo, se stavi in
coperta e girato nella direzione giusta - nel mio caso 127
gradi sud-sudovest in mezzo ai megascafi della Fah Get A
Boat It e della Let's Get Naughty-Cal - era difficile trovare
una vista migliore: una fila malridotta di chiatte per la
raccolta delle esche parecchio inclinate sotto il peso di una
decina di leoni marini grassi e latranti e di qualche uccello.
Tutto considerato, era la versione umida di una situazione
abbastanza decente.
Poi per lei mi chiese che lavoro facevo, e io glielo dissi.
- Pompo carburante al molo di rifornimento del porto
per otto dollari l'ora, ma soprattutto leggo libri e mangio
panini, oppure guardo il mio cane che poltrisce al sole e
lecca merda di pellicano dal cemento.
La sua faccia cambi, accartocciandosi un pochino.
- Poi, quando mi annoio, - dissi, - mi piazzo su una sedia
davanti al baracchino e guardo passare i rifiuti sull'acqua
mentre la marea sale o scende. Il grosso  plastica,
bottiglie di bibite, applicatori di tamponi e roba simile,
una volta una testa di bambola su un bastone, un'altra un
gatto morto coperto di alghe.
Lei butt i capelli da un lato e succhi forte dalla cannuccia
del drink, poi guard qua e l per il bar dov'eravamo,
una merda di posto in Gaffey Street, a San Pedro,
che si chiamava The Spot. La prima volta che lo avevo visto
era circondato dai nastri gialli della polizia. Ci andavo
un paio di volte al mese perch era raggiungibile a piedi,
e ogni volta che ci andavo qualche vecchio cadeva da uno
sgabello del bancone. Vedendo entrare Comesichiama e
la sua amica ero rimasto abbastanza sorpreso, perch nessuna
delle due era brutta o indossava un braccialetto da
ospedale. Comesichiama era bruna e aveva l'aria di quella
che i noccioli delle olive li impila per bene sul piatto.
L'amica - a cui proprio non riuscivo a prestare attenzione
anche se aveva una maglietta di paillette - era bionda
e starnutiva tipo pistola laser. Io ogni volta mi abbassavo,
ma loro non capivano la gag.
- Allora, - dissi, - io non  che dicendovi di quel gatto
affogato volevo sostenere che i gatti come specie non sanno
nuotare, per  vero che non sanno nuotare. L'unica
cosa in cui sono bravi  la furia omicida. Non solo la loro
cacca causa malformazioni alla nascita e problemi mentali,
ma passano tutta la notte a cercare animaletti da uccidere.
Per divertimento. Di solito nemmeno li mangiano -. Le
ragazze si guardarono tra loro e spalancarono gli occhi, ma
senza dire niente, cos continuai a parlare di gatti. Il mio
monologo sui gatti. Il mio gattalogo. - E nemmeno voglio
sostenere che i gatti come specie siano stupidi. Se volevo
sostenere quello, vi raccontavo del gatto di mio padre,
Steve, che  un coglione e smette di riconoscermi appena
mi metto qualcosa, qualsiasi cosa, sopra la testa. Tipo che
magari di punto in bianco io prendo una lattina di bibita
o una forchetta e me la piazzo sulla testa, e lui allora si
gonfia tutto e comincia a soffiare e mi fa una faccia come
a dire e tu chi cazzo sei, un po' come quella che avete voi
due in questo momento.
- Scusa, - disse Comesichiama. - Ma io sono un'amante
dei gatti. I gatti li adoro.
-  vero, - disse l'amica.
- Ti credo, - dissi all'amica. - Ci credo che la tua amica
adora i gatti.
- Il mio gatto, - disse Comesichiama, - Derek Jeter,
non  per niente stupido. Rincorre gli elastici, guarda la
TV ed  premuroso. E al mattino  cos gentile che mi sveglia
toccandomi delicatamente la faccia con le zampine -.
And avanti a elencare altre presunte gentilezze di Derek
Jeter e disse qualcosa sull'istinto di sopravvivenza innato,
ma io ero distratto dalla sua amica che si dirigeva verso il
bagno luccicando come una paglietta da cucina.
- ... ecco perch tanti sono randagi, - disse lei.
- Tanti sono randagi perch i gatti scopano un casino
e il tigrato di un mio amico si  fatto tagliare a met dal
cancello del garage del palazzo, alla faccia dell'istinto di
sopravvivenza -. Rimase cos inorridita che in un certo
senso fu bellissimo, ma capii che con lei mi ero giocato
ogni possibilit, e cos feci l'unica cosa fattibile: cercai di
cambiare discorso.
- Lui ha tenuto il cadavere in una scatola da scarpe nel
frigo per una settimana perch quella matta della sua ragazza
guamaniana potesse salutarlo e piangerlo quando
tornava da un viaggio di lavoro. Cio, tu immaginati, -
dissi, - di dover ricacciare indietro le lacrime ogni volta
che ti serve la panna per il caff o il burro per il pane. O
tu il burro non lo tieni in frigo?
Rigirai il mio drink e guardai le bollicine ruotare e raccogliersi
in cima, dove mi sembrarono uova di pesce. Poi
appoggiai il bicchiere, in attesa che Comesichiama rispondesse,
ma a quel punto lei non aveva pi niente da dire sul
burro, sui gatti o su qualsiasi altra cosa, perlomeno non
a me. E quando la sua amica torn dal bagno si bisbigliarono
qualcosa, e io, sentendomi escluso e vendicativo, mi
sporsi in avanti e chiesi a quella luccicante se la maglietta
veniva venduta con dei pattini da ghiaccio in tinta. Lei
rimase perplessa, poi cap e i suoi occhi diventarono due
schegge. Tentai un sorriso da scemo, ma ormai era troppo
tardi, perch loro si alzarono e se ne andarono senza
salutare. Feci ciao con la mano alle loro nuche, e poi un
cenno a Johnny, quello col tatuaggio sul collo che pi che
un foro di proiettile sembrava un buco di culo. Quando
finalmente arriv gli ordinai un doppio qualcosa, brindai
alle cacche di gatto di tutto il mondo, dissi ciao-ciao a me
stesso - ciao-ciao - e lo bevetti in un colpo solo.
Il mattino dopo ero di nuovo al molo, di nuovo uno
straccio, di nuovo a guardare la flottiglia di rifiuti, che in
genere d'estate era abbastanza grossa perch d'estate c'
un sacco di gente in pi sulle barche e sulle spiagge, ma
quel mattino era coperto e faceva fresco, cupezza di giugno
in pieno luglio, per cui non c'era molto da vedere, finch
non passarono i ragazzini dello yacht club a bordo dei
loro piccoli racer che andavano ad allenarsi a fare le virate
e girare le boe. Mi arrotolai le maniche della camicia e
rimasi a guardarli dalla mia sedia per un po', finch una
testa di cazzo su un Bayliner nuovo di zecca non infil il
canale a tutta velocit andando a sbattere contro il molo
e si arrabbi un sacco con me perch non avevo tenuto le
sue due tonnellate di cattivo gusto lontane dalla paratia
a mani nude. Feci in tempo a ormeggiarlo che lui era gi
accovacciato sul molo a passare le dita su uno squarcio di
quindici centimetri.
- Guarda che roba, - disse.
E io guardai quella roba.
- Cazzo, - disse lui. - Si  proprio sputtanata.
Poi guard me, con un'aria d'attesa, genere Di' qualcosa,
cos dissi qualcosa. Dissi: - Quanti ottani?
Lui mi fiss e scosse la testa ma non se ne and, credo perch
da qualche parte nel profondo del suo cuore di testa di
cazzo sapeva di essere un inetto e che stava solo facendo
scene per la donna che aspettava sul ponte con una corda
in mano e l'aria confusa e spaventata, e poi noi avevamo
il carburante meno caro di tutto il porto. E la verit: da
noi il gallone costava dieci centesimi abbondanti meno
che da Mike sul canale principale, e da quelle parti lo sapevano
tutti.
Il tizio stava ancora borbottando la sua finta incredulit
quando la donna lo interruppe. - Ma guarda lui, - disse,
tentando di spezzare la tensione. - Ha la lingua che potrebbe
fargli da cravatta. E un bulldog francese?
- Quasi, - dissi. - Si chiama Jason. Gli piacciono i mercatini
improvvisati e la cacca d'uccello.
Lei fece una di quelle risatine melodiose femminili, acuta
e sincera, il che me la rese simpatica. All'improvviso mi
ricord mia madre, e non mi sarebbe sembrato per niente
strano se avesse odorato di chewing gum alla frutta e lacca,
e se incrociando le braccia avesse detto: Bambini...
- Be', allora fa il lavoro perfetto, - disse lei.
- Mica tanto, - dissi. - Non si guadagna.
Ma erano soldi facili. Oltre alla noia e a qualche serbatoio
pieno di merda che ogni tanto mi scoppiava in faccia,
non era difficile.
Il mio capo, Tommy, mi lasciava in pace, potevo portarmi
Jason e prendere tutte le bibite gratis che riuscivo a
bere. Ormai ero abbastanza vecchio da apprezzare certe
cose, ma anche da avere due vicoli ciechi come attaccatura
dei capelli e a volte qualche problema al cazzo. Mia
madre era morta, mio padre era confuso, io non dormivo
n facevo la cacca come si deve da quando avevo ventinove
anni, ed era come se tutto fosse successo da un giorno
all'altro. Prima ero giovane - batter d'occhio - adesso non
lo sono pi. E con tutto il tempo libero che avevo da passare
seduto l sul molo, ogni tanto non riuscivo a non fare
l'inventario della mia vita e pensare: tutto qui? Otto dollari
l'ora e l'abbiocco? Devo arruolarmi in Marina o roba
del genere? E non perch mi bevessi i loro slogan stronzi
tipo Diventa davvero te stesso, ma pensavo che almeno
potevo diventare davvero uno con l'assicurazione sanitaria
che sa fare le flessioni. E quello, dalla mia sedia
sul molo, sembrava un miglioramento. Come quasi tutto.
Cos, quando mi telefon un tizio conosciuto l al porto
che pensava di essere un cowboy ed era ricco, non riattaccai.
Si era da poco comprato una villa col tetto spiovente sul
fianco di una montagna cinque ore a nord di Los Angeles
che aveva bisogno di qualche lavoro, e pensava che avessi
bisogno di lavoro anch'io, oltre che di un po' di tempo
lontano dalle barche, un mese o anche tre, a seconda. - Non
dire di no, di' di s.
Dissi: - No, bello. Faccio una vita da sogno.
- Alla faccia del sogno, - disse lui. - L'ultima volta che ti
ho visto, avevi in mano una bottiglia piena della tua urina.
- Il bagno l'ho riparato due settimane fa.
- Per quello ti chiedo di venire qui, - disse lui. - Sei
bravo con le mani e abituato a una vita non esattamente
ideale. Un pensierino faccelo.
- Grazie della proposta, - dissi. - Ma no.
- Eddi... Quass  bellissimo. Ti piacerebbe un sacco,
e ho davvero bisogno d'aiuto. Possiamo pagarti pi di quel
che prendi al porto, e ogni tanto darti pure da mangiare.
- Scusami, - dissi. - Sta arrivando una barca. Devo
andare.
E andai. Stavolta era un nove metri Parker malandato
che si avvicin in modo perfetto, lento e preciso, col comandante
scuro di sole che lo guidava con una mano sola
e sorridendo, e che poi si riemp il serbatoio da solo, nel
mentre chiacchierando del pi e del meno con me e col
cane. Sulla poppa c'era scritto Weapon ofBass Destruction
a lettere di foglia d'oro, e quando notai l'attrezzatura da
immersione a bordo gli chiesi dov'era diretto.
- Ci sono un paio di banchi oltre la punta, - disse lui,
poi tir fuori dalla tasca un foglio e me lo tese. Sopra
c'era un elenco a cui diedi un'occhiata, ma erano nomi
tipo scientifici, cos glielo restituii. - Ogni tanto l'acquario
mi paga perch gli recuperi un po' di roba. Questa 
la lista di oggi.
- Sembra un gran bel lavoro.
- Una volta s, - disse lui. - Ormai trovare la roba  difficile,
e con la paga ci copro a malapena il carburante. Preferirei
fare lo scaricatore... Quelli s che se la passano bene.
- Lo pensavo anch'io, finch un giorno non ne sono
entrati due allo Spot che si sono messi a parlar male dei
cinesi mentre giocavano a biliardo. Ho chiesto a Johnny
perch e lui mi ha detto che, a quanto pare, le compagnie
di trasporti stanno cercando di rimpiazzare quelli vicini
alla pensione con i cinesi, che costano meno. Gira voce di
uno sciopero entro la fine dell'anno.
Lui scosse la testa, si ferm a cento dollari e tre centesimi,
sfil l'erogatore troppo presto facendo cadere qualche
goccia di gasolio in acqua. Guardai gli arcobaleni allungarsi
e diventare ovali sulla superficie, poi andai al registratore
di cassa a battergli lo scontrino. Pag in contanti,
mi diede un dollaro e novantasette centesimi di mancia,
sciolse la gassa d'amante e sal a bordo. Liberai la poppa e
gli passai la corda intanto che metteva in moto, e mentre
cominciava ad allontanarsi si infil nella cabina e rispunt
con un biscotto per cani e me lo lanci. Lo presi al volo e ringraziai con un gesto, andai a sedermi sulla sedia e
ascoltai il rumore del suo entrofuoribordo in folle che si
allontanava, poi socchiusi gli occhi verso il sole, una grossa
arancia in cielo che lastricava l'acqua di mattoni gialli
in direzione ovest. Diedi a Jason il biscotto e gli grattai la
testa chiamandolo il mio bambino, il mio minirinoceronte,
il mio stupido miracolo. Perch era vero. In quel momento
era tutto un stupido miracolo, e me lo godetti e ne fui
grato per tre o quattro minuti abbondanti, finch Jason
non si mise ad abbaiare contro un gatto selvatico che passava
quatto lungo il cancello. Mi fece ripensare alla faccia
di Comesichiama e a Comesichiama quando le avevo detto
che lavoro facevo, e nel giro di un attimo ero di nuovo
schiacciato dalla noia e dalla disperazione, dall'inquietudine
e dalla preoccupazione, dal pensiero che forse dovevo
andarmene dal porto, mettere le mie magliette preferite
in un borsone e incamminarmi dritto verso l'orizzonte,
un orizzonte qualsiasi, e di sicuro sarebbe stato meglio di
quello merdoso che avevo davanti:
In direzione sud c'era un orrido muraglione di pietra
che proteggeva il porto e una spiaggia per messicani cos
inquinata che avevano dovuto rimuovere la sabbia e portarne
di nuova coi camion. In cima alla collinetta soprastante
c'era Fort MacArthur, una base aeronautica dalla
quale - non fosse stata chiusa al pubblico - avresti avuto
una vista formidabile sulle mega-gru e gli innumerevoli container
impilati del porto, le chiatte da esche, i mercantili
perennemente in folle per produrre elettricit e le navi da
crociera che bruciavano combustibile all'infinito perch di
corrente per alimentare roba cos grossa dalla banchina non
ce n'. Al di l del canale c'era un vecchio porticciolo turistico
con le passerelle e i pali di legno tutti scheggiati che
i proprietari si rifiutavano di aggiustare perch il Comune
non gli rinnovava l'affitto. Si diceva avessero in cantiere
degli appartamenti sul lungomare e un ristorante a tema
che immaginavo avrebbe servito chele di granchio troppo
care su un sottofondo di Jimmy Buffett a ciclo continuo.
Un altro 22** Street Landing, ma senza tutto quel passato:
pesce di merda e grandi finestre, magari del pane decente.
Volevo andarmene cos tanto che cominciai ad agitarmi,
ma non potevo andarmene, non per altre cinque
ore, cos mi coprii l'occhio sinistro con la mano sinistra
per un po', poi la smisi e feci flessioni finch non si avvicin
Jason che cominci a leccarmi la fronte con la sua
lingua schifosa. Lo spinsi via e ne feci altre sette, ma lui
torn e ricominci. - Piantala di leccarmi, Jason! - strillai.
- Sto facendo le flessioni! - Lui indietreggi e mi guard
diffidente, e io mi sentii un vero coglione perch aveva
quegli occhi - vulnerabili e quasi intelligenti, come una
scimmia - poi infil le zampe posteriori in mezzo a quelle
anteriori come un piccolo ginnasta e si sedette a guardare
verso l'acqua. Guardai verso l'acqua anch'io e vidi
un ragazzino dello yacht club che tentava di raddrizzare
la barca che gli si era rovesciata. Dopo circa un minuto
che non ci riusciva, allungai una mano e accarezzai Jason
sulla testa. - Che ne dici se andiamo a cercarci un po' di
roba nuova da leccare?
Lui si adagi su un fianco, poi sulla schiena, e io gli
guardai il pistolino mentre gli grattavo la pancia, poi richiamai
il cowboy chiedendogli se la sua offerta era ancora
valida. Mi chiese perch avevo il fiatone e gli dissi che
oh, avevo appena fatto un sacco di flessioni. - Insomma
per quel lavoro? - Per quel lavoro mi disse s, certo, e mi
chiese quando sarei andato. - Ci vediamo domani sera, -
dissi, - tardi -. Poi andai a bussare alla barca di Tommy e
gli riferii alcuni problemi di famiglia immaginari e alcuni
reali, tipo mio padre che girava per casa di mio fratello cercando
il biglietto aereo che aveva perso finch mio fratello non toglieva il volume alla tv e gli diceva: Guarda che
sei venuto in macchina. Dissi a Tommy che mi serviva
un po' di tempo per sbrigare delle cose - che non era una
bugia, non del tutto -, che sarei stato via qualche mese e
lo ringraziavo per avermi fatto lavorare, che al mio ritorno
avrei voluto lavorare per lui di nuovo.
Si accese una sigaretta. - Mi spiace un sacco che te ne
vai, - disse, soffiando il fumo da una narice sola. - Il tuo
cane sta simpatico a tutti.
- Grazie, - dissi.
- Fammi sapere quando torni e vedo che posso fare.
- Grazie anche di questo, - dissi.
Sarebbe dovuta finire l e invece no, perch Tommy
pass alcuni minuti a raccontarmi una gara di ricette di
chili a cui era stato, ma alla fine ci stringemmo la mano e
io corsi a caricare tutto quanto pi la cuccia del cane sul
pick-up e partii per il nord.
Era una casa del 1968, con gli spioventi del tetto che
arrivavano a terra e l'accesso diretto a una pista da sci, in
qualche modo collegata a un'altra casa dalla stessa forma,
del 1970 e qualcosa, che sembrava costruita dal mio parrucchiere
d'infanzia, Mario, il quale ti tagliava i capelli
a spazzola qualsiasi cosa gli chiedessi. La prima cosa che
vedevi entrando era un minuscolo bagno attaccato a una
cucina dal soffitto basso, perch niente ti fa sentire benvenuto
come la possibilit di fare la cacca in un ex ripostiglio
o in alternativa un panino. L'intera casa era l'antitesi della
modernit, una capsula del tempo completa di moquette
a pelo lungo verde, corna di animali sopra camini e porte,
un totem alto tre metri nello stanzone principale davanti
a un tavolo da biliardo con tre gambe e mezza sorretto
da un'enciclopedia poggiata su un blocco di calcestruzzo.
Nel complesso la descriverei come una vera discarica su
duemila metri quadri di roccia vulcanica e pini, sepolta
per cinque o sei mesi l'anno, a seconda dell'anno, sotto
un casino di neve.
Il mio compito era sventrarla: buttare gi dei muri e
aprirne altri, e poi portare fuori i calcinacci passando dal
garage. Ogni tanto c'era un fosso da scavare o delle pietre
da impilare, o dei cassonetti da rimettere a posto, o della
legna da spaccare, oppure dovevo guardare la figlia del cowboy
mentre lui e la moglie uscivano la sera. A Phoebe piaceva
raccontarmi cose della sua vita da seienne, per esempio
che a scuola avevano coltivato una zucca ed era arancione.
- Davvero? Io una volta ho coltivato un arancio e ho
pensato: fico!
- Eh?
- Niente.
- Posso tirare le pietre al tuo cane?
- S.
E questo era pi o meno quel che succedeva. Mi piaceva
che fosse lavoro fisico, e le mie birrette serali non erano
mai state cos buone perch sapevano di guadagnato. Ero
stanco ma contento, seguivo la mia tabella di marcia, guadagnavo
un po' pi che al porto, e poi era tutto in nero,
e Jason poteva stare con me e leccare tutto quel che voleva,
di solito cacche d'orso nere. In paese c'era un posto
che faceva ottimi tacos a poco, e quando volevo trattarmi
bene dopo il lavoro andavo all'enoteca a bere bicchieri di
moscato secco a sei dollari serviti da camerieri bianchi col
panciotto. Mi piaceva riempirmi per benino li e poi, con
la testa che ronzava, camminare fino al Clocktower Pub e
attaccar briga con gente del posto che non si sa come non
mi picchiava mai. La maggior parte delle sere, per, non facevo
altro che starmene seduto nella veranda da finire con
Jason, bevendo birra light e guardando tutte le stelle che
a Los Angeles non si vedono.
A parte la solitudine da impazzire - il cowboy non lo
vedevo quasi mai, aveva affittato una casa dall'altra parte
del paese mentre l c'era un caos di rovine e calcinacci e
si teneva occupato con non so cosa - era il tipo di lavoro
in cui sono bravo, e dopo un mese e rotti di lunghe giornate
avevo finito quasi tutto quel che mi aveva chiesto di
fare, rimanevano soltanto gli ultimi pezzi di cartongesso
intorno a tre grandi finestre ammazza-uccelli, tutte sulla
parete dello stanzone che dava a sudest, tutte con una vista
strepitosa sul paesino a valle e sul lago e le montagne
dietro, solo che nel terreno adiacente c'erano due alberi
particolarmente alti e particolarmente morti, che insieme
ostruivano gran parte dell'altrimenti strepitosa vista. Erano
quei due alberi che stavo fissando mentre mi sistemavo
gli elastici della mascherina antipolvere dietro le orecchie,
davo un leggero strattone ai miei due guanti, prendevo il
martello e il palanchino e mi mettevo al lavoro.
Rimuovere il cartongesso, in generale, non  un gran
problema. In pratica pianti un martello in un muro. Poi
ripeti. Rimuoverlo intorno al telaio delle finestre, invece,
 un po' pi difficile, perch sei costretto a districarti fra
montanti, intelaiature e chiodi, e bisogna anche stare attenti
al vetro. Devi forzare, sfilare chiodi, martellare prendendocene la mira e fare leva. Ci vuole controllo, e io in
quello non sono bravo. Diventa ancora pi difficile quando
hai a che fare con la copertura di lamiera che si usava
per unire due pezzi di cartongesso prima che inventassero
il nastro sigillante, e a mio parere chiunque avesse installato
le coperture di lamiera intorno a quelle tre finestre
aveva usato pi chiodi del necessario. Cominciai a sudare,
e fuori non faceva nemmeno cos caldo. Magari faceva
caldo nel paesino gi a valle, ma in montagna ci saranno
stati sedici o diciassette gradi e si stava benissimo. Dopo
un po', per, stavo sudando per davvero, e spesso dovevo
smettere di martellare e forzare col palanchino per asciugarmi
il sudore sulla fronte con il dorso del guanto, e ogni
volta che lo facevo allungavo lo sguardo fuori dalla finestra
che avevo davanti, verso i due alberi morti. Dopo un
po' andavo alla porta di vetro scorrevole e la aprivo il pi
possibile, sperando che entrasse un po' d'aria.
Pi mi sforzavo di rimuovere quelle coperture, pi mi
convincevo che chiunque le avesse installate non lo avesse
fatto nel modo corretto, e di l a poco ebbi la certezza
che chiunque le avesse installate fosse un imperdonabile
pezzo di merda oltre che un vero rottinculo. Mi agitai
ancor di pi scoprendo - nell'angolo in alto a sinistra
del telaio e in rapida successione - due piccole viti con
la testa a croce.
Una vite non puoi sfilarla, la devi svitare, il che non
sarebbe stato un gran problema se non che io i cacciaviti
ce li avevo nella cassetta degli attrezzi gi in garage, che
non era lontano ma sembrava di s, e comunque niente
di tutto questo era il punto. Il punto era che non vedevo
alcun motivo o scopo per quelle viti, a parte complicare
la vita a me, e rimasi a fissarle per un po' con le orecchie
e il resto del corpo che si scaldavano, e io col caldo non
vado d'accordo. Esiste un rapporto diretto fra il caldo e
l'aggressivit, che  poi il motivo per cui le risse succedono
soprattutto d'estate.  anche per questo che - mentre
fissavo le viti - feci l'unica cosa che potevo fare: persi la
pazienza e cominciai a picchiarci sopra col martello come
un pazzo. Spaccai la finestra e mi diedi una martellata sul
pollice e anche, mentre caricavo forte con il braccio, sulla
testa. Mi feci male, ma male tanto, e girandomi lanciai il
martello dall'altra parte della stanza, per poi mettermi a
saltellare qua e l come un idiota, accovacciandomi e facendo
lunghi passi in cerchio con gli occhi chiusi fortissimo,
sputando ogni parolaccia che mi veniva in mente finch
non me ne venne in mente pi nessuna. Al che rimasi li,
sentendo il bernoccolo che cresceva e odiando il cowboy
per una quantit di ragioni ingiuste - gli stivali intarsiati
e lo Stetson, gli anelli di turchesi e quella stronza di camicia
con le frange che gli avevo visto indosso una volta -,
tutto all'insegna di una qualche malriposta nostalgia del
Far West. Lo odiavo per tutti i capelli che aveva, per la
facilit con cui sembrava stare al mondo, per i soldi e
la macchina e la moglie carina. Ma soprattutto lo odiavo
per avermi convinto ad accettare quel lavoro del cazzo,
un lavoro che sapevo essere solo l'ennesima tappa di una
lunga fila di delusioni, e per il quale l'unico vero requisito
che possedevo era l'essere disposto a farlo. Sapevo
anche - proprio come per tutti gli altri lavori - che avrei
continuato fino a non sopportarlo pi, e che poi avrei barattato
quell'inferno con un altro. Sempre in orizzontale,
mai in verticale.
Quando infine aprii gli occhi aprii prima il sinistro, poi
il destro, e davanti a me, fuori dalla finestra incrinata,
c'erano i due alberi morti. Solo a quel punto mi chiesi cosa
li avesse uccisi.
La prima ipotesi fu una qualche malattia degli alberi, poi
mi persi dietro il pensiero delle malattie degli alberi, e
poi dietro il pensiero delle malattie di tutte le cose. Non
dico quelle di cui sentiamo parlare sempre - l'AIDS felino
e il cancro dei cani, la mucca pazza e i procioni con la
rabbia - dico il virus della paralisi delle api e l'herpes delle
carpe koi. Dico la polio delle capre e il morbo dell'alce
pazza e un'influenza solo dei pesci che si chiama influenza
dei pesci. C' il vaiolo degli uccelli e una certa malattia
di Bang che causa aborti spontanei nel bestiame. La Perkinsosi
colpisce le ostriche sulla costa est degli Stati Uniti
fin dagli anni Quaranta. Il morbo della lingua blu si fotte
le pecore in tutta la Nuova Zelanda. C' una malattia che
fa annodare i serpenti in un modo che poi non riescono
pi a sciogliersi.
Lanciai un'occhiata a Jason, che mi stava osservando
nervoso da dentro un bidone della spazzatura rovesciato,
con la lingua mezza fuori. Ci fissammo sbattendo le palpebre
per qualche secondo, poi tornai a guardare i due alberi.
Immagino che fino a quel momento li avessi visti soltanto
come oggetti in primo piano, ostacoli sfocati alla strepitosa
vista del paesino a valle. Ma adesso che mi concentravo su
di loro direttamente, vedevo con chiarezza che avevano la
cima nero bruciato, la corteccia esplosa verso l'esterno in
grandi strisce. Ma certo, era stato un fulmine. Non erano
particolarmente alti.
O perlomeno era stato un fulmine a danneggiare gli alberi
al punto da renderli vulnerabili alla malattia, al marciume
radicale o alla caduta degli aghi o al cancro delle
piante, all'appassimento o alla ruggine, a qualsiasi malattia
cieca ti colpisca a caso.
Contento di aver capito qualcosa, andai a cercare il martello
lanciato, ma a met della stanza Jason cacci il suo
caratteristico bau e schizz fuori dal bidone della spazzatura
per correre a salutare Phoebe in cucina, seguita a
pochi passi dal cowboy con una birra per mano, tutto un
Eccoti, capo! e Caspita, qui dentro  una meraviglia.
Stai procedendo come un treno.
Gli andai incontro sulle scale - ancora surriscaldato
ma un po' pi felice per la compagnia e la birra fredda -
mentre Jason inseguiva una Phoebe ridacchiante intorno
al totem e poi al tavolo da biliardo, prima che lei si fermasse
di botto e lo colpisse a braccio teso sul muso come
una piccola rugbista.
- Complimenti, - disse il cowboy. - Davvero.
Poi mi fece il suo solito sorriso, allenato e meccanico
come quello dell'oncologo di mia madre. Pur sapendo che
il suo incitamento non era del tutto sincero, non potei non
apprezzarlo lo stesso, specie quando arrivammo al vetro
rotto e lui mi disse di non preoccuparmi, che stavano comunque
pensando di metterne uno migliore. - Di quelli
nuovi, a tre strati, - disse, dandomi una pacca sulla spalla
pi da amico che da capo.
Poi, per farmi sentire ancor pi in colpa per averlo appena
odiato, mi invit a fare una breve passeggiata prima
di cena.
- Ci mettiamo poco, - disse. -  proprio in fondo alla
strada. Da qui ci si arriva a piedi.
Gli dissi che avevo delle cose da finire, ma insistette,
dicendo tutto quello che ti saresti aspettato da lui - che
fretta c', il lavoro mica scappa e bla bla bla - e mentre
ero l che pensavo a una risposta e lui era l che ne aspettava
una, entrambi notammo il silenzio.
- Phoebe? - disse.
Lei non rispose, e allora la chiam di nuovo, ma un po'
pi forte. Non rispose per la seconda volta, allora lui pos
la birra e part di corsa a cercarla.
- Phoebe, - disse. - Phoebe?
- Jason, - dissi io, una volta sola, e lui usc trotterellando
da dietro un ammasso di materiale isolante. Phoebe
spunt qualche secondo dopo, reggendo in mano un uccello morto a mo' di regalo.
- Guarda cos'ho trovato, - disse.
- Mettilo gi, - disse il cowboy, ma lei fece quella cosa
dell'udito selettivo che fanno a volte i bambini e i cani,
allora lui le corse incontro e glielo fece volare dalle mani
con pi forza di quel che secondo me avrebbe voluto. Lei
rimase scioccata, e cominci a tremarle il labbro mentre
il padre la portava in cucina a lavarsi. Abbassai lo sguardo
giusto in tempo per vedere Jason che dava all'uccello
una rapida annusata e una leccata, e dissi vattene, asino, e
lo spinsi da parte con il piede. Lui ciondol un po' pi in
l, ma poi si ferm a guardarmi mentre mi chinavo a dare
un'occhiata all'uccello pi da vicino.
Era un affarino grigio e marrone con un po' di bianco
sulle ali e un po' di giallo sul petto, le zampe nere rigidamente
piegate sotto il corpo. Solo un occhio era chiuso,
e dalla testa gli era uscita una piccola quantit di sangue
che si era mischiata con la polvere di cartongesso sul pavimento
di pino, creando un minuscolo laghetto bianco-
argentato che sembrava mercurio.
- Cosa ne facciamo, adesso? - chiese Phoebe, che stava
gi tornando dal lavello con gli occhi ancora lucidi e le
mani bagnate.
Guardai il cowboy, che si stava asciugando le mani sui
jeans troppo stretti.
- Non lo so, - dissi. - Forse dovremmo fargli un funerale.
- No, - disse il cowboy. - Ci penso io.
Attravers la stanza, raccolse l'uccello con un asciugamano
di carta sporco e lo port fuori, nella veranda da
finire. Phoebe e Jason lo seguirono, e io rimasi dentro a
guardare da dietro la porta a vetri. Feci in tempo a vedere
il vento arruffargli le piume, l'ala sinistra muoversi un
pochino, poi il cowboy fece due o tre passi veloci e lo lanci
pi forte che poteva. Tutti quanti lo guardammo disegnare
una parabola nell'aria, un uccello morto che volava
verso due alberi morti.
- Allora, quella passeggiata?
La Inyo National Forest copre poco meno di ottomila
chilometri quadrati di terre disabitate confinanti, quasi
tutte nella California settentrionale, circa seicentomila ettari
di habitat protetto che ospita ogni sorta di specie pericolosa.
Ci sono l'orso nero, la lince rossa, il cervo mulo
e l'alce, i serpenti a sonagli e una strana cosa che sembra
una salamandra, perfino qualche pecora delle Montagne
Rocciose che pascola qua e l. Ma a preoccuparmi pi di
tutto erano i coyote, per via della loro fama di animali intelligenti
e opportunisti, o come li aveva definiti una volta
il cowboy: Cani-ebrei. Vedendo che lo lasciavo l appeso
per qualche secondo, aveva aggiunto: Con rispetto
parlando.
A differenza degli ebrei, i coyote mangiano pi o meno
di tutto, compresi i piccoli animali domestici stupidi
che scappano durante le passeggiate tardo-pomeridiane
e non tornano. Di solito, quando andavamo a passeggiare,
Jason mi seguiva a qualche metro di distanza, fermandosi
ad annusare tutto per poi giocare a rincorrermi. Ma
quel pomeriggio sembrava sovreccitato, entr e usc dai
margini del mio campo visivo per venti minuti, poi scatt
in avanti di una trentina di metri, si ferm di colpo a fare
la cacca con quella sua stupida espressione preoccupata,
quindi si mise a scalciare per ricoprirla di terra e fece
alcuni frenetici giri di corsa intorno a un grosso pezzo di
roccia vulcanica. Pensavo stesse cercando di contenerlo a
mo' di gregge per il fatto che, s, insomma, era stupido. A
un certo punto alzai lo sguardo e non c'era pi.
Ci mettemmo a chiamarlo tutti insieme, io, il cowboy
e Phoebe, e non vedendolo spuntare tentai di non farmi
venire il panico. Sapevo solo le cose che sapevo - che si
stava facendo buio e che da quelle parti c'erano i coyote
- ma poi cominciai a sapere anche cose che non sapevo,
perch il cowboy mi raccont di un chow chow nero
di nome Cookie che era stato sbranato qualche settimana
prima che arrivassi.
- Un coyote  sceso a valle, - mi disse, - proprio al tramonto,
proprio in mezzo alla strada. Vedendolo, Cookie 
balzato gi dalla veranda e si  messo a rincorrerlo su per il
pendio e oltre il crinale, dove c'era un branco in agguato.
Non gli diedi dello stronzo. Continuai invece a immaginarmi
la testolina tipo palla da bowling di Jason e i suoi
occhi da scimmia, le sue orecchie da pipistrello e le zampine,
con quei cuscinetti sotto che mi divertivo a pizzicargli
mentre dormiva, e che nel fango lasciavano impronte
simili a grossi dollari della sabbia. Pensai alla sua lingua
schifosa e al suo muso accartocciato, ai suoi ripetuti tentativi
di scavare buche nei divani, all'espressione risentita
che gli veniva quando lo facevo roteare sui pavimenti di
linoleum. Pensai a tutte le volte che c'era mancato un pelo:
quand'era saltato sul telo che copriva la piscina di un
amico, fermandosi al centro e cominciando ad affondare;
la volta che a Natale aveva trovato i biscotti alla marijuana
sotto l'albero e per tre giorni aveva pisciato da seduto;
quand'era saltato gi dal cassone del mio pick-up rimanendo
appeso per il guinzaglio finch aveva cominciato
a uscirgli il sangue dal naso; il pitbull senza orecchie che
aveva morso nelle palle al parco.
Non stavo piangendo, ma credo che avrei potuto dare
quell'impressione. Il cowboy mi appoggi una mano sulla
spalla e disse cose come: Sono sicuro che sta bene e
Torner e Ieri hanno avvistato un puma.
- Sarai stronzo, - dissi.
-  solo quel che ho sentito, - rispose lui. - Lo dicevano
al telegiornale stamattina. Qualcuno lo ha filmato vicino
alle sorgenti calde, a una quindicina di chilometri da qui.
- A me piacciono le sorgenti calde, - disse Phoebe. - E
anche il dinosauro con le manine.
- Il T-Rex? - disse il cowboy.
- S, - disse Phoebe. - Il T-Rex.
- Sai cosa piace a me? - dissi io. - Mi piace la fica e il
baseball e avere un cane vivo. Ecco cosa mi piace.
- Ehi, - disse il cowboy, ma non aggiunse altro. Sollev
invece Phoebe sopra la testa piazzandosela sulle spalle.
Lei afferr due belle manciate di capelli folti, poi gli
lasci scivolare le mani sulla fronte che aveva le righe tipo
quaderno. - Si sta facendo buio, - disse lui. - E meglio
che la porti a casa.
Lei balbett qualche parola di protesta, ma il cowboy la
interruppe. - Non preoccuparti, cetriolino, - disse. - Vedrai
che Jason torna. Cos poi viene a cena da noi. Okay?
Phoebe mugugn una serie di no finch non ne potei
pi di sentirla e buttai li che forse Jason era gi tornato a
casa, e adesso era li che aspettava che qualcuno lo facesse
entrare. - Andreste a dare un'occhiata, - dissi, - e mi
fate sapere?
- Ma io voglio stare qui, - rispose lei.
- Lo so che vuoi stare qui, - dissi.
- Difficile che succeda, - disse il cowboy, - ma se dovessi
incontrare quel puma non scappare e non fingerti
morto. Guardalo dritto negli occhi e fai il duro. Grida.
Prendi un bastone o una pietra, copriti la gola -. Poi mi
disse in bocca al lupo e si incammin nella direzione da
cui eravamo venuti.
Per un po' rimasero a portata d'orecchio, e ogni volta
che chiamavo Jason sentivo Phoebe che lo chiamava subito
dopo, ogni volta facendomi eco da un punto diverso
del bosco deserto, ogni volta sempre pi piano, finch a
un certo punto chiamai e non sentii pi nulla.
Dopo una quarantina di minuti passati a inciampare
nel buio quasi totale, la temperatura era scesa al punto
che mi vedevo il fiato e dovevo abbracciarmi per scacciare
il freddo. Mi era praticamente andata via la voce e
il rumore dei miei scarponcini sugli aghi di pino sembr
- per un attimo, con gli occhi chiusi - quello di Jason
quando mangiava i popcorn fatti al microonde che gli
buttavo sul pavimento. E cos, senza nessuno intorno a
giudicarmi, senza nessun bambino piccolo da spaventare,
feci la cosa che mi venne naturale: pregai la mia mamma
morta di aiutarmi a trovare il mio cane stupido e presi a
calci le pigne finch non mi feci male a un dito del piede
scambiando per pigna una pietra dalla forma inopportuna,
dopodich mi feci strada fuori dal bosco imprecando
a bassa voce. Alla fine raggiunsi zoppicando John Muir
Road, una striscia di asfalto rappezzato stretta e tortuosa
che si ripiega su s stessa quattro o cinque volte, forse
sei. La casa era da qualche parte dentro la terza piega, e
risalii in quella direzione ansimando, accelerando il passo
a mano a mano che mi avvicinavo, ansioso di mettermi
dell'alcol in corpo per scaldarmi. A parte quello, il piano
era prendere una torcia e una giacca, chiamare il cowboy
e poi uscire di nuovo.
Ero a pochi passi dalla porta quando una sensazione,
pi che qualcosa di realmente visto, mi fece fermare e girare
la testa verso l'angolo buio della veranda. Dopo alcuni
secondi in cui gli occhi si abituarono - mettendo e
rimettendo a fuoco - riuscii soltanto a scorgere la forma
del suo corpicino: zampe dietro all'indietro, zampe davanti
in avanti, allargate e immobili. Mi avvicinai di un passo
e vidi che il pelo era impastato di qualcosa, forse sangue,
ma in quella poca luce era impossibile dirlo. Cos rimasi
fermo, senza respirare, in ascolto. Non sentendolo sbuffare,
n russare o respirare, pronunciai il suo nome, una
volta sola, come una domanda. Lui non si mosse, e capii
quel che c'era da capire.
Nelle mie orecchie, un rumore bianco simile a un fruscio
della radio molto basso. Il mio cuore era un lago sotto
la grandine, cerchi concentrici di freddo che si allargavano
verso l'esterno. Pensai che il petto mi sarebbe imploso.
Sentii sete di sabbia. Ma neppure questo rende... Non
ho le parole per descrivere l'assurda vaghezza del dolore
che sentii.
Immagino che i cantanti country cerchino di quantificare
il dolore, in birre bevute, lacrime contate. Medici e infermieri
si affidano a scale del dolore numeriche, avvocati e
periti assicurativi a tabelle di indennizzo (un pollice perso,
mettiamo, vale circa diciotto mesi di stipendio). Perfino
i poeti ricorrono alle misurazioni, che siano in cucchiaini
da caff o piedi metrici. Non posso che chiedermi, quindi,
se sarebbe pi facile spiegarlo con i numeri, se esista
una qualche equazione, una formula capace di calcolare la
forza dell'impatto avuto dalla morte di mia madre su di
me. Cos in frantumi and la mia concezione del mondo
di bambino bianco abituato troppo bene da convincermi
che in qualche modo fossero entrate in gioco la velocit
e la massa. Forse un algoritmo potrebbe spiegare meglio
come la sua sofferenza e la sua morte divisero il tempo in
un prima e in un dopo, calcolare quanto divenne prezioso
per me il mio cane di conseguenza, comunicare il modo
in cui perderlo mi fece l'effetto di una perdita composta,
di interessi accumulati su una ferita precedente. Forse la
matematica potrebbe aiutarmi a capire perch - avendo
sofferto cos a lungo - io non diventi pi bravo a soffrire.
Ma non lo divento. Non lo divento mai.
Certo, in quel momento niente di tutto ci mi attraversava
la testa con una qualche chiarezza. Anche la vista fu
invasa da un candore offuscato che dalla coda degli occhi
si spost all'interno, verso il naso. L'udito si fece strano,
come se fossi sott'acqua. Mi sentii - non intontito - instabile.
Appoggiai una mano contro la casa per sostenermi.
Guardai alternativamente il suolo intorno ai miei piedi e
la mano aperta a stella marina contro il muro che avevo
davanti.
Quasi caddi a terra quando Jason fu svegliato da una sua
scorreggia e prese a girare in tondo cercando di mordere
l'odore. A met del secondo giro vide me, sbatt le palpebre
e agit il mozzicone di coda, poi mi venne incontro
come se niente fosse, assonnato e stupido come sempre.
Dopo averlo rigirato e ribaltato ispezionandolo in cerca di
eventuali ferite mortali, senza trovarne - non aveva niente
che non andasse, se non che era quasi interamente coperto
di cacca d'orso - e dopo che lui, scambiando l'ispezione
per un gioco, si gir sulla schiena e mi scalci via le mani
e si lecc le labbra, solo allora le lacrime mi riempirono gli
occhi e debordarono.
L'indomani mattina feci delle x di nastro adesivo sulle
grandi finestre per segnalarle agli uccelli, caricai sul
pick-up tutto quanto pi la cuccia del cane e andai dall'altra
parte del paese a dire al cowboy che ne avevo abbastanza.
Lui fece la faccia che fa la gente quando tenta di dividere
il conto della cena. - Be', che peccato, - disse infine, cercando
con la mano gli stivali. - A Phoebe il tuo cane sta
molto simpatico.
- Lo so, - dissi. - Ma mi manca l'acqua, devo controllare
la barca.
- Qui abbiamo i laghi, - disse lui. - Al Convict ci sei
stato?  incredibile.
- Sono sicuro che  bello, - dissi, - ma non  lo stesso.
- Hai ragione, - disse lui. - Non  lo stesso. Il porto di
Los Angeles sembra l'apocalisse, cazzo.
Su quello non sbagliava, ma non mi piacque sentirglielo dire. Specie quando fece il suo solito sorriso e mi offr
un aumento.
- Non  per i soldi, - risposi, per poi riferirgli alcuni
problemi di famiglia immaginari e alcuni reali, tipo mio
padre che riempiva le parole crociate di numeri e cercava
di telefonare col telecomando.
- Cristo, - disse il cowboy. - Mi spiace. Quand' che...
- Ho gi fatto i bagagli, - dissi.
Sarebbe dovuta finire li e invece no, perch il cowboy
pass dieci minuti a raccontarmi una gita di Phoebe in
un paesino abbandonato, dopodich saldammo i conti
e ci stringemmo la mano e io ripartii irrequieto verso la
costa, Jason al mio fianco sul sedile del passeggero, con
la testa fuori dal finestrino fra le pip nei parcheggi e i
lunghi pisolini.
L'estate stava diventando autunno, e grazie a quello
e al Santa Ana in giro non c'era quasi nessuno. La notte
perlopi me ne stavo a letto sveglio ad ascoltare il suono
di tutte le drizze allentate che sbattevano contro gli alberi
di alluminio. Quando mi stancavo di quello e di fissare
i grandi bulloni che uniscono il pavimento del ponte allo
scafo, o le macchie d'acqua sotto gli obl che perdevano
- quando mi stancavo di essere stanco -, mi alzavo e girando
l'angolo andavo dove c'era un palazzetto di uffici
cadente con un muro abbastanza liscio e senza finestre e
uno spiazzo discretamente illuminato e ci lanciavo contro
una palla di gomma blu da squash, giocavo a prenderla da
solo e pensavo alla primavera. Tommy mi disse che a quel
punto avrei potuto fare un altro po' di ore al porto, quando
faceva pi caldo e c'era pi traffico, quando fiorivano
le alghe bioluminescenti, di quelle che si accendono nelle
acque disturbate come antigelo. - Magari anche prima, -
disse, - dipende.
Gli chiesi da cosa, e lui disse dai risultati dell'esame.
- La maturit ce l'ho, - scherzai.
Rise soffiando fumo da una narice e mor di li a cinque
mesi.
Dopo il funerale alcuni di noi andarono in un bar e dopo
il bar alcuni di noi andarono in un altro bar e dopo un
altro bar ancora alcuni di noi caddero dagli sgabelli. Altri
rimasero li a provarci con le varie Comesichiama, ma
io tornai alla barca e mi sedetti in coperta con Jason, ad
ascoltare tutte quelle drizze che di sicuro mi avrebbero
tenuto sveglio almeno quanto tutto quel che mi sbatacchiava
nel cervello, cos aprii una birra e guardai il porto
intorno a me, il ponte sospeso illuminato che collegava
San Pedro a Terminal Island, il porto illuminato con le
sue mega-gru illuminate, le luci del parcheggio e tutte le
stelle che non riuscivo a vedere. Alla fine mi infilai nella
cabina e presi le chiavi.
Partimmo a motore acceso, superando gli yacht che
non lasciano mai il loro scivolo, superando il molo di rifornimento
e il porticciolo turistico malandato, le chiatte
da esche con i loro bestioni latranti. Superammo Cabrillo
Beach e il distributore di Mike sul canale principale, le boe
e l'apertura nel muraglione. Superammo il faro di Angel's
Gate e le portacontainer cinesi che attendevano al largo
con i loro container e quel che contenevano. Superammo
il punto dove non c' pi nient'altro da superare. Laggi,
lontano dalla terra e dalle luci, issai la vela maestra e spensi
lo Yanmar, poi mi sedetti a gustare il piacere silenzioso
di avanzare con la sola forza del vento.
Andai dritto verso il largo, e nel corso di un'ora o due
guardai la costa rimpicciolirsi e scomparire dietro l'orizzonte
alle mie spalle. Per un attimo pensai di tornare indietro,
poi guardai Jason raggomitolato nella sua piccola
cuccia e continuai a sorseggiare e avanzare fino a poche
ore prima dell'alba, quando il vento cal diventando una
volteggiante brezza all'odore d'alghe, per poi sparire del
tutto. Guardai la caduta prodiera della vela maestra per
una mezz'ora buona, poi la legai, spensi le luci di navigazione
e mi sedetti al timone avvolto in una coperta di lana
umida, scivolando in venti minuti di sonno senza sogni.
Al mio risveglio c'era qualcosa una decina di metri a
dritta, una sagoma verde simile a una lucciola gigante che
sembrava sospesa in mezzo al nulla - lunga un metro e mezzo,
due, forse di pi - e che si muoveva sotto la superficie
come una cosa elettrica, lasciando una scia tutta accesa e
luminosa. Ne affior un'altra dietro di noi, poi un'altra
davanti, poi un'altra e un'altra ancora, finch ce ne furono
pi di quante ne riuscissi a contare. Saltellai intorno
alla cabina da un parapetto all'altro, chiedendomi se avevo
bevuto troppo o mi ero sfregato gli occhi troppo forte, poi
ci arrivai, eravamo finiti in una risalita di acque profonde
della Corrente californiana, uno di quei movimenti verticali
che sollevano sedimenti ricchi di nutrienti e plancton
dagli abissi oceanici, attirando le forme di vita pi svariate.
Qualsiasi cosa stessi osservando, per, pensai che dovevo
impegnarmi a osservarlo, cos aprii un'altra birra e tornai
a sedermi, buttai un braccio sul parapetto e guardai in silenzioso
stupore: decine di cose marine che schizzavano
qua e l, esplodendo in verdi chiari che si gonfiavano come
aurore subacquee. Dopo un po' abbassai gli occhi verso
Jason, che mi fiss sbattendo le palpebre dalla cuccia
finch non gli feci quei rumori di bacetti che piacciono a
lui, allora mi salt sulle gambe, dove si raggomitol a mo'
di miniscaldino. Proseguimmo alla deriva quasi un'ora, e
per tutto quel tempo mi sentii semplicemente fortunato
a essere l e poter vedere. E quando alcune di quelle cose
sguazzarono cos vicino da bagnarci, Jason cacci il suo
piccolo bau - che in quel silenzio buio non sembr piccolo
per niente - e io non potei fare altro che sputare la birra
e ridere e dire: - Ecco, bello. Diglielo! Diglielo!
 
SONO L'UOMO GIUSTO.

Mi sono svegliato e c'era una strafiga biondo rame che
sfilava gi per il marciapiede col suo cane, un terrier o simili,
non so, era piccolo e marrone chiaro ed era un cane,
un cagnolino color sabbia, sabbia bagnata, sabbia dei Caraibi,
sabbia di Saint Barts o di Saint Croix o di salcazzo,
insomma, comunque roba da spiaggia tropicale, e se quello non era un terrier allora io un terrier non so cosa sia, e
infatti non lo so. So per che era un cane, di questo sono
sicuro, e che era grande pi o meno come un cane che 
un terrier, una trentina di centimetri al garrese e sui sette
chili, e che la ragazza se ne andava tutta lenta in tacchi
alti e jeans stretti che le salivano su per i fianchi larghi e
oltre e poi pi in alto ancora, tipo pi alti dell'ombelico,
addirittura alti fino alle costole pi basse, cos alti che di
sicuro dovevano essere firmati. Ho detto: - Ciao Jeans
Alti, - poi l'ho guardata in un modo che ho visto una volta
in una pubblicit di JCPenney, un sorriso a labbra chiuse
con il lato sinistro della bocca ma non proprio un sorriso
vero, solo che lei mi ha guardato i piedi e basta, tutta gelida
eccetera, e io ho pensato questa fisso che  una nordica,
una vera regina dei ghiacci, con gli antenati che vengono da
un posto tipo il rifugio di Superman o non so cosa, magari
la Francia. Ma qualunque lingua parlasse il bisnonno io
di sicuro la lingua in bocca alla sua splendida pronipotina
gliel'avrei infilata, un bel bacio con le labbra e la lingua
sulle labbra e sulla lingua, e anche sulle tette, e anche sulla
vagina, e magari, ho pensato mentre lei lenta lenta sfilava
via, la lingua gliel'avrei infilata perfino nel forse francese
buco del culo, non che a me piaccia farlo, o almeno non di
proposito. Una volta mentre bevevamo qualche birra un
mio caro amico ha detto, parlando di leccate di culo: Oh,
eccome, quello  il massimo, le fai uscire di testa, cazzo,
devi provare. Gli ho detto che no, non avrei provato, ho
paura che il sapore sia tipo pila stilo che puzza di merda.
E lui: No, fratello, assolutamente. Le femmine son pi
pulite. Sa tipo di erba tagliata. Gli ho detto che se era
erba tagliata allora ce la potevo fare e lui: S s, poi mi
ha consigliato di andare su leccatoridiculo.com a cercare
esempi e ispirazione. L'ho fatto, ed  stato orrendo.
Per devo ammettere: lei pulita lo sembrava, pulita davvero,
il tipo di ragazza che nella doccia ha una spugna vegetale
e si passa il sapone tra le chiappe e poi se le spugna,
e poi, dopo, passa un po' di tempo davanti a uno specchio
con un asciugamano intorno al corpo e un altro intorno ai
capelli mentre si mette delle creme costose che sanno di
buono e si chiamano tipo Melon Mist Cucumber Time e
Raspberry Aloe Hydration Butter, il tipo di ragazza che si
fa fare la manicure-pedicure con lo smalto Fucsia Miami
ogni tre settimane in un posto chiamato Angel Tips e non
ha paura del futuro perch  giovane e bella e ha un ano che
tutti vorrebbero leccare, se solo lei li lasciasse. Per come
la vedo io, Jeans Alti  cos carina e ha dei jeans cos fichi
che probabilmente riceve pi proposte in un solo giorno di
quante ne ricever io in tutta la mia sola vita - e nelle sole
vite di altri cinque come me - per cui l'idea le andrebbe,
tanto per fare una specie di cartina di tornasole, tipo Se
ti piace il mio buco del culo ormai slabbrato e leggermente
scolorito, allora devo piacerti per davvero, per con
l'accento francese. E io be', quello  un test che vorrei fare,
perch alla fin fine sono solo uno all'antica che vuole
avere rapporti relativamente spontanei con una signorina
attraente e con poche aspettative e a cui piaccio io per come
sono e che vuole esprimere questo suo apprezzamento
senza vestiti. Se vi sembra una cosa che potrebbe piacere
anche a voi, signorine attraenti di tutto il mondo, be', allora...
sono l'uomo giusto.
Sono l'uomo giusto anche se vi piacciono quelli bassi con
un carattere di merda, problemi di soldi e un amico d'infanzia
che si chiama Peter Parsons e che una volta ha bevuto
tre granite extra large davanti al negozietto 7-Eleven
del quartiere, e poi non riusciva a scavalcare con la gamba
il sellino della bicicletta per tornare a casa perch aveva la
pancia troppo gonfia, allora si  steso accanto ai bidoni della
spazzatura a gemere finch non  arrivata un'ambulanza a
fargli una lavanda gastrica. Per tirar fuori le granite. Racconto
questo aneddoto perch lui beveva troppo e lo faccio
anch'io (ed  quello che avevo fatto la sera prima che Miss
Signorina mi passasse accanto con il cagnolino), di solito
in un postaccio che si chiama Lo scemo del villaggio, dove
fanno dei cavolini di Bruxelles buonissimi e dei vodka soda
micidiali a poco. Tornando verso la porta di casa dopo
aver portato fuori l'immondizia ha cominciato a vibrarmi
da pazzi l'occhio sinistro e mi  girata la testa, cosa che
ogni tanto mi capita quando il mattino dopo sono disidratato,
una volta proprio mentre mi mettevo a cavalcioni sul
gabinetto e tiravo gi la cerniera per pisciare molto giallo.
Ricordo il nero che mi spuntava dai lati degli occhi e veniva
al centro verso il naso, e un attimo dopo ero ribaltato
nella vasca che mi pisciavo un rivolo caldo sulla pancia e
sanguinavo dalla testa, che dovevo aver battuto sul portasapone
incastonato nelle piastrelle mentre cadevo. Perci
sentendo arrivare una cosa simile mentre camminavo dal
marciapiede verso casa, mi sono lasciato cadere li dov'ero
- sul prato del giardino - per evitare un'altra caduta e ulteriori
ferite. Per certi versi la sensazione di capogiro che
mi viene somiglia all'aura degli epilettici, solo che io non
sono epilettico ed  una cosa che mi infliggo da solo, perci
non dovete disturbarvi a provare pena per me. Perch
non  il caso. E mentre me ne stavo steso a pancia all'aria
sull'erba fresca, mi  passata sopra la sagoma in controluce
di un uccello, e mentre era ancora nel mio campo visivo ha
sbattuto le ali una volta e poi due ed  scomparso - flap,
flap, flap - e poi gi il sipario.
E poi mi sono svegliato e ho visto quella ragazza e ho
detto quella cosa e le ho fatto quello sguardo e lei mi ha
ignorato e poi una cosa pazzesca: quel suo cane color carta
vecchia  balzato sul prato e per un po' si  messo a fiutare
intorno, dopodich ha trascinato il sedere in avanti,
inarcando la schiena nella posizione impressa nel suo cervello
dalla nascita per fare la cacca, proprio l nell'angolo
del prato. Cio, questa ragazza non vedeva chiaramente
l'ora di andarsene, il che mi ha fatto riflettere su quanto
profondo fosse il suo risentimento per il cane in quel preciso
istante. Parecchio profondo, mi sa, tipo cos profondo
che se ci cadi dentro come minimo ti rompi una caviglia,
quindi profondo pi o meno quant'era alta la casa sull'albero
di Peter Parsons, da cui una volta Peter  caduto e si
 rotto la caviglia. Tipo sei metri? E proprio mentre il buco
del culo si dilatava e spuntava il primo pezzo di cacca,
il cane si  girato a guardarmi da sopra la spalla color cartavetro
grana 120, e ha continuato a guardarmi per tutto
il tempo, dritto negli occhi! Audace.
E a suo modo accattivante, anche. Mi sono ritrovato
a fissarlo anch'io, e quel che non mi  venuto in mente
ma mi viene in mente adesso  una ragazza del Sud che
scriveva con la destra e con cui non sono mai uscito, ma
eravamo amici. Era del South Carolina o di qualche posto
tipo il South Carolina, tipo il North Carolina, e aveva
due occhi da weimaraner con cui mi fissava quando mi
disse che da bambina aveva paura delle scale mobili, e poi
pi tardi e pi ubriaca e col singhiozzo, quella stessa sera,
mentre stavamo stesi come otarie sulla sua moquette color
formaggio da spalmare, che sua sorella stava malissimo per
una qualche malattia da femmine che non avevo mai sentito.
Io all'epoca ero giovane e non sapevo come consolarla
- non sapevo come fare niente, all'epoca - cos le dissi:
Le tubature delle donne, e scossi la testa, e lei continu
a fissarmi e basta finch non fui grato del suo singhiozzo
e dei drink che tenevamo nella mano destra.
Un'altra volta un'altra ragazza che scriveva con la destra
- questa per del Nord, e ci avevo fatto sesso un po'
di volte - venne un giorno nel mio appartamento senza
avvisare e mi chiese come mai c'era lo sportello del mio
microonde per terra in corridoio. Le spiegai che l'avevo
sradicato e buttato li. Mi fiss. Mia cognata Tara mi ha
fissato durante e per un minuto buono anche dopo il mio
discorso da testimone dello sposo, e mia madre mi fiss
quando non ero abbastanza grande da sapere che cosa fosse
la fica ma le dissi che andavo a cercarne un po', e quand'ero
grande abbastanza e le dissi che andavo a cercarne un
po', e quando mi arrestarono, e quando le dissi che stavo
parlando con un reclutatore della Marina, e quando tornai
a casa puzzando di fumo e di birra e senza gli antibiotici
che mi aveva chiesto di andarle a prendere, e quando mi
arrestarono un'altra volta, e quando fingendo che una banana
fosse il mio uccello mi scopai il cane in bocca, e tipo
un milione di altre volte.
E un altro sguardo fisso che mi viene in mente ora 
quello di mio padre. Non lo so perch. E non so perch il
cane di quella ragazza mi fissasse mentre cacava, perch
non riuscivo a capire cos'avessi fatto per meritarmelo, ma
lui ha continuato a fissarmi intensamente negli occhi per
tutto il tempo, e ogni volta che spingeva fuori un segmento
strisciava di qualche passo avanti e a sinistra, lasciandosi
alla fine dietro una piccola scia semicircolare di cacca
di cane. Io sono dell'East Coast perci alle cacche di
cane sono abituato, ma quelle erano pi come degli ovetti,
e guardare Jeansina che li raccoglieva col suo sacchetto
di plastica era un po' come guardare una bambina sexy il
giorno di Pasqua.
- Non sei obbligata a farlo, - ho detto, puntandole un
dito verso la fronte. - Puoi lasciarla l. Ah, mi piace come
sei vestita.
Lei non ha detto niente, non una parola, e di solito a
questo punto di un rifiuto io abbandono la speranza e sguscio
via, solo che l a darmi coraggio c'era il mio desiderio
di scoparla senza preservativo, credo, non lo so, comunque
ho continuato. - Come premio per esserti vestita
cos bene, - ho detto, - mi piacerebbe offrirti qualcosa
da mangiare -. Lei mi ha ignorato per la terza volta, e non
sapendo cosa dire dopo da mangiare ma sentendo che
dovevo dire qualcosa - nel senso che a quel punto ormai
mi ritenevo impegnato - ho seguito la logica o l'istinto o
quel che era e a uscirmi  stato un: - Gnam gnam.
Da mangiare - Gnam gnam.
Ora, neanche per idea sto per sostenere che quella ragazza
sia rimasta affascinata dalla mia goffaggine e abbia
cambiato di colpo idea e abbia smesso di rifiutarsi di guardarmi
e, una volta fatto quello, abbia notato che ero mediamente
caruccio e poi intuito, con quel suo intuito femminile di cui
alle donne piace tanto vantarsi, che per certe
cose ho un mio talento e riesco a sollevare oggetti pesanti e
sono di buon cuore, e che abbia deciso di premiare questo
mio essere in generale una brava persona accettando la mia
proposta di premiarla con qualcosa da mangiare perch si
era vestita cos bene, e che siamo usciti insieme e abbiamo
mangiato del pollo e che il pollo fosse un po' asciutto
ma che a me siano piaciute un sacco la pelle croccante e le
patate al rosmarino, e che dopo cena siamo andati a fare
una passeggiata per le strade fresche del quartiere e lei abbia
detto: Il cielo  bellissimo, stasera, per con l'accento
francese, e io abbia detto: S, sembra una tv appena
spenta, nero ma di un nero pi chiaro, e che poi ci siamo
tenuti per mano e basta perch tra noi si stava creando
una vera sintonia o roba del genere, e che dopo un bel po'
siamo andati a casa sua perch io le avevo detto che dovevo
fare la pip ma in realt non era vero, era solo una bugia
per entrare nel suo appartamento, che era davvero carino,
con i mobili e tutto, e che lei abbia aperto una bottiglia di
vino bianco con un cavatappi bianco e che l'abbiamo bevuta
da barattoli di vetro e bla bla bla e che abbiamo giocato
a un gioco sessuale che si chiama Doma la tigre, durante il
quale io le ho leccato quel buco del culo al profumo di tosaerba.
Quello non  successo.
Ma se ricordo bene, e ricordo bene, quando ho detto
Gnam gnam mentre lei si chinava a raccogliere
quell'ultimo uovo di cacca di cane - subito prima che si
raddrizzasse e scappasse via da me per sempre, perch la
verit  che da allora non l'ho pi rivista e non mi aspetto
che succeda - in faccia le  venuta un'espressione divertita,
mentre cercava di reprimere un sorrisino.
Ora, nonostante la relativa disinvoltura con cui ho fatto
il mio pessimo tentativo, non  mai facile. Mettere insieme
l'ottimismo e la sicurezza e sinceramente anche solo la voglia che serve per chiedere a una bella ragazza di
uscire richiede da parte mia uno sforzo immenso, a volte
quasi eroico, specie considerato quante volte nella mia
vita mediamente bruttina gli sforzi che ho fatto non solo
non mi hanno procurato quel che volevo, ma esattamente
quel che non volevo. Tipo dei pugni in faccia, o Karen la
strabica, o tanta tristezza.
Ma come il mio caro amico Marc, che durante una carestia
di fica particolarmente lunga ha imparato a farsi attrarre
dalle ragazze grasse guardando i porno con le ragazze
grasse, e solo quelli, per mesi (ha funzionato!), anch'io sto
tentando di ridurre le mie aspettative. Per non rimanere
cos deluso. Per trovare un modo di non sentirmi cos solo.
Il pi delle volte non funziona, ma ogni tanto succede
una cosa come questa. Una cosa non proprio brutta. Una
cosa che sembra quasi abbastanza.
 
EREDIT.

- Parlo con il Sage Caf?
- No, - ho risposto, perch non ero il Sage Caf. Ero io,
al cellulare, sulla mia barca.
- E il 971-34156217?
- Ci sono troppi numeri in quel... numero, - ho detto.
La donna si  scusata e ha messo gi, e io ho pensato
che per colazione avrei voluto delle uova, e anche che
- mentre tentavo di spiegarle i numeri di telefono - avevo
avuto un attimo di esitazione cercando di pensare a cosa
avrei dovuto dire. E forse non avrei dovuto dire quello.
Forse quel che avrei dovuto dire era che non so mai cosa
dire. E un pensiero che mi ha sfiorato. Lentamente. Come
se fosse stanco.
Quando un semaforo rosso diventa verde, le macchine
non si muovono in avanti tutte insieme, ma c' un accumulo di piccole esitazioni fra una macchina e l'altra. Tu magari
sei veloce, ma pi ti trovi indietro nella fila, pi sono
le esitazioni che erediti. Magari al semaforo non ci arrivi
nemmeno. Succede anche in altri posti, succede ovunque,
in continuazione, perfino nei reni, e nella fila da max. dieci
articoli al supermercato. E insomma i miei vestiti sono
rimasti troppo nell'asciugatrice e adesso sono raggrinziti,
e il latte in frigo  andato a male, e il cancro non lo hanno
preso in tempo per cui mia madre ha sofferto per un po' ed
 morta. Nella stanza con lei c'ero solo io. Il suo respiro ha
rallentato, si  fermato,  ripartito, si  fermato,  rimasto
fermo. Ho cercato di chiuderle gli occhi velati e la bocca
ma non rimanevano chiusi, l'ho trovato interessante. Sono
andato nel bagno al piano di sopra dove mio fratello stava
uscendo dalla doccia. Era avvolto in un asciugamano marrone.
Il cancro me lo immagino marrone. Non so perch.
-  morta, - ho detto.
- Eh?
-  morta. Un attimo fa.
- Stai scherzando?
- No, - ho detto. - Non sto scherzando -. Poi, per rincarare
la dose: - Brutta testa di cazzo.
Da allora  passato un po' di tempo, e a volte penso:
a quello non  sopravvissuta. E adesso mi chiedo se non
sono io a non essere sopravvissuto, e mi chiedo se sopravviverei
se mi riempissi le tasche di sassi e mi buttassi in
una piscina, e mi chiedo quant' piccolo il Tempo. Mi
piacerebbe se, a questa domanda, qualcuno rispondesse:
Piccolo come l'incisivo di un microbo di un microbo di
un microbo di un microbo di un microbo di un microbo.
Cos piccolo che nello spazio tra gli incisivi di Elton John
potresti farci stare quattro miliardi di anni. Caspita, direi
io, che risposta bellissima.
Io il Tempo me lo immagino come tanti coriandoli fatti
a pezzettini cos piccoli che non li vedi, e che volano
ovunque, tutto intorno a noi, ti si infilano perfino nel naso
quando respiri. Penso anche che sia cancerogeno, come il
bacon bruciato. Quanto alle uova, a mia madre piacevano
sode, mentre io non riesco a decidere fra al tegamino o
strapazzate e le cameriere mi mettono agitazione. Quanto
alle esitazioni, quella che mi frega sempre  la persona
che fuma a letto. Te la immagini che si sveglia mentre il
letto va a fuoco.
 
LA FREDDA STRADA VERSO CASA.

A settembre vidi un gatto randagio buttarsi nel fiume
Connetquot per tentare di uccidere un'anatra. Mancato il
bersaglio, si mise a nuotare in cerchi perplessi, strillando
mentre la corrente lo portava pian piano verso la Great
South Bay di Long Island, che sfocia nell'oceano Atlantico.
A ottobre mia madre mi offr venti dollari per svuotare
il garage che lei e mio padre avevano riempito di cianfrusaglie;
tavole di compensato deformate e lame di falciaerba
smussate, una maschera che mio padre aveva comprato
quand'era in Africa a fabbricare arti artificiali per i soldati
di non so chi, lampade senza coprilampada e bombolette
di lubrificante senza beccuccio, attrezzi arrugginiti,
un sacchetto di salgemma duro come una gemma, badili
e biciclette rotte, un motore fuoribordo con una ragnatela
al posto del tappo del serbatoio. Spostai cose qua e l,
spazzai fuori le foglie e piegai teli di plastica blu finch
a un certo punto trovai una scatola di cartone ammuffito
piena di lattine di birra Rheingold chiuse. La portai dietro
il garage e la seppellii sotto le foglie, la nascosi come fossi
uno scoiattolo grasso e aspettai il mio inverno.
A novembre mor la madre di mio padre, e a dicembre
lui si ubriac e tent di dormire su un albero. Cadde.
Avete presente quel che si dice delle mele. Io avevo quattordici
anni.
Poi arriv l'inverno.
All'epoca era come se nevicasse di pi, faceva pi freddo.
A volte la Great South Bay si copriva completamente
di ghiaccio, spesso anche mezzo metro, e la gente si faceva
in macchina sul ghiaccio i dieci chilometri bianchi per
arrivare a Fire Island. Ogni tanto qualcuno ci cadeva dentro.
Se la marea era bassa bassa, a volte vedevi ancora una
macchina che arrugginiva sulla piana di sabbia davanti a
Ocean Beach.
E mi ricordo che tenevo mio padre per il pollice, guardando
le rompighiaccio scivolare accanto al Riverview
Restaurant. Era molto bello.
Ma anche allora la neve si scioglieva e righiacciava, si
riscioglieva e righiacciava. Da noi non c'era quella farinosa,
c'era il ghiaccio. I rami si piegavano. Le cose si rompevano.
Spazzavano le strade e spargevano il sale ma non
serviva a niente e a me piaceva come mi piace un bell'uragano,
un'alluvione o un tornado, il toro che incorna il
torero. Mi sembra una cosa buona quando il mondo naturale
drizza la testa e ci si schianta addosso, interrompe
i nostri piani, umilia le nostre false giurisdizioni, e subito
dopo la solidariet della sofferenza condivisa.
Ogni volta che c'era la bufera io e AJ ci piazzavamo
davanti alle finestre del salotto a guardare il triangolo di
neve che cadeva oltre il lampione, e speravamo di andare
a letto e svegliarci il mattino dopo, correre ad ascoltare la
radio e sentire che la scuola era chiusa. Se non lo era, ci
sentivamo truffati e mangiavamo i Cheerios di malumore,
prendendo in giro i capelli di nostra madre che sorseggiava
il caff solubile. Se invece era chiusa, andavamo a farci
trainare dalle macchine.
Ricreazione e trasporto per i troppo giovani per guidare,
ci piazzavamo sotto i segnali di stop a gruppi di cinque o sei
o quindici e aspettavamo in silenzio, ascoltando il rumore
dei nostri denti che battevano, delle giacche a vento di nylon
che tremavano. Ogni tanto qualcuno diceva qualcosa tipo:
Cazzo, n-n-n-non mi sento pi le c-c-c-cazzo di dita... Ma
quando arrivava una delle poche macchine che ancora si avventuravano
per le strade, ci riscuotevamo, rivendicavamo
precedenze, saltellavamo e ci tiravamo pugni nelle braccia.
Quando poi la macchina si fermava correvamo a piazzarci
dietro, accovacciandoci e afferrando il paraurti, e ci facevamo
trascinare per un isolato o un chilometro, a volte di
pi. Respiravamo gas di scarico e osservavamo Statue della
Libert. Numeri blu. Serrature di bagagliai.
I passaggi migliori li davano i neopatentati con la station-wagon
della madre, Oldsmobile, Nissan Sentra, gente
del quartiere che ancora l'anno prima stava all'angolo
a prendere freddo insieme a noi. Si fermavano all'angolo
dov'eravamo e abbassando il finestrino ci dicevano di attaccarci,
aspettavano, chiedevano: Pronti? e poi alzavano
il finestrino fin quasi in cima. C'era uno che tutti
quanti chiamavano Al perch ai fuochi del Quattro di luglio
si era fatto saltare un pollice con un razzo e il chirurgo
gliel'aveva rimpiazzato con l'alluce, fumava le Lucky
e andava a ottanta all'ora nelle viuzze ghiacciate, slittava
in curva, ci trainava nei parcheggi e si metteva a girare
in tondo tentando di scrollarci via. Quando ci riusciva si
fermava, aspettava, abbassava il finestrino e ci diceva di
riattaccarci. E noi ci riattaccavamo.
Ovviamente le varie storie le avevamo sentite: quello
che era scivolato sotto una ruota che gli aveva spappolato
la testa. L'altro che era caduto e rotolato ai sessanta
all'ora contro una cassetta della posta. Quelli che perdevano
il controllo dell'auto e andavano a schiantarsi, tipo
contro gli alberi. I pali del telefono. Le case. I cespugli di
spine. Quelli che erano morti. Bambini e ragazzi. Ma nessuno
che conoscevo. I morti, quelli in coma e in fin di vita
venivano sempre dai paesi accanto. Solo una volta vidi
qualcuno farsi male.
All'angolo fra Vanderbilt Boulevard e Cross Street si
ferm una donna su una non so cosa rossa con l'alettone.
Cap che avevamo in mente qualcosa perch eravamo felici,
oltre che tipo in dodici a strillare: - Dacci un passaggio!
Dacci un passaggio! - tutti gesticolando come matti,
tutti con la nostra interpretazione a due mani di come ci
si aggrappa al paraurti posteriore di un'auto. Lei super
il segnale di stop e cerc di accelerare, ma le ruote dietro
slittarono, dando a tre o quattro di noi il tempo di rincorrerla
e saltare e lanciarsi sull'alettone. Resistettero un paio
di metri prima che lei inchiodasse, facendo sbattere la faccia
a un ragazzino contro il bagagliaio. Gli usc del sangue
dalle narici. Se lo lecc. Si pul con il guanto. Guard le
gocce rosse sul ghiaccio intorno ai suoi scarponcini, chiese:
- Sanguino?
La donna scese dall'auto con indosso una di quelle giacche
a vento assurde degli anni Ottanta rosa fluorescente e
ci url che quel che stavamo facendo era vietato. Indietreggiammo
tutti - qualcuno per istinto, altri per abitudine,
altri per imitazione - e ci sparpagliammo in varie direzioni
attorno a lei, preparandoci a scappare di corsa. Se solo
avesse detto un'altra parola, fatto un verso o il minimo
movimento improvviso, sono sicuro che sarebbe bastato
a spezzare la tenue forza di gravit che ci tratteneva l.
Poi per uno dei ragazzi pi grandi e coraggiosi - Nicky
Mastro o Alex Tracy, Bobby Ruth, Tolin Farrell - si fece
avanti nel silenzio bianco, e cos calmo da sembrare quasi
educato disse: - Zitta, troia -. Io non ci potevo credere,
e dall'espressione che aveva in faccia nemmeno lei. Prima
che riuscisse a ricomporsi quel tanto da rispondere, qualcun
altro borbott: - Appunto... - e qualcun altro disse:
- Appunto, - e qualcun altro si chiese a voce alta se quella
giacca a vento era di L. L. Bean, e qualcun altro lanci
una palla di ghiaccio che la colp alla schiena. Lei si gir,
con gli occhi fuori dalle orbite e il dito puntato, ordinando
di dirle chi era stato. Fu allora colpita da un'altra palla di
ghiaccio, stavolta sull'orecchio. Poi gliene arriv un'altra e
allora tutti quanti le tirammo palle di ghiaccio, compreso
mio fratello minore, e ricordo che la sua si sbriciol a
mezz'aria. La donna mont in macchina e sbatt la portiera,
con le palle di ghiaccio che tump-tump-tump su tutti
i lati, e di nuovo le ruote slittarono e di nuovo un paio di
noi corsero ad aggrapparsi e scroccarono il loro passaggio.
Di li a cinque minuti tornarono a piedi, portando l'alettone
staccato a mo' di trofeo.
Quel pomeriggio io e mio fratello finimmo al 7-Eleven,
dove Gay Sal, il cassiere gay - che a tempo perso spacciava
brutti dipinti a mia madre e ad altre signore della citt, e
che anni dopo spar e si diceva fosse morto d'AIDS, poi che
non era morto d'AIDS ma per un difetto al cuore -, aveva
piazzato un po' di scatoloni smontati sul pavimento davanti
alla porta. Io e mio fratello sbattemmo gli scarponcini,
dicemmo ciao Sal e lui disse: - Ciao belli, dite a vostra
madre di chiamarmi, - e noi, s certo, e ci piazzammo alla
postazione del caff dietro il bancone a farci due cioccolate
calde che bevemmo curvi e spalla a spalla l nel negozio.
Quando andammo a pagare, Sal ci fece segno di smammare.
- Sci, - fece. - Dite solo a vostra madre di chiamarmi.
Lungo la fredda strada verso casa ci super una monovolume
blu, con Nicky e Alex attaccati dietro, che scivolavano
non accovacciati, ma sulla pancia, distesi tipo superman
in volo, e tutti e due risero in sincrono quando
dalla fibbia di una delle loro cinture part una scintilla passando
su un punto scoperto della strada, un attimo prima
che Nicky, Alex e la monovolume sparissero oltre la cima
di una piccola salita. Tirammo dritto senza commentare.
In Woodlawn Avenue passammo accanto alla villetta
di mattoni col tetto di tegole e la staccionata bianca dei
Catalano. Quella in alto a sinistra era la stanza di Jamie,
mi pare, per la quale in seconda elementare mi ero preso
una cotta ventennale dopo che il mio criceto Luigi le aveva
morso un dito con i due incisivi lunghi e troppo gialli
durante un pomeriggio di gioco organizzato dai genitori e
finito male, con Jamie che correva a casa sua per non tornare
mai pi. Dopo le superiori spar dalla circolazione, e
ricomparve poi al funerale di mia madre dieci anni e passa
dopo, lasciandomi a bocca aperta e mascella slogata per
lo stupore qualche minuto prima che tenessi un discorso
funebre meschino nel quale approfittai per attaccare non
solo quegli stronzi dei parenti di mia madre, ma anche dio,
il destino, l'universo, Skip l'amico di mio fratello per non
so che cosa, il prete che aveva appena annunciato che piacere
era stato conoscere la mia famiglia durante quel mese
e sbagliato il nome di mia sorella nella stessa frase, l'agenzia
di pompe funebri, le signore piene di buone intenzioni
che dicevano ovviet tentando di consolarci, il traffico sulla
Sunrise Highway, il gorgonzola, i repubblicani e Omar
Minaya, allora direttore generale dei New York Mets.
Jamie se ne and prima che finissi.
A sinistra c'era quella di Tommy Decosta, che in seguito
avrebbe sfoderato la pistola d'ordinanza da poliziotto
puntandomela in faccia durante un diverbio tra ubriachi
in un'afosa sera d'estate, pistola a cui io, sorprendendomi
da solo, sarei andato dritto incontro, gridando.
Superammo la casetta a un piano bianca degli Scheibler,
la coppia riservata che non aveva figli, e poi quella
gialla dei Gimmler, che ne avevano e li menavano, finch
un giorno arrivarono dei furgoni da trasloco e sparirono
tutti per sempre.
Infine c'era quella dei McMillan, una famiglia di destrorsi
fanatici del prato che non mi stava simpatica come a un
bambino pu non stare simpatica una persona per motivi
che capir solo da grande, e a quel punto mi sentii in colpa
perch non mi erano stati simpatici quando, dopo il funerale,
la madre ci aveva portato teglie su teglie di lasagne e
ziti e altra roba, anche se noi pi che mangiare bevevamo.
Poi io e mio fratello arrivammo a casa.
Prima di entrare controllammo la cassetta della posta
sfondata senza numero perch controllare se c'era posta nella
cassetta sfondata senza numero era emozionante anche se
di posta non ce n'era mai, poi facemmo il giro della casa
fino alla porta sul retro. Arrivato li io non entrai, ma diedi
le spalle e partii verso il garage. Mio fratello mi segu per
un po', poi si ferm e - subito prima che svoltassi l'angolo
opposto - grid: - Guarda! Piscio acido cloridrico! - S s,
certo, dissi io. - No no, davvero! Guarda, fuma!
La temperatura era salita appena sopra lo zero, e i ghiaccioli
appesi al tetto del garage avevano cominciato a sciogliersi,
sgocciolando nella neve una linea retta di buchi di
diversa grandezza, e io mi ci soffermai per qualche istante,
osservandoli meravigliato come piccoli cerchi nel grano. Poi
mi misi a scalciare roba con gli scarponcini finch trovai le
lattine di Rheingold, ne presi una, mi tolsi il guanto destro
e tirai la linguetta. Il primo sorso fu tipo granita amara,
ebbi un conato e lo sputai. Il secondo fu uguale, solo che
mi tappai il naso per non sentire il gusto e lo tenni dentro.
Guardai verso la casa, dove dalla finestra vidi mia madre
che preparava la cena, il lungo filo a spirale del telefono
teso attraverso la cucina mentre lei col cucchiaio di
legno mescolava qualcosa nella padella di ferro ultracentenaria
che aveva ereditato, la stessa padella che mio padre
avrebbe poi rovinato con detersivo e paglietta, facendo
piangere mia madre per la millesima volta. Lui doveva
essere sul divano del salotto davanti alla tv - lo stesso divano
su cui morta lei avrebbe dormito per un anno e mezzo
- col taschino della camicia pieno di pretzel trafugati
e sulle gambe delle parole crociate riempite a met. Mia
sorella sar stata di sopra nella sua stanza a fare chiss cosa,
probabilmente fantasticare su Bon Jovi, e mio fratello
ancora nell'ingresso a sbrinarsi sul termosifone e gocciolare
neve mentre la nostra bulldog sovrappeso Roxy andava
a salutarlo scuotendo tutto il corpo, grugnendo come un
maiale mentre leccava le pozzanghere che gli si formavano
intorno ai piedi. C'erano tutti e aspettavano me, e avremmo
cenato insieme raccontandoci gli aneddoti delle nostre
splendide giornate.
Ma per il momento io avevo ancora quattordici anni e
bevevo la mia prima e poi seconda birra dietro il garage,
eccitato da quella nuova sensazione - non troppo diversa
dalla scivolosa felicit di essere trainato da qualcosa di
pi grosso di me - e intanto guardavo la casa e sognavo la
mia famiglia all'interno. E quasi fossi stato io a evocarli,
eccoli dietro le finestre sporgenti, tutti, a radunarsi in sala
da pranzo per la cena che mia madre aveva preparato.
Li guardavo e bevevo, e proprio mentre tutto cominciava
a sembrare morbido e caldo una folata di vento soffi
di traverso la neve dal tetto e dai pini e da terra, facendo
vorticare il mondo di bianco.
 
VA BENE.

Qui  la volta che mi feci strada a colpi di American
Express dalla California all'Ohio per andare a trovare
Gambegrasse dopo che si era tuffata di testa nel mondo
rovinando per sempre la vagina di Tara - cos almeno dice
mio fratello, e se non lo sa lui che l'ha vista -, la chiamo
Gambegrasse perch aveva le gambe grasse e perch
non sono intelligente. Quando me la mise in braccio per la
prima volta non potei non stupirmi di quant'era piccola,
e rumorosa, poi rimasi schifato quando lui mi raccont
i dettagli del parto sorseggiando dalla bottiglia di Budweiser,
io che nella testa mi ricordavo quella cosa intelligente
detta da una persona intelligente sul parto: Siamo
nati fra la merda e il piscio... per in latino! Si, dissi
tra me e me, e poi sssssssss, mentre le pizzicavo le
gambe grasse e le schiacciavo con un dito la pancia e le toccavo
il naso per poi ridarla a mio fratello e prendermi una
birra, la prima di molte in quel viaggio, perch Gambegrasse
era una cosa da festeggiare e perch a quella visita
ne segu un'altra - che  poi la cosa di cui parlo davvero
qui -, quattro giorni in missione di ricognizione al numero
3 di Woodlawn Avenue, Long Island, per controllare
quant'era peggiorato mio padre.
Tanto.
Rimasi li impalato a riflettere soprattutto sul tostapane,
staccato e pieno di ditate e rovesciato sul ripiano coperto
di vecchia posta e briciole, entrambe le fessure chiuse
con il nastro adesivo per un motivo o pi d'uno che non
riuscivo a capire. Mi arresi per osservare il microonde, la
pulsantiera un tempo bianca e ora marrone di dita zozze,
la maniglia pi scura di alcune sfumature, con attaccato
un appendino in fil di ferro su cui erano esposti cinque o
sei cerotti diversi e una cravatta dei Looney Tunes. Una
di quelle di Natale, con Bugs Bunny che saltava fuori da
un pacco regalo con una carota a strisce tipo bastoncino di
zucchero e con in faccia la faccia che viene in faccia a lui
prima di chiedere quella cosa che chiede sempre, e io nella
mia testa gli rispondo che non lo so cosa succede, perch
non lo sapevo. C'erano tipo trentacinque gradi e l'afa,
erano passati sette mesi e qualcosa da quando a dicembre
c'eravamo ritrovati tutti insieme a casa di mia sorella a
mangiare biscottini all'erba e passare con la macchina tre
volte nell'autolavaggio finch a pap non era sembrato di
avere un infarto. Stavamo andando all'ospedale, ma poi
ci fermammo a prendere degli hamburger.
Posai le borse per grattarmi le caviglie che prudevano,
con le pulci che ci rimbalzavano sopra tipo ping-pong mentre
io guardavo in cagnesco i tre scatoloni delle poste americane
sotto il tavolo sul pavimento lercio, il primo pieno
di quotidiani e parole crociate, un altro di cavi elettrici
e batterie usate, il terzo di bottiglie vuote di Coca light e
succo di mirtilli rossi. Mentre mi preoccupavo per la sua
uretra, rimasi ipnotizzato dal frigo-congelatore, l'unica
cosa apparentemente pulita nei paraggi, da cui erano stati
tolti i magneti e le fotografie. Immagino stesse provando
a dimenticarci, e immagino io fossi l come promemoria.
Ma lui era al lavoro ancora per un'oretta, cos salii le scale
a doppia velocit e andai in bagno, dove trovai Steve sullo
sciacquone del gabinetto, magro e immobile e concentrato
su qualcosa che vedeva solo lui in un angolo, con un collare
antipulci ingiallito troppo stretto intorno al collo sottile.
Lui era una relativa novit, un animale teoricamente a
bassa manutenzione che mio fratello aveva messo in salvo
per tenere compagnia a nostro padre e aiutarlo a tirare
avanti. Gli feci dei richiami da gatto tipo psssssswssswssssss,
ciao Steve, ciao bello, poi allungai una mano per accarezzarlo
ma lui si gonfi tutto e cominci a soffiare e tir unghiate
all'aria vicino alla mia mano come uno stronzo, cos
gli dissi stronzo e pezzodimerda e cercai di accarezzarlo di
nuovo, perch adesso era una questione di principio, era una
gara, una gara ad accarezzare il gatto. - Tanto ti accarezzo,
stronzo, - dissi. Ma stavolta lui vol gi dallo sciacquone e
nella vasca, dove tenne il campo facendomi dei versi acuti
e prendendo a pugni l'aria se mi avvicinavo troppo. - Okay,
cretinetto, - dissi. E aprii la doccia.
Qualcuno ci crede se dico che non funzion, che non
se ne and? Perch ve lo sto dicendo: non funzion e
non se ne and. Indietreggi un pochino e sbatt molto
le palpebre sotto quell'acqua oltraggiosa, e di quel cosino
bagnato che mi fissava tutto arrabbiato e gocciolante
ebbi paura. Non avevo mai visto un gatto fare niente del
genere, e cercai di immaginare cosa esattamente potesse
essere capitato a un gatto per farlo comportare cos. Non
lo so, e mi delude l'incapacit del mio cervello a richiamare
qualsiasi ricordo se non quello di mio padre che gira
a quattro zampe in mutande viola la notte che mor mia
madre, mentre con la sua gamba sola e ubriaco fradicio
striscia triste e lento verso il bagno.
Quel che il mio cervello riusc a fare, per, fu rendersi
conto di quant'era magro Steve da bagnato, davvero magrissimo,
e lo pungolai con la punta dello scopino da gabinetto
per farlo spostare all'estremit della vasca, poi mi
spogliai ed entrai li con lui, all'estremit opposta, per rinfrescarmi
e pensare, e la prima cosa che pensai fu quanto
odiavo la seconda tenda della doccia.
Il motivo per cui ce n'erano due: qualche anno prima,
tipo dodici anni prima, era cominciata a filtrare dell'acqua
dal soffitto del corridoio di sotto. Mio padre aveva messo
una seconda tenda da doccia contro il muro e davanti alla
finestra a mo' di tappabuchi, disse, finch non poteva
far cambiare il davanzale di legno marcio e
reimpermeabilizzare la vasca. Solo che non lo aveva mai fatto. Si era
litigato abbondantemente in proposito finch non aveva
accettato di pagare qualcuno per farlo, solo che poi aveva
continuato a rimandare non facendosi trovare quando
il tizio arrivava.
Il tizio aveva finalmente avuto la sua occasione una domenica,
presentandosi a casa inatteso dopo la messa delle
dieci alla chiesa di San Giovanni Episcopo, con tutta la famiglia
al seguito. Mio padre mi disse che guardando fuori
dalla finestra aveva visto tre donne messicane e un tizio
non identificato che mangiavano pannocchie mentre quattro
bambini saltavano a turno gi dalla veranda lanciando
pigne a un quinto. Io ero solo contento che la stessero sistemando,
salvo scoprire, la volta dopo che andai a casa,
che non era vero. Mio padre non aveva pagato il tizio per
impermeabilizzare la vasca e sostituire il davanzale. Lo
aveva pagato per montare un controsoffitto sotto quello
danneggiato in corridoio, fatto di pannelli di polistirolo e
con quella griglia di metallo a scorrimento che si vede negli
studi dentistici e nei locali commerciali.
Cos se ci sono perdite posso cambiare il polistirolo e
basta, ci aveva detto.
La seconda tenda della doccia era un memento di tutto
questo, e in automatico anche un memento di tutte le
riparazioni che lui aveva mandato a puttane o sabotato; il
tavolino d'angolo sorretto da una pallina da tennis su una
bottiglia di succo, le pinze bloccanti al posto della manopola
dell'acqua calda nel lavello, le barche che abbandonava
a coprirsi di foglie e ai lunghi inverni. Ed erano quelle,
le barche che trascurava di preparare per l'inverno - tanto
che due si erano ricoperte di ghiaccio affondando, e di
un'altra si era spezzato il blocco motore - a ferirmi pi
di qualsiasi altra cosa. Su quelle barche avevo trascorso i
miei anni pi felici, cazzeggiando sul fiume con gli amici
o sfrecciando sulla baia liscia e come di vetro alle cinque
del mattino per andare a far surf davanti alla Sunken
Forest prima che ci arrivasse il vento, e poi scavare nella
sabbia coi piedi cercando molluschi da mangiare a pranzo.
C'erano le gite a pesca e le gite in campeggio e anche solo
sul fiume di notte perch ci andava, noi tutti giovani e
abbronzati e in forma a risolvere il mondo bevendo birre
rubate nel garage dei genitori e dai cassetti salvafreschezza
del frigorifero. Tutto il resto era di l da venire.
E trovandomi l, nel mezzo di Tutto Il Resto - nudo,
morso dalle pulci e orfano di madre nella doccia sporca di
una casa sporca e con un gatto fuori di testa che mi guardava
storto -, diedi la colpa a lui. O comunque gliela diedi
in parte. Qualcosa di tutto quello, ne ero certo, doveva
essere colpa sua.
In fin dei conti erano tutte cose che gli appartenevano,
e poteva farci quel che gli pareva e piaceva. Ma il punto
era proprio quello: non gli piaceva. Era una resa. Dopo la
morte della mamma si era semplicemente arreso su quasi
tutto. E per nessuna di quelle cose era mai stata mia,
perci che diritto avevo di essere arrabbiato?
Ma lo ero, ed era la seconda tenda della doccia a ricordarmi
che lo ero, ed era la seconda tenda della doccia a ricordarmi
che quel poco che fossi riuscito a combinare l'avrei
pagato caro. Mi ricordava che sarebbe stato difficile.
La scostai per cercare uno shampoo sul davanzale mezzo
marcio, presi un flacone di antiforfora e ne spremetti
un po' sulla testa di Steve, che quando lo feci miagol ma
nient'altro, poi mi ci insaponai io e a poco a poco chiusi
completamente l'acqua calda finch mi si rimpicciol l'uccello
e Steve cominci a tremare. Uscii rinfrescato, mi
infilai saltellando nei boxer e decisi di asciugarmi fuori,
all'aria aperta lontano dalle pulci, e l trovai e portai nel
garage una sedia di plastica non rotta e mi ci sedetti, in
mezzo agli scatoloni e alle bici e ai pezzi di barca, a quel
motore fuoribordo con una ragnatela al posto del tappo
del serbatoio, e ascoltai gli irrigatori del vicino ticchettare
i loro semicerchi pomeridiani sul prato mentre aspettavo
che di li a una quarantina di minuti mio padre tornasse
dal lavoro. Sulla sua macchina, una Toyota ibrida nuova,
c'era gi un teschio con due ossa incrociate disegnato a
pennarello sul paraurti anteriore e una fascetta di plastica
che teneva qualcosa al suo posto. Lui scese e con qualche
gemito si raddrizz, pi piccolo e fragile che mai - la camicia
di jeans due taglie pi della sua, i pantaloni troppo
larghi con la cintura e pure le bretelle -, reso ancor pi ridicolo
dal nuovo toupet giallo e grigio che aveva in testa.
Lo abbracciai e gli dissi che mi sembrava in forma, e lui
mi disse che gli sembravo di malumore e anche un po' frocio
e mi chiese che ci facevo in garage.
- Hai le pulci in casa, pap. Devi far venire a disinfestare,
- gli dissi, indicando la casa con un pollice. Ci fu
un piccolo battibecco al riguardo, fin con lui che diceva
di averle appena bombardate di nuovo.
- Con cosa?
- Con uno di quei nebulizzatori per le pulci, - disse.
Cercai di spiegargli che non funzionavano, ovviamente,
e che se ne accendeva uno poi dovevamo andarcene per tipo
cinque ore. Non capiva di che stessi parlando.
- Perch  veleno, pap, - dissi. - Quella roba non la
puoi respirare -. Il mio sguardo gli corse a zigzag sul corpo
mentre aspettavo una risposta che non arriv, fermandosi
infine su una macchiolina di sugo sulla maglietta. Poi
capii. - L'hai fatto. La stai respirando.
- Non fa niente, - disse lui. - Sulla bomboletta dice che
non fa niente Poi scosse la testa e si incammin verso
la casa, con un passo pi barcollante di quel che ricordavo,
si ferm a met cortile e si volt. - Di gente in casa
non ne voglio.
- E perch no? - dissi.
- Perch altrimenti mi tocca pulire.
- Pulisco io, - dissi. - Problema risolto.
- Qui non ci entra nessuno! - strill lui, partendo poi
deciso verso la porta sul retro e urlandomi di lasciarlo in
pace e di lasciarlo morire, anche, tattica che conoscevo
fin dalle medie, quando io e mio fratello andavamo con
lui al fast food il mercoled sera e lo ascoltavamo dire cattiverie
su quant'era cattiva nostra madre. Adesso, per,
la sua vita mi sembrava cos deprimente che cominciavo a
credere volesse morire davvero, perch io probabilmente
avrei voluto, e allora lo raggiunsi in cucina e gli chiesi se
gli antidepressivi li prendeva ancora. No, mi disse, perch
gli davano stanchezza.
- Lo sai, vero, che da morti  come essere superstanchissimi
per l'eternit?
- Da morti  come essere lasciati in pace per l'eternit, -
disse.
- S, certo. Ma io sono tuo figlio e ti voglio bene e non
ti ci lascio in pace, e se non chiami un cazzo di
disinfestatore ti tengo attaccato alle macchine per dieci anni invitando
gente a casa tutti i giorni. Amici, nemici, pure il
cazzo di postino invito. Metto un cartello al supermercato
con scritto: Ciao, venite tutti da noi. E quando vengono
tutti da noi lo sai cosa vedono? Vedono una casa pulitissima
e un altro cartello con su scritto Coglione, e una
cazzo di freccia che punta dritto sulla tua faccia, e accanto
ci appendo la foto vera di un tuo coglione, perch mentre
sei in coma posso farla, e tutti insieme giochiamo a Trova
le differenze, solo che non vince mai nessuno perch di
differenze non ce ne sono, coglione.
- Di estranei qui non ce ne voglio!
- Me ne sono accorto, - dissi, e lo guardai pescare nelle
tasche e buttare centesimi in un contenitore della margarina
pieno di monete e vecchie chiavi, vecchie chiavi che
mi disturbarono in un modo che fatico a spiegare. Non
allora ma settimane dopo ne avrei parlato a mia sorella,
chiedendomi ad alta voce se partendo da quelle fosse possibile
ricostruire le relative serrature, e Jackie mi avrebbe
detto non lo so, ma una versione della stessa cosa pu essere
l'arte; la costruzione meticolosa di meccanismi altamente
complessi destinati a chiavi del nostro passato altrimenti
inutili.
- Senti, - dissi, - ti chiedo scusa. Non sono cose belle
da dire. Mi sto sforzando davvero tanto di essere gentile
e darti una mano, e ancor di pi mi sto sforzando di non
staccarti la testa a pugni, ma  difficile perch sono quasi
certo che le due cose coincidano, imbecille.
- S s s, - disse lui, l'attacco del suo monologo da vittima.
- Non ne faccio mai una giusta,  sempre tutto colpa
mia...
- S! S che lo . Questo casino  opera tua. Sei tu che
l'hai fatto. E adesso hai una nipote. Secondo te AJ vorr
mai portare Gambegrasse a trovarti? No che non vorr.
Perch qui dentro fa schifo ed  infestato di pulci perch
hai messo un cazzo di collare antipulci a Steve e quelli non
li usa pi nessuno dal 1987, per cui sono praticamente sicuro
che adesso sia ritardato. Ha il cervello rotto, come
te. Devi prendere il Frontline o l'Advantage o roba simile.
Mi piazz il dito medio davanti alla faccia e ce lo lasci,
dicendo intanto: - Dove si compra?
Gli piazzai il dito medio davanti alla faccia e ce lo lasciai,
dicendo intanto: - Al negozio di animali.
- Va bene. Andiamo in un negozio di animali.
- Perfetto. Andiamo in un negozio di animali.
- Perfetto.
- Perfetto.
E abbassammo i rispettivi medi e andammo in un negozio
di animali ma non fu bello, tutta l'andata e il ritorno a
discutere se il country fosse o meno una musica da bianchi
con problemi di patriottismo, interrompendoci solo una
volta e brevemente per osservare un curioso pezzo di animale
investito in mezzo alla Montauk Highway. Il corpo
dell'uccello - suppongo un corvo - non era l, ma probabilmente
sulla griglia del radiatore di un'auto parcheggiata nel
vialetto di una casa, oppure era stato trascinato via da un
procione o da un opossum o da qualche altro animale urbano
mangiacarcasse, in ogni caso non c'era pi. Un'ala, non
rimaneva altro, strappata dal corpo al momento dell'impatto
e finita roteando sull'asfalto, a cui era rimasta incollata
da un qualche tessuto bianco-giallastro. Ogni macchina in
direzione est la faceva sbattere in avanti, e ogni macchina
in direzione ovest all'indietro - avanti e indietro e avanti
e indietro - e quando allungai il collo per guardarla mi
sembr quasi viva, come se tentasse di alzarsi in volo. O
salutasse tipo foca ammaestrata.
Mio padre ha perso la gamba in un incidente motociclistico
a Charleston, in South Carolina, quando aveva diciannove
anni- Era la parola che usava lui, perso, come se fosse
una cosa che si poteva trovare e recuperare. Da piccolo
mi piaceva immaginare la sua gamba separata dal corpo su
una spiaggia, con le dita dei piedi che si muovevano nella
schiuma sabbiosa. Arrivai perfino a scriverle qualche lettera
ogni tanto, le solite cose, aggiornamenti sulla famiglia e
trionfi infantili - ho battuto il doppio che ci ha fatto vincere
la partita; ho tirato un pugno in faccia a Brian Kalinski
nel cambio d'ora e mi hanno sospeso; ho fatto un ditalino
a Marisa Weber fra i cespugli di Bay Road - che poi infilavo
in una busta indirizzata a gamba, Charleston, South
Carolina, col francobollo giusto ma senza mittente. Erano
passati quindici anni, forse di pi, ma li in macchina accarezzai
l'idea di scriverle di nuovo per salutarla.
Tornato a casa mi misi a cercare Steve, ma trovai solo
altro casino. Andai da mio padre per sapere se l'aveva visto
e gli chiesi invece di un paralume strappato appoggiato
su un ventilatore da soffitto senza pale appoggiato su
un puzzle lasciato a met appoggiato su una sedia rotta in
sala da pranzo. - Lasciami in pace! - grid lui, poi cominci
ad aggirarsi per la cucina spalancando le ante degli armadietti
come per controllare se gliele avessi chiuse con
la colla o no. Alla fine trov quel che stava cercando, un
nebulizzatore per le pulci, che innesc e lanci verso di me
tipo granata. - Imbecille! - dissi, per poi correre fuori casa
tossendo a chiamare rinforzi. Rispose Tara, che ce la mise
tutta per farmi ragionare ma non ci riusc perch trovo
la sua voce fastidiosa, e perch quando mi chiese cos'era
successo dissi: - Che 'sta cazzo di casa  ridotta peggio di
quel carrozzone che chiami vagina,  successo -. Toss e
mise gi, e quando richiamai rispose mio fratello.
- Ciao, fra', - disse.
- Ciao, fra', - dissi.
- Sta tanto male?
- Be', la casa  devastata, ci sono le pulci, e lui ha appena
tentato di uccidermi con delle armi chimiche.
- No, dico il toupet.
Diedi una valutazione sincera - sembravano capelli finti
appiccicati sulla testa di un coglione - e gli dissi del nebulizzatore
mentre lanciavo una pigna sul tetto del garage e
la prendevo al volo quando rotolava gi, solo che a un certo
punto si ferm nella grondaia. Lui disse che ci avrebbe
parlato, e lo fece, e il risultato fu che mio padre accett di
chiamare un disinfestatore, a patto che in casa pulissi io,
e fu cos che trascorsi il giorno due della missione di ricognizione:
passando l'aspirapolvere. Ma anche: spazzando,
strofinando, asciugando con lo Scottex, smistando, impilando,
cercando Steve - era in cantina a cacare su della lana
di vetro isolante caduta - e buttando cose nell'immondizia,
nascondendo poi l'immondizia in garage perch mio padre
non ci si mettesse a rovistare quando tornava a casa dal lavoro.
Finii che le mie gambe sembravano una cosa avvistata
dal telescopio Hubble, un remoto sistema solare, una galassia
lontana, una costellazione di morsi di pulce. Ero quasi
certo di essermi preso la peste e pure il cancro al polmone,
cos quando arriv il tizio con la coda di cavallo e il barilotto
di veleno e mi disse che dovevo star fuori solo quattro ore
decisi di starci di pi e presi il treno che andava in citt per
mettere un po' di distanza fra me e quel posto, guardare le
cose da un'altra prospettiva e anche bermi questo mondo e
quell'altro, cosa che feci in un bar di Midtown di cui non
ricordo il nome, fissando un barattolo di olive, e un barattolo
di ciliegie, e un barattolo di limoni, e un piatto di zucchero,
e un barattolo di lime coi bordi anneriti.
Mio padre venne a prendermi alla stazione di Babylon
al mattino e mi chiese perch ero gi tornato. Gli dissi che
era perch volevo passare del tempo con lui, e lui fece letteralmente
un passo indietro. - Sei il mio papi, - dissi.
- Il mio papino. Met di me  uscita dalle tue palle, quindi
siamo legati in eterno per sempre, e qualsiasi cosa tu faccia
io sar sempre il tuo primogenito, e ti vorr sempre bene
e mi preoccuper per te anche se farai cose orribili e da
egoista. Perdono i tuoi peccati, e spero che tu perdonerai
a me i miei. Amen.
- Piantala, - disse lui.
- Solo perch ti voglio bene, - dissi, sorridendo alla foschia
da calura che faceva i suoi tremoli sull'autostrada
davanti a noi.
- Sarebbe giornata da fare un giro sul fiume, - disse
mio padre.
- S. E vero. Se solo avessimo una barca.
- Io ce l'ho una barca, - disse. - L'ho ricomprata da
Wally Johnson qualche mese fa.
Non ne aveva mai parlato e pensai mi prendesse in giro.
- Davvero?
- Eh.
- E funziona?
- Eh.
- Ed  in acqua?
- S.
- E ci si pu fare un giro?
- Se chiudi quella cazzo di bocca.
- Andata, - dissi, dopodich chiusi quella cazzo di bocca
e facemmo un pit-stop per andare in bagno e comprare
le birre e ci dirigemmo verso il porto per fare un giro.
La barca veniva dritta dagli anni Settanta, un cinque
metri MFG senza finitura e azzurro ossidato coperto di aghi
di pino, con una lattina arrugginita di WD-40 sul cruscotto.
Un povero rimpiazzo delle barche con cui ero cresciuto,
ma ero comunque pi emozionato che no. Lui sal a bordo
e cominci a trafficare con non so cosa, montando tutta
una scena intorno alla semplicissima manovra di accensione
di un fuoribordo Evinrude da sessanta cavalli, credo
per tentare di dimostrare le sue doti marinaresche o roba
del genere, la sua padronanza di tutto ci che riguardava
il mare. Non saprei, ma lo assecondai mentre armeggiava
qua e l, dandomi spiegazioni su Questo e su Quello e sulla
sicura dell'avviamento, dicendo: - Questa devi metterla
qui prima di accendere, altrimenti non si accende, okay?
E questo  l'acceleratore, questa la manopola dell'aria,
questo lo starter, - disse. - Devi spingere in dentro, cos
Spinse la chiave un po' di volte, e dietro di noi i carburatori
ticchettarono a vuoto.
- Signors signor capitano, - dissi, calpestando un beccuccio
irrigatore che sporgeva e provando di colpo nostalgia,
cosa che cerco di non fare e di solito non faccio. Ma era
proprio come quand'ero bambino.
- E questa  la radio e questo l'interruttore della pompa
di sentina, - disse.
- Sissignore, - dissi, salendo sulla barca. - Fa caldissimo qui.
- E le luci di navigazione...
- S... anche quelle le vedo. Vuoi una birra?
- Ma mi ascolti? - disse. - Questo  il... e questo il...
- E quello? - dissi, indicando un secchio della Ferramenta
Oakdale con dentro una lattina di bibita light accartocciata
e un cacciavite che arrugginiva nell'acqua piovana.
- A cosa serve?
- Sta' zitto e schiaccia la pompetta del carburante, sapientone.
Mi accovacciai e feci come diceva, lui accese il motore
e diede gas, e l'Evinrude sput nell'aria davanti a me una
nuvola grigia di gas di scarico, come una specie di fantasma
del mio passato, perch in effetti era una specie di
fantasma del mio passato, con un aspetto e un odore che
mi ricordarono le giornate estive di quando avevo sei o
diciassette anni e lui poco pi di cinquanta ed eravamo
entrambi persone pi felici.
E nel giro di un attimo avanzavamo lenti su quel chilometro
e mezzo o poco pi di fiume Connetquot, senza
dire una parola, preferendo invece il suono dell'Evinrude
che da bravo ci spingeva sull'acqua marrone e salmastra,
e intanto sorseggiavamo birra e scrutavamo fra le radici di
pino e d'acero sulle rive fangose in cerca delle testuggini
dipinte che ricordavo ferme l a prendere il sole, testuggini
dipinte che si tuffavano al nostro passaggio durante
le gite di famiglia a Fire Island o pi in gi, con il rumore
della nostra scia a schiaffeggiare la sponda. Ma adesso
di testuggini non ce n'erano, n di trote o di persici o di
lucci, non come una volta almeno, e nemmeno c'erano le
trappole per granchi segnalate da bottiglie di bibite a mo'
di boa, n i padri e i figli sui moli con le esche di pollo, il
filo da pesca e il retino. Ripensando a quella gita con mio
padre adesso, non ricordo di aver sentito grilli o cicale,
solo il motore che brontolava basso e sporco, il gas di scarico
che affiorava gorgogliando dall'acqua torbida dietro
di noi. L'essenza di quel posto, cos come lo conoscevo da
bambino,  ormai del tutto o quasi scomparsa, e avanzando
lungo il fiume mi intrist scoprirlo.
Tre o quattrocento metri dopo c' un quadrato di vernice
bianca a met di un tronco d'acero sulla riva ovest
che indica il canale, e mio padre insistette perch mi dirigessi
verso la riva opposta, anche se c'era alta marea e
la barchetta che aveva comprato aveva un'immersione di
soli quindici, venti centimetri.
- Punta a quello spiazzo vuoto l, - disse indicando.
- Sissignore, - risposi, senza cambiare nulla se non la
birra vuota con una nuova.
Altri tre o quattrocento metri dopo c' un isolotto che
fu creato quando i Vanderbilt fecero dragare il fiume. Il
ponte pedonale di collegamento alla terraferma cadeva a
pezzi da decenni, e ci si poteva accedere soltanto in barca
o a stile libero, coi pattini da ghiaccio se l'inverno era abbastanza
freddo. L'isolotto  abbandonato e invaso dalle
piante, ma c' una vecchia panchina in mezzo che puoi
raggiungere facendoti strada fra la vegetazione bassa, e
l'unico motivo per cui lo so  che il mio caro amico Marc
Bachman su quella panchina ci ha perso la verginit, con
una maturanda di nome Vanessa Rodriguez. Ce lo raccont
il giorno dopo arrivando a scuola, tutti noi a bocca aperta
come cretini davanti alla sua audacia e al suo trionfo.
- Marc come sta? - chiese mio padre.
- Ho dormito da lui ieri sera, - dissi. - Sta bene, tutto
considerato -. Non mi venne in mente altro da dire.
- Che tristezza, - disse mio padre.
Passammo accanto a Nicholl's Point, allo Snapper Inn e
al Riverview, serpeggiando fra i colossi da un milione di
dollari che lasciano lo scivolo solo una o due volte l'anno
per ormeggiare alla foce del fiume, alcuni legati fra loro a
gruppi di tre o quattro o cinque, con donne di mezz'et
in bikini che prendono il sole su ponti bianchissimi mentre
i mariti con la panza bevono birre in lattina nella cabina
del bestione pi grosso. Non riuscii a non provare
un leggero imbarazzo per l'affarino minuscolo che stavo
pilotando intorno a loro, mentre quelli mi salutavano con
la mano, una delle regole non scritte della navigazione
informale, fai ciao a tutti.
- Mi manca la barca a vela, sai, - dissi. - E anche la
Trumpetfish. Questa qui  un po'...
- Se non ti piace, nuota.
- No, - dissi. - No, hai ragione. Hai ragione.
Un metro e mezzo prima dei piloni che indicano la fine
del limite di velocit lui mi fece un cenno con la testa, e
io girai la leva dell'acceleratore al massimo facendo alzare
la prua della nostra barchetta, che prese a planare pi veloce
di quanto pensassi. Calai un pochino, cominciando a
sentirmi meglio mentre rimbalzavamo sulle scie delle barche
pi grosse in entrata, e di l a poco ci ritrovammo liberi
e soli nella Great South Bay spazzata dal vento, con
il sole rovente che scintillava sull'acqua fin dove arrivava
lo sguardo. Ero l che fissavo l'orizzonte lucente quando
mio padre si sporse verso di me e grid: - Dove stiamo
andando?!
- Non importa! - gli strillai, poi finii la birra e buttai
la lattina accartocciata sul ponte.
Il Kingston di Sayville  come la maggior parte dei ristorantini
di pesce sui lungomare di Long Island, potenziali
epatiti sovrapprezzo servite da teste di cazzo. Ma c'era una
vista decente e avevano la Blue Point alla spina, e quando
ci portarono le padelle mio padre aveva gi finito la seconda
ed era diventato un altro. Fu davvero un completo
allentarsi e venir meno del rumore bianco degli ultimi
giorni passati insieme e dei mesi passati lontani. Eravamo
rapiti, cambiati, tutto era perdonato. Due birre, una padella
di frutti di mare al vapore e una barca nella Great
South Bay. Ta-d e vua-l, come diceva mia madre. Magia.
Non ebbi il coraggio di dirgli quant'era bello vederlo
cos, lucido e ciarliero, non troppo sgradevole, perch non
volevo portarmi sfiga da solo, o peggio ancora suggerirgli
la mia nuova teoria: che da ubriaco era una persona migliore.
Aveva smesso del tutto sei mesi dopo che era morta
la mamma, era rimasto sobrio e insopportabile per un
anno intero, finch per caso non aveva trovato nel freezer
un vassoietto di brownies all'erba che avevo comprato per
farle venire un po' di appetito e di cui poi, fra il dolore e
le pillole che mandavo gi, mi ero scordato. Lui ne aveva
mangiati due interi senza sapere cosa fossero, era andato
in macchina al 7-Eleven per comprare dei biscotti e aveva
passato tutta la notte nel parcheggio.
Ho pensato di morire, cazzo, - mi aveva poi detto al
telefono. - Ed  stato bellissimo!
Avevo cominciato a spedirgli per posta cibi all'erba
comprati nei negozi delle mie parti e a farglieli mangiare
durante le feste, perch gli offrivano una minima via
di fuga, una prospettiva diversa, gli cambiavano lo sguardo
sulla vita e via dicendo. Ma non ci si era affezionato
come all'alcol. L'erba gli piaceva, ma lo faceva chiudere
in s stesso e diventare silenzioso. L'alcol lo tirava fuori,
lo rendeva estroverso, pi gradevole come compagnia. E
dunque eccolo mezzo ubriaco e felice per la prima volta
da tanto tempo, e all'improvviso con la voglia di andare da
qualche altra parte, lui che da quasi due anni non aveva
voglia di fare n vedere niente. Cos, intanto che andava
di nuovo a pisciare, pagai il conto e tornai alla barca. Lui
mi raggiunse sul molo mentre salivo a bordo e mettevo in
moto. Aveva persino cominciato a muoversi meglio, faceva
lavorare di pi la caviglia ed era meno traballante. Come
una volta. Quando dal pontile mont a bordo la barca
si inclin sotto il suo peso, schiaffeggiando l'acqua con
lo scafo quando lui si sedette sul frigo portatile accanto a
me, e poi di nuovo quando si alz per sciogliere le corde
e spingerci al largo.
- Dove si va? - disse.
- Non lo so, - dissi. - Al Fatfish sei mai stato?
- Non mi sembra. Dov'?
- A Bayshore.
- Va bene. Andiamo al Fatfish.
- Al Fatfish, - ripetei, perch mi andava. Lo stesso
motivo per cui chiesi ai due ragazzini che pescavano in
cima al pontile se avevano preso qualcosa mentre gli passavamo
accanto col motore che borbottava. La pi piccola,
una bambina minuscola con un giubbotto di salvataggio
arancione troppo grande e un cappellino rosa con
la visiera, infil la mano in un secchio alto la met di lei
e tir fuori un piccolo persico, con le squame argentate
che riflettevano il sole come uno specchio opaco. Non ne
vedevo uno da tanto tempo, qualcosa tipo quindici anni,
e non me l'aspettavo. Fu come se stringesse in mano
un piccolo drago.
Mio padre grid Evvaiiiiiiiii! e applaud, e poi applaudii
anch'io, e continuammo ad applaudire finch lei non
si chin e lo rimise nel secchio, e ancora chinata ci salut
con la mano mentre ci dirigevamo al largo e poi a ovest,
dove il ponte della Great South Bay si intravedeva appena
in una lontananza grigio-azzurra.
L'idea fu sua, di mio padre, che lo disse con i denti gialli
e grigi scoperti in un ghigno, disse: - Saltala, - come boh,
come se fosse niente, come dire passami il sale. Ma subito
si alz e si aggrapp al parabrezza mentre quella si avvicinava,
e tutti e due dicemmo oh cazzo ma non insieme,
scaglionati, uno facendo eco all'altro, poi lui ripet
soltanto: - Cazzo, - quando ce la trovammo davanti, la scia
dei traghetti cos grossa che con i miei amici tentavamo
di cavalcarla dai banchi di sabbia al largo di Ocean Beach
quando l'Atlantico era piatto, tutta la flotta di bestioni a
due piani da venticinque o trenta metri e quaranta tonnellate
fatti per trasportare persone e merci da una parte
all'altra della baia perch con le macchine non si poteva
accedere, e sempre seguiti da una banda di gabbiani che si
tuffavano in picchiata verso i pezzi di pane lanciati da chi
aveva la fortuna di trovare un posto in coperta e a poppa.
Alta al ginocchio, minimo, quaranta o cinquanta centimetri,
comunque pi che sufficiente a proiettarci in alto
e fuori dall'acqua come un razzo difettoso, in impennata,
l'intera barca sospesa in aria per uno o due secondi che
sembrarono tre o quattro, il motore che con l'elica fuori
dall'acqua saliva di giri, la barchetta che si inclinava a sinistra
prima di calare sbattendo cos forte che in mezzo al
parabrezza si apr una crepa e il secchio e il cacciavite e la
Coca light furono sbalzati nella baia insieme ad altri pesi
che ci lasciavamo alle spalle, ruggini dello spirito ma con
un nome meno stupido. Quando mio padre cadde sul pavimento
ridendo il frigo portatile si stacc dalla staffa, e
risi anch'io mentre puntavo la barca verso il tendone rosso
e bianco sulla riva opposta.
Ormai eravamo un vero spettacolo, due idioti sciatti e
scottati che ormeggiavano una barca piccola e brutta fra
uno Steiger Craft in splendide condizioni e un Parker nuovo
di zecca, senza pi nemmeno disturbarsi a mettere i paraurti,
mio padre che faceva la sua migliore imitazione di
un uomo sobrio su una scaletta improvvisata con delle assi
inchiodate alla paratia e io all'erta sotto, casomai cadesse
all'indietro. Non cadde. Tir invece su la gamba artificiale
e si spalm a pancia in gi sul pontile, dove con una serie
di flessioni sulle braccia riusc a rimettersi in piedi. Salii
dopo di lui solo per riscendere quando mi disse di aver
scordato gli occhiali, e una volta trovati quelli e raggiunto
il bar lui aveva gi ordinato calamari fritti e un giro di
Blue Point. Diedi una rapida occhiata al menu e aggiunsi
un bicchier d'acqua.
- L'acqua la bevono solo le fichette, - disse mio padre
troppo forte, e la coppia ben vestita che sorseggiava acqua
alla nostra destra ci guard male. Sorrisi e li fissai sbattendo
le palpebre finch non si girarono, poi feci tintinnare
il bicchiere contro quello di mio padre e versai un po' di
birra dentro la mia testa accaldata. Era buona, e a giudicare
dalla schiuma che gli gocciolava dalla barba e dal verso
acuto che gli usc di bocca lo pensava anche lui.
Ma la luce era diventata strana. I nuvoloni pomeridiani
si avvicinavano cos veloci da sembrare un video accelerato,
con la parte di sotto in millecento sfumature di
grigio e le cime rigonfie di un bianco splendente, le loro
ombre che si spostavano sulla superficie dell'acqua come
gigantesche creature marine. I gabbiani galleggiavano sul
vento e si litigavano patate fritte cadute a terra e imbiancavano
i pali di cacca, e noi due ci ubriacavamo ancor di
pi e guardavamo il tutto da un tavolo d'angolo dove non
rimaneva molto da dirsi, bevendo entrambi pi in fretta
per tentare di salvare qualcosa che sentivamo entrambi
svanire, mio padre ripetendo a sprazzi un aneddoto che
gi mi aveva raccontato finch non arrivarono i calamari
e se li ficc in bocca tre o quattro alla volta. Cominciavo
a essere stanco anch'io.
- Guardati, - disse. - Perfino quando sbadigli sembri
arrabbiato.
- Non posso farci niente...  la mia faccia. Quando sbadiglio
la mia faccia  questa.
- Ma che problema hai?
- Che le mie fidanzate non sono mai abbastanza belle, -
dissi, cercando di alleggerire. Era una cosa che avevo letto
in un racconto di Lonard Michaels, il motivo per cui un
aspirante suicida diceva di essersi volutamente schiantato
in macchina. Ma mio padre non rise, bevve un sorso di
birra e aspett una risposta migliore, allora bevvi un sorso
anch'io cercando di trovarne una. - A volte mi sembra
che il mondo intero sia rotto, io e te compresi. E questo
mi annoda il cervello cos tanto che alla fine mi arrabbio.
Ma lo so che non  cos... pensa a oggi. Pensa a Gam-
begrasse. Adesso sono zio, tu sei nonno.  gi qualcosa.
- Non basta.
- Be', anche se non basta tu devi capire che vuoi fare.
Forse devi trasferirti in Ohio, stare pi vicino a...
- Io voglio morire, - disse.
Guardai i gabbiani. Quand'ero piccolo mio padre li
chiamava piccioni di mare.
- S, - dissi, - lo ripeti sempre -. E poi non dissi niente,
e lui non disse niente, e finimmo le birre guardando le
nuvole che cambiavano colore, e poi pagammo il conto.
Controllammo la benzina, l'ora, il cielo. Nessuno dei
tre prometteva bene, ma siccome casa prometteva anche
peggio andammo, rimbalzando verso Fire Island attraverso
la Great South Bay di colpo non pi cos accogliente,
e in due eravamo troppi o troppo pochi, l a tollerarci
l'un l'altro per nessun motivo se non i comuni trascorsi.
Ogni tanto lo guardavo di nascosto, meravigliandomi del
mistero che lo faceva tirare avanti, e che mi sfuggiva tanto
o pi di quanto sfuggisse a lui, proprio come mi sfuggiva
con mia madre verso la fine. Era stata infermiera per tutta
la vita e aveva capito appena ricevuta la diagnosi di essere
spacciata, dopodich aveva fatto quanto in suo potere per
accelerare la cosa. Aveva smesso di mangiare, rifiutava il
sale e il potassio, qualunque cosa pur di aiutare il suo cuore
a fermarsi. Ma quello non si fermava, non voleva, e lei
continuava a superare in tempo e sofferenza le previsioni
mediche, di mesi e settimane, finch in un momento privato
fra me e lei mi chiese di portarle il Ritalin di mio padre.
Tutto il flacone, aggiunse. Non dissi nulla, e non
perch ero paralizzato, ma perch ci pensai seriamente.
Mi serviva un attimo per elaborare, in pi stavo bevendo
e ingollando un sacco di antidolorifici, quindi ero ancora
pi lento, e dopo un po' di silenzio lei mi risparmi. Non
importa, - disse, strizzandomi la mano. Lei che consolava
me. - Non voglio farti vivere con un peso del genere.
Sul momento ne fui sollevato.
Ma allora qualcuno mi crederebbe se dicessi che a me
sembr una gentilezza? Un atto di clemenza? Se dicessi
che non fu un gesto premeditato, guidato dall'emozione,
dall'indignazione, a differenza degli altri innumerevoli pensieri
omicidi avuti in passato? Quella volta fu diverso. Ci
eravamo fermati, col motore in folle, perch lui potesse pisciare
in mare. Lo guardai l, sul parapetto della barca, con
le grandi nuvole grigie che si radunavano nel cielo dietro di
lui, l'infelicit che gli era gi tornata. Mia sorella non gli
parlava da mesi, mio fratello stava raggiungendo il limite
e lo evitava il pi possibile, e io pi di una volta mi ero ritrovato
in lacrime al pensiero del suo dolore, che doveva
essere tremendo, e, pi sul versante dell'autocommiserazione,
al pensiero del mio futuro. Lui stesso mi diceva, diceva
a tutti da anni, di voler morire. Immagino di essermi
- l su quella barca, in mezzo alla baia, a due chilometri e
mezzo da qualsiasi riva e con una discreta maretta - finalmente
convinto. Aveva settantadue anni. Mi dava la
schiena. Gli guardai le spalle afflosciate e il collo scottato,
con un cerchio bianco dove cominciava la maglietta, i ciuffi
di peli che spuntavano da sotto. Guardai quel toupet troppo
costoso, la sua nuca. Su e gi e su e gi contro il cielo
grigio odoroso di sale come un'altalena al parco giochi, la
barca che dondolava nella maretta. In lontananza risuon
la campana di una boa di ferro. Pensai:  meglio cos.
 quello che vuole. Devo aiutarlo. Non vedendo intorno
altre barche, e con una sbronza sufficiente a zittire i se e
i ma, feci un lungo passo verso di lui e lo spinsi.
Cerc di tenersi in piedi ma non ci riusc, cadde di testa
nello stesso cerchio d'acqua in cui stava pisciando, come a
rimarcare la sua intenzione, il suo obiettivo, punto esattamente
qui. Torn a galla abbastanza in fretta, cominciando
a dimenarsi in superficie, e la sua espressione si fece ancor
pi confusa quando sent il motore ingranare la marcia. A
quel punto url. - Oh! Oh, stronzo! Oh! - Schiaffeggi
l'acqua per spruzzarmela addosso. A trenta metri era gi
difficile da vedere, a quaranta quasi invisibile, giusto una
testa e ogni tanto un braccio. All'inizio pensai stesse salutando,
e senza pensarci ricambiai, una volta sola, con la
mano in alto tipo ci vediamo. Stammi bene. Tipo piacere
di averti conosciuto. Il tempo di abbassare il braccio lungo
il fianco e capii che stava nuotando.
Parliamo di un uomo che ha fatto un frontale in moto
contro un autobus sfondandosi la testa e mozzandosi una
gamba poco sotto il ginocchio, e che sputava tanto di quel
sangue che qualcuno  uscito di casa ed  andato a coprirlo con un lenzuolo. E rimasto in coma un mese e mezzo e
ingessato dalla testa ai piedi per un anno, durante il quale
a un certo punto ha ingoiato una scorta trisettimanale di
antidolorifici per tentare il suicidio, e il giorno dopo si 
svegliato dicendo di sentirsi proprio riposato. Ha passato i
suoi vent'anni bevendo, menando le mani e scopando
a Brooklyn prima che diventasse soltanto Brooklyn,
un posto dove stronzi artistoidi mantenuti dai genitori si
trasferiscono dall'Ohio o da salcazzo dove per appropriarsene
come un milione di Cristofori Colombi hipster, trasformandolo
in una cosa che poi la gente d come nome
ai figli. Parliamo di un uomo che ci viveva quando viverci
era pi difficile, quando portava mia madre nei bar che
piacevano a lui e lei si metteva a piangere. Ha passato la
vita a lavorare nel settore protesi e ortesi, che  pieno di
plastiche e resine, catalizzatori e polveri chimiche, senza
mai indossare la mascherina e lavandosi le mani con l'acquaragia.
Non l'ho mai visto bere acqua, solo bibite light,
caff, birra e succo di mirtilli rossi. Non faceva sport, mangiava
quel che gli pareva e respirava antipulci, ma appena
un mese prima, a settantadue anni suonati, si era fatto
pi di trenta chilometri in bici con mio fratello. Parliamo
di un uomo il cui corpo si rifiutava di morire, e fu proprio
quel rifiuto - oltre al pensiero di dover dare una spiegazione
comunque fosse andata - a farmi invertire la rotta
per andare a ripescarlo.
Avvicinandomi lo vidi faticare un po', aveva il fiatone e
sputacchiava acqua di baia, urlando che indosso non aveva
la sua gamba da mare, e che gliel'avevo rovinata, e anche
il cellulare, e che ero un coglione imbecille e un coglione
normale e un cretino, e fanculo e che cazzo, merda!, cosa
cazzo avevo in quella testa? Niente, dissi, terrorizzato da
quella cosa che mi guardava tutta arrabbiata e gocciolante.
Nella testa non avevo niente. E poi, da una qualche
piega cerebrale di cui non ricordavo l'esistenza venne una
battuta che gli avevo sentito fare da bambino, mentre lui
in cucina riagganciava il telefono e dava a mia madre la
notizia che un suo amico, anche lui amputato, era appena
stato trovato bocconi nella piscina dietro casa. Gli mancava
un braccio, - le aveva detto. - Avr nuotato in cerchio.
Erano scoppiati a ridere tutti e due.
- Cosa cazzo ti sorridi, - mi disse, strizzandosi il bordo
della maglietta e spruzzandomi l'acqua addosso. - Non c'
niente da sorridere. Imbecille.
- Lo so, - dissi. - Lo so.
Il mattino dopo partimmo per l'aeroporto due ore troppo
presto, come sempre, fermandoci a prendere un ultimo
panino bacon e uova e un caff all'Ielle Hour Dell. Prima
delle nove ci trovi immancabilmente una lunga fila di giardinieri
e muratori e manovali, operai con gli stivali macchiati
di verde o schizzati di vernice, tutti tranne noi a
spalare merda sui Mets che hanno giocato da schifo. Non
so a cosa stesse pensando mio padre perch stavo fissando
con la coda dell'occhio una foto in una cornice da due
soldi appesa al pilastro dietro il bancone. Era di un ragazzino
in tenuta mimetica che imbracciava una mitragliatrice,
con l'espressione seria sotto l'elmetto e degli occhiali a
specchio avvolgenti. Era l'addetto alla mitragliatrice della
sua squadra, e gli mancavano due settimane a compiere
vent'anni quando l'anno prima era rimasto ucciso in battaglia
a Baghdad. Sapevo tutto questo perch ero andato
al suo funerale. Si chiamava Matt Bachman. Fratello minore
di Marc.
In paese era stato un eventone, con i camion dei pompieri
e la polizia che scortavano la lunga fila di macchine
dall'agenzia di pompe funebri al cimitero nazionale di
Calverton su a est. Pioveva, mi ricordo, e c'erano tutti
questi soldati venuti l a piegare la bandiera e sparare i
loro colpi a salve, noialtri stretti sotto un tendone con dei
doposbronza mortali, a guardare in silenzio, salvo ogni
tanto due lacrime o un naso che tirava su. Sotto un gruppetto
d'alberi cinquanta metri pi in l c'era una banda
di motociclisti, casomai fossero spuntati quei fascisti con
la merda nel cervello della Chiesa di Westboro e i loro
cartelli Grazie Dio per i soldati morti e L'AIDS uccide
i froci. Non spuntarono, e un po' ci rimasi male. La
tensione emotiva era alta - per me lo  quasi sempre - e
a volte sarebbe bello ci fosse qualcuno o pi di qualcuno
su cui avesse senso sfogarla. Invece si riversa sempre su
chi non se lo merita o lo merita solo un po', e ogni volta
finisce che mi sento in colpa da morire. Mi chiedo: cos'ho
che non va?
Avevano cambiato il nome della via in cui era cresciuto
Matt intitolandola a lui, e piantato un albero in suo onore
alle elementari Idle Hour. Un albero. Da allora avevo visto
la sua foto un po' dappertutto in paese: dietro il bancone
del Wharf, dietro il bancone del 7-Eleven, accanto
alla cassa di Mr. Video... e adesso eccola su un pilastro
del posto dove tutti facevano colazione con la didascalia:
Lui ci ha protetto, e amava il nostro locale. Non potevo
crederci. Mi girai verso mio padre. - Ma ti pare? - dissi.
- Cosa cazzo significa? Davvero non so cosa pensare.
- Di che? - disse mio padre.
- Di quella. La foto. Allora perch non metterci Era
un eroe ed  morto per i nostri eroi.  morto per l'insalata
di pasta. Cio, dimmi che  uno scherzo. Roba da pazzi,
cazzo.
-  solo un modo, - disse lui, - per cercare di onorarlo.
- Se vuoi onorare una persona  un conto, ma allora
non sminuire tutto piazzando sul cadavere il tuo marchio
di merda.  morto.
Guardai di nuovo mio padre, che si strinse nelle spalle
e si pul le mani sui pantaloni. Poi partii verso la porta.
- Dove vai? - mi chiese.
- Fuori, - dissi. - Ti aspetto fuori.
- Ti prendo qualcosa?
- No grazie, - dissi, con le campanelle che tintinnavano
mentre uscivo, e che stavano ancora tintinnando quando
girai la testa e attraversai spedito il parcheggio, entrando
poi da Oakland Fiori per salutare la signora Patel, un'indiana
coi denti che sembravano fatti di mais indiano. Aveva
pure un occhio storto, e quand'ero bambino mi terrorizzava,
ma col tempo avevo finito per considerarla la persona
pi gentile del paese. La notizia della morte di mia madre
l'aveva cos turbata che quando aveva visto me, mio
fratello e mia sorella entrare nel negozio le erano venute
le lacrime agli occhi. Mi dispiace tanto, - ci aveva detto
allora. - Vostra madre era una donna meravigliosa. Vi voleva
davvero bene. Me la ricordo agli incontri con i professori,
quella volta che si  messa a urlare contro la Mauro
per i programmi del doposcuola... Era andata avanti
a parlarne, e non una sola volta aveva vomitato le solite
ovviet tipo che adesso lei era in pace, accanto a dio, in
un posto migliore... le puttanate che dice la gente. Sembrava
tutto davvero sincero, e ancor di pi quando aveva
spinto verso di noi la composizione che stava preparando
- io credevo per qualcun altro - sul bancone, insistendo
per non farci pagare. L'avevo vista cinque o sei volte in
tutta la mia vita e ci avevo parlato meno ancora, eppure
lei ci aveva detto una serie di cose gentili e vere e regalato
i fiori e abbracciato.
Quella volta uguale, fece il giro intorno al bancone e
mi diede un abbraccio chiedendo tutta entusiasta cosa ci
facevo di nuovo l, come andavano le cose in California.
Come faceva a sapere che mi ci ero trasferito? Le dissi di
Gambegrasse e che ero venuto a vedere come stava il vecchio.
- Tira avanti, - dissi, ma lei sembr capire esattamente
cosa intendevo, e mi strinse una spalla.
- Ma dimmi della bimba di tuo fratello... Marie, giusto?
- S, - dissi. - Esatto, - dissi, e di l a qualche minuto
stavo tornando verso la porta tintinnante con un mazzetto
di gerbere avvolte in quella plastica che scricchiola.
Aveva cercato di non farmi pagare nemmeno stavolta, ma
io avevo buttato un venti sul bancone ed ero scappato. Rimasi
nel parcheggio ad aspettare mio padre, che poco dopo
usc dal locale e vedendomi l coi fiori fece una faccia
contrariata. - Non abbiamo tempo, - disse.
- Abbiamo un sacco di tempo, - dissi io, - e ci andiamo,
e non mi frega un cazzo se perdo l'aereo -. Si agit
un po' sul posto in segno di protesta. - Ci andiamo, cazzo.
 di strada.
- E va bene, - disse lui, strascicando il bene. - Dio...
- Scivolai gi dal cofano e girai intorno alla macchina mentre
lui faceva scattare le serrature. Salimmo entrambi e chiudemmo
le portiere, una e due, clunk clunk, di nuovo a mo'
di eco, e lui si mise a pescare nel sacchetto di carta marrone,
gi mezzo impregnato d'unto e pi scuro in certi punti.
- Ne ho preso uno anche per te, - disse, tirando fuori
un panino avvolto nella carta da salumiere bianca. - Senza
formaggio. Solo sale e pepe.
- Grazie, - dissi.
- Anche il caff, - disse lui. - Occhio che brucia.
Presi entrambi e lo ringraziai di nuovo, poi lo vidi pescare
nel sacchetto una terza volta e tirare fuori quei
mini-cartoncini di succo d'arancia che ti danno col panino. Me
ne allung uno, poi l'altro, e io li appoggiai sulle gambe e
girai la testa verso il finestrino perch non mi vedesse con
le lacrime agli occhi come un bambino del cazzo.
Il viaggio in macchina fu lungo e silenzioso, con il verde
di Long Island che scorreva fuori dai finestrini. Al cimitero
soprattutto, con quei prati perfetti verde campo da
golf, l'erba che sembrava scoppiare di verde mentre noi
giravamo e giravamo cercando il settore di mia madre, e
quando finalmente lo trovammo mio padre accost.
- Vieni?
- No, - disse, e quando insistetti scosse solo la testa e
guard fuori dal finestrino. - Troppo triste.
Scesi e mi incamminai verso la quercia vicino a cui era
seppellita, trovai la tomba e per un paio di minuti rimasi
fermo l davanti con la testa perlopi vuota, guardando uno
scoiattolo che avanzava a scatti verso un'anonima fontana
di cemento con un unico getto d'acqua che schizzava in
alto. Salt sul bordo della fontana e ci corse intorno, salt
gi e ci scomparve dietro. Fissai quel punto per un po',
ma non vedevo dov'era andato. Allora mi misi a piangere.
-  la fontana pi brutta che ho mai visto, ma', - dissi.
- Mi fa schifo. Schifo. Dio quanto mi fa schifo in questo
momento -. Poi mi venne una specie di crisi isterica, come
a un bambino, come a Gambegrasse, tipo che mi tremava
il labbro e non riuscivo a respirare, fino a quando non mi
ricordai di dirle quel che ero venuto a dirle, ovvero che
AJ aveva avuto una figlia e non era ritardata. - L'ha chiamata
come te, - dissi. - Non riesce nemmeno a tenere su
la testa, ancora, non fa che cacare roba nera e piangere ed
 tutto un Marie di qui Marie di l, Marie Marie Marie.
Questa cosa mi ammazza. Ogni volta che lo dicono sento
una fitta, e il cuore  come se masticasse la stagnola.
Lo scoiattolo riapparve zompettando, poi ne arriv un
altro, e per un attimo rimasero l a squittire e ad agitare
la coda, poi si saltarono addosso rotolandosi nell'erba per
un po', infine corsero su per l'albero e si misero a saltellare
fra i rami.
- Ma mi sembrano molto felici, e Jackie  a New Orleans
che fa le sue cose artistiche e sembra proprio una lesbica
totale-, hai presente quelle ragazze che cercano di fare
le dure ma sembrano solo dei piccoli Fonzie? Ecco, cos.
Ma sono fiero di lei, e un po' di tempo fa mi sono pure fatto
due sue amiche. E pap  sempre pap. Ogni volta che
gli chiedo, mi dice: Per me non preoccuparti. A soffrire
sono bravissimo. Io mi preoccupo lo stesso. E gli perdono
tutto. Perch  fatto com' fatto, e anch'io sono fatto
come sono fatto -. Cercai di nuovo fra i rami dell'albero.
- E anche 'sti cazzo di scoiattoli sono fatti come sono fatti.
Proprio mentre lo dicevo, gli scoiattoli smisero di bisticciare,
solo che nel frattempo avevano fatto uscire dal
suo nascondiglio una specie di insetto assurdo color sorbetto,
una libellula che libellule) nella mia direzione venendo
a posarsi sulle gerbere che avevo in mano. Rimase
l con me per qualche istante, tutta arancio e lampone e
con le ali trasparenti, e dopo un po' cercai di farmela salire
sul dito ma lei vol verso la fontana, ci fece un mezzo
giro intorno e se ne and da qualche altra parte.
- Adesso  seduto in macchina tipo a cento metri da
qui, credo a calarsi dei Ritalin e pisciare in una bottiglia
di succo. Non  venuto perch non ce la fa, e perch pensa
che  inutile, tanto tu sei morta e stop. Avr anche ragione
lui. Ma casomai tu mi sentissi, allora magari hai anche
i poteri che hanno i morti, e se  cos allora devi darmeli,
questi poteri, perch ne ho bisogno. So che sarebbe pi
giusto darcene un po' ciascuno, dei tuoi poteri da morta,
ma Jackie e AJ se la cavano bene gi cos, e pap di aiuto
non ne vuole, l'ha detto lui, e in pi ti ha reso la vita pi
difficile del dovuto. E poi averne un po' ciascuno non servirebbe,
ma se tu i poteri li di tutti a me magari davvero
mi aiuti a svoltare. Mi dispiace davvero tanto per le
stronzate che ho fatto. Una volta ero cos arrabbiato, ma ormai
sono quasi certo che fra i ventotto e i trentadue anni i maschi
attraversano una seconda pubert e diventano delle
femminucce, perci io adesso sono diventato una femminuccia.
Mi commuovo vedendo la pubblicit dei gioielli,
un disastro. Non so come fate voi donne a vivere cos, 
difficile fare le cose quando sei li tutto affettuoso, tutto
pieno di sentimenti. Il fatto  che io ho bisogno d'aiuto
per fare le cose e voltare pagina ed essere pi felice. Voglio
anche fare sesso con pi ragazze, ma', tipo tante di pi...
belle ragazze su una bici col cestino, belle ragazze coi vestitini
con le tasche, ragazze cameriere e ragazze bariste
e ragazze nere, ma proprio nere nere. Ho davvero voglia
di scoparmi una ragazza nera, ma', e una ragazza indiana,
e anche ragazze messicane e francesi, e voglio scoparmi
giapponesi e iraniane e brunette esuberanti, e bionde
e rosse, e voglio scoparmi delle sconosciute. Voglio scoparmi
un casino di sconosciute, ma', un casino di ragazze
sconosciute, perch le ragazze rendono tutto pi bello,
danno un senso a tutto, e io voglio che sia tutto pi bello
e che abbia un senso. Perci se potessi farmi smettere di
perdere i capelli sarebbe una figata, e anche proteggermi
dalle malattie e salvare tutti gli animali di tutto il mondo,
e uccidere i miei nemici e i nemici dei miei amici e basta,
amen, mi manchi, ti ho portato dei fiori li ho presi dalla
signora Patel  brutta da far schifo.
Poi mi asciugai il naso con il dorso della mano e misi gi
le gerbere, le ripresi in mano e tolsi la plastica che scricchiola
e me la ficcai nella tasca dietro, poi le rimisi gi e
tornai a zigzag verso la macchina e da mio padre, un movimento
che mi sembr familiare per una ragione che finora
non avevo capito. Mi sembr di attraversare un parcheggio.
- Be'?
Non risposi e dopo un po' lui annu, e per sei secondi abbondanti
rimanemmo seduti l, a riconoscere e comprendere
reciprocamente in silenzio che la situazione era difficile.
- Non preoccuparti, - dissi. - Non gliel'ho detto.
- Detto cosa?
- Che sei un casinista e le hai chiuso il tostapane con il
nastro adesivo. Sai quanto le darebbe fastidio.
- E sticazzi, - disse lui, poi borbott qualcosa verso il
volante che non sentii. Gli chiesi di ripetere. - Cos non
ci entra il fumo, - disse. - Il fumo dell'antipulci.
- Quindi lo sai che  velenoso.
- No, - disse. - Ma non ha un buon sapore -. Poi mise
in moto e alz il piede finto dal freno e lentamente si inoltr
in quel verde super verso la Southern State Highway,
per poi svoltare a ovest, in direzione dell'aeroporto.
Ovviamente al JFK ci perdemmo e tocc abbassare la
radio per leggere i cartelli ad alta voce e confonderci a vicenda
finch non si sa come finimmo nel parcheggio soste
brevi. Gli dissi di farmi scendere dove capitava e mi sarei
arrangiato. Si avvicin a delle strisce pedonali e si ferm,
e io presi la borsa dal bagagliaio e mi sporsi dentro il finestrino
e feci l'inventario di mio padre, i bozzi e le sporgenze
della gamba artificiale che spingevano sotto la stoffa
all'altezza del ginocchio, la camicia troppo grande infilata
nei pantaloni e le bretelle coi morsetti a coccodrillo e la
cintura, il toupet, il flacone di Ritalin nel portabicchieri,
una bottiglia di succo sul pavimento sotto i suoi piedi in
cui pisciare. Il sacchetto dei panini bacon e uova e la carta
da salumiere appallottolata. I bicchieri del caff e i cartoni
di succo d'arancia e i sassolini nel tappetino. Il suo telefono
scassato era attaccato al cruscotto col velcro e c'erano
calze da monconi sparse su tutto il sedile posteriore, fra
le parole crociate e la posta mai aperta. Diedi un colpetto
sul tettuccio.
- Va bene, - dissi. - Grazie del passaggio.
- Eh. Buon viaggio.
- Grazie.
- Va bene, ciccio.
- Va bene.
- Va bene.
Diedi un altro colpo sul tettuccio e mi girai verso il terminal,
perch avremmo potuto continuare a dirci va bene
all'infinito ma non ci avrei creduto, alla fin fine, perch
non era vero.
Poi cominciai a pensare a come arrivare dove dovevo, che
scoprii essere il terminal subito accanto. Ci andai correndo
e arrivai sudato e col fiatone, la tracolla che mi tagliava la
spalla mentre correvo e aspettavo e aspettavo e correvo, e
arrivai al gate dieci minuti prima che l'aereo partisse, ma
era in ritardo. Mi rimisi la cintura e aspettai un'ora prima
di imbarcarmi su un turboelica per Philadelphia quasi vuoto
dove la hostess - una veterana scafata con una faccia che
da vicino sembrava un peperone andato a male - fu cos
gentile da piazzarmi accanto all'uscita d'emergenza, nella
mia fila. Poi aspettammo, e intanto faceva sempre pi
caldo, e mentre ci allontanavamo dal gate la voce del pilota
ci disse che eravamo ventiseiesimi o ventisettesimi in
coda per il decollo come se fosse una bella notizia. Io nel
frattempo stavo sudando di brutto, guardavo fisso fuori
dal finestrino la processione di aerei in coda, grandi e piccoli,
pieni di gente come me, gente che cercava di andare
in un posto e via da un altro.
Chiusi gli occhi, e appena lo feci le immagini arrivarono
veloci e nitide, come sempre se mi addormento quando
fa troppo caldo. Mi lampeggiarono nel cervello scoiattoli
fluorescenti, e quella libellula, e di l a qualche minuto mi
svegliai sudato e agitato e accasciato contro lo schienale in
posizione-verticale, e continuai a rigirarmi scomodo finch
non notai una fessura di luce larga mezzo centimetro
fra l'uscita di emergenza e il finestrino dopo. Qualcuno ci
aveva spruzzato della schiuma isolante per chiuderla, ma
era un lavoro mal fatto e la luce dell'Estate Newyorchese
trapelava nonostante il rattoppo. Per un attimo pensai di
chiamare la hostess, ma dopo averci riflettuto un po' grattandomi
le caviglie decisi che non me ne fregava niente se
l'aereo cadeva gi dal cielo come una cometa. Mi immaginai
perfino, brevemente, gli altri passeggeri che urlavano
e si sbracciavano, io per niente sorpreso e con la mente
vuota, che sorridevo andando a morire come fosse niente.
Come dire passami il sale.
E poi, pensai, si vede che non  un problema. Regger.
Va bene anche cos.
Fu solo per noia che cominciai a giocare con la fessura
di luce, dondolando leggermente la testa avanti e indietro,
tanto per fare, la fessura di luce che appariva e scompariva
mentre spostavo la testa a sinistra e a destra e a sinistra e
a destra, come se ballassi, o fossi ritardato, o tutte e due
le cose. Mi ci persi, completamente, finch non arriv un
colpetto a due dita sulla spalla della hostess che mi porgeva
un bicchiere di plastica con del ghiaccio e una bottiglia
d'acqua per rinfrescarci durante l'attesa. La ringraziai e
mi versai un po' d'acqua e la sorseggiai e dondolai con la
luce, dondolai e dondolai, finch la testa non mi si svuot
e non pensai pi a niente, nemmeno mezza cosa, e poi
smisi di dondolare e chiusi gli occhi e rimasi immobilissimo
a respirare, e mi scese addosso una calma immensa,
un'intoccabilit mai provata prima, e fu bello. Era una
bella sensazione. Mi piaceva.
 
INSETTI.

Aprendo gli occhi vidi le gambe di mio fratello sfocate
di sonno scendere tre pioli rossi della scaletta del letto
a castello, saltare gli ultimi due e atterrare con un tonfo
sul pavimento di legno. Ta-da. Eccolo che si grattava la
testa, si chinava a raccogliere un asciugamano dal pavimento
e raddrizzandosi mi mostrava il medio. Poi si precipit
verso l'ultima doccia d'acqua calda rimasta in casa.
In teoria dovevamo fare a turno, ma lui diceva che al mio
turno rinunciavo rifiutando di alzarmi dal letto. Mica poteva
aspettarmi solo perch vedevo insetti immaginari sul
pavimento, no?
Non erano immaginari. Girandomi sulla pancia, mi
infilavo le mani nelle mutande, sporgevo la testa oltre il
bordo del materasso e li aspettavo. Nel giro di un attimo,
tanti puntini neri cominciavano a correre da tutte le parti,
uno intorno all'altro, uno sopra l'altro, uno dietro l'altro.
A decine.
Dopo un po' torn AJ avvolto nell'asciugamano e disse:
- Che doccia stuuupeeeeenda. L'acqua era caldissima!
- Non pestare gli insetti, - gli dissi, senza smettere di
fissarli.
- Tu sei scemo.
- Tu sei scemo.
- Tu.
Dopo una lunga pausa dissi: - Ma tanto.
Lui si vest in fretta e scese di corsa le scale per andare a
dire a nostra madre che lo stavo facendo di nuovo. Sentii
i tacchi alti ticchettare sulle piastrelle della cucina, ticchettare
in sala da pranzo, tacere sulla moquette dell'ingresso,
ticchettare una volta o forse due fra la moquette
dell'ingresso e la moquette del salotto - che il cane aveva
macchiato quasi esattamente al centro - e salire le scale.
- Ti devi alzare, Alby.
- Ci sono gli insetti per terra.
- Lo sai cos'ha detto il dottor Grello.
Dopo una lunga pausa dissi: - No.
- Piantala. Lo sai cos'ha detto il dottor Grello.
Dopo una lunga pausa dissi: - S.
- Devi smetterla di far penzolare la testa gi dal letto.
Gli insetti li vedi solo perch il sangue ti va alla testa. Ripeti
un po', cos' che fa scendere il sangue dalla testa al cuore?
- Non lo so.
- Dai, Alby, non puoi andare avanti cos. Cos' che ha
detto il dottor Grello? Ripetimi cosa fa scendere il sangue
dalla testa.
- La forza di gravit.
- Esatto. Solo per quello gli occhi vedono cose strane.
Non sono insetti, sono graffi nel pavimento che sembra
si muovano.
Poi si sedeva sul letto accanto a me, e mi prendeva delicatamente
la testa fra le mani. Forse era proprio per quello
che lo facevo. Le mani fresche di mia madre sulla mia
testa bollente, mentre il sangue defluiva.
 
RINGRAZIAMENTI.

Il grazie pi enorme e sentito va alla mia insegnante e amica
Michelle Latiolais, che mi  stata accanto con i suoi sensati consigli
e un frigo pieno di birre belghe solo per me; a Geoffrey Wolff per
la grande saggezza, l'allegria, e per avermi illuminato con un po'
della sua sudata luce; e a Mark Richard per l'assistenza e la generosit
fin dal primo giorno, oltre che per aver mollato il seminario.
(Due volte, giusto?) A Christine Schutt  piaciuta cos tanto la mia
brutta camicia che ha accettato di leggere un mio racconto, poi l'ha
spedito al suo amico Barry, poi l'ha fatto pubblicare, e io le sono
incredibilmente grato. Grazie anche a Ron Carlson, Aimee Bender,
Brad Watson e ai due Jim, Krusoe e Shepard, ciascuno dei quali, a
suo modo, mi ha insegnato a seguire la mia stranezza.
E a proposito di stranezza: sono eternamente in debito con
Nicole Aragi e Duvall Osteen per averne sopportato la mia particolare
declinazione, e averlo fatto con pazienza, comprensione e
senso dell'umorismo. E zuppe. Ditemi chi devo prendere a pugni
e io lo faccio. Sincera gratitudine alla mia fenomenale editor Sarah
Bowlin e a tutta la brava gente della Holt per l'intelligenza e l'incoraggiamento.
Mille grazie a Andy Hunter e Scott Lindenbaum,
che sono stati dalla mia parte fin dall'inizio e hanno fatto succedere
le cose, e a Hugh Merwin, che c' stato prima ancora. Voglio ringraziare
Lorin Stein per aver cercato nuovi testi e corso il rischio,
Tyler Cabot per aver definito quel paragrafo una merda e averlo
difeso comunque, Hallmah Marcus, alla quale ho fatto una prima
impressione orrenda, ma che non si sa come ha ritenuto di perdonarmi,
Ben Samuel, Oscar Villavon, Laura Cogan e Hannah Tinti.
Grazie a tutti quelli della UC Irvine, in particolare ai compagni
di laboratorio per essersi sorbiti le prime stesure. E anche le
ultime. Grazie anche a tutti quelli che laggi mi hanno staccato un
assegno, nello specifico: la School of Humanities e l'International
Center for Writing and Translation. Un grazie ancora pi grosso
per gli assegni ancora pi grossi all'Arlene Cheng Fellowship e al
Glenn Schaeffer Award, e a Don Snyder per il sostegno a nord
del confine.
Intendiamoci: per un maschio single non pi giovanissimo che
fatica ad accettare l'intimit gli amici sono importanti - pi del solito,
cio - e io ne ho un po' che vorrei ringraziare per avermi aiutato
con il libro, ma anche per essermi rimasti amici nonostante i miei
comportamenti, che a volte non sono stati propriamente gradevoli,
e con a volte intendo davvero troppe volte. Marisa Matarazzo,
Max Winter, Aaron Miller, Sam Leader, Mike Andreasen e Mona
Ausubel: questo cazzo di libro non sarei riuscito a finirlo, senza
la vostra amicizia e i vostri consigli, e non saprei da dove cominciare
a dirvi quanto per me siano importanti. E grazie in anticipo
per quando mi perdonerete le prossime cazzate. Vorrei ringraziare
anche il mio giro di Oakdale, Marc Baylis, Gerard Lawther,
Kelly Thomas, John Chapin, Elena Grasmann, e in particolare i
due individui migliori che conosco, Chris Conroy e Matt Tricano,
che insieme hanno pagato la loro bella fetta di conti al bar e a cena
- ma anche a colazione e a pranzo - e continuato a sopportarmi e
ospitarmi quando nessun altro voleva. Di questo gli sar grato per
sempre. E un grazie particolare a Andrea Harrison, che c' stata
negli alti e nei bassi e nei bassissimi, e a Beth Haener, che mi ha
fatto superare altri e diversi alti, bassi e bassissimi.
Voglio ringraziare il mio vecchio, Albert Walter Sumell, che  un
grande e un duro e voglio sia fiero di me, e mio fratello AJ e mia
sorella Jackie, sul cui affetto e sostegno posso sempre contare, e che
sono abbastanza affabili da tollerare il mio affetto e il mio sostegno.
Infine devo ringraziare mia madre, Mary Ann Sumell, e i miei
cani Bacon e Chancho: mi mancano cos tanto, e cos profondamente,
che ogni volta che ci penso sento una fitta, e il cuore  come
se masticasse la stagnola.
...
.
...
FINE.